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Giuseppe Tassi

Djokovic: Trentacinque anni e 182 giorni. Un’ età da record per vincere il Masters

Nole ha dentro una nuova forza mentale. Quella che viene dalla fame di vittoria e dall’età che incalza

Djokovic: Trentacinque anni e 182 giorni. Un’ età da record per vincere il Masters
Carine06 from UK, CC BY-SA 2.0 , via Wikimedia Commons
Carine06 from UK, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
Trentacinque anni e 182 giorni.
Un’ età da record per vincere il Masters, ribattezzato da qualche anno Atp Finals.
Una gioia immensa per Nole Djokovic, che raggiunge Federer a quota sei vittorie nel torneo dei Maestri.
In coda all’anno più buio e avvelenato del suo lungo percorso, fra Covid, carte bollate, crociate no vax ed esclusioni da tornei dello Slam, Djokovic ritrova se stesso.

Il re riprende lo scettro, scala la classifica Atp fino al quinto posto e già guarda il trono del giovane Alcaraz, che forse tornerà suo.

Il Nole visto in diretta a Torino, dalla tribuna Ford, piega Casper Ruud, 23 anni, in due soli set. 7-5 6-3.
Gli basta un’ora e 32 minuti per incrinare le sicurezze del norvegese con break che arrivano nei momenti chiave del match e con chirurgica precisione.
Il Djokovic del dopo Covid è tornato una macchina da gioco più perfetta di prima.
La sua forza elastica è impressionante, come la superficie di campo che riesce a coprire in ogni situazione.
Fantastico in risposta, magico nei recuperi laterali, Nole ha dentro una nuova forza mentale.
Quella che viene dalla fame di vittoria e dall’età che incalza.
Non vinceva il Masters dal 2015 e non sorrideva così abbracciando il figlio da troppo tempo.
L’onda giovane del tennis, che reclama il suo spazio, gli ha fatto capire che non si possono sprecare occasioni, che questo è il tempo per afferrare l’ultimo pezzo di leggenda.
E Djokovic il vegetariano, il maniaco degli allenamenti, il Tiramolla che sembra fatto di caucciù, ha deciso che Torino era la sua grande occasione per rinascere agli occhi del mondo.
Non solo ha difeso da leone, non solo ha limitato gli errori a due steccate e a un paio di diritti in corridoio.
Nole ha guidato il match, ha sempre pressato e attaccato con raziocinio e lucidità: palla pesante sul rovescio del giovane vichingo per stringere la morsa, poi volee vincenti o un rovesciamento improvviso della strategia con il back esterno di rovescio trasformato in una lama.
Ruud ha opposto un grande servizio, la tenacia del suo tennis essenziale, ha sfoderato diritti da circoletto rosso.
Ma il suo bagaglio tecnico (un paio di volee buttate al vento) è rimasto lontano dai livelli di Djokovic.
Spinto dal propellente della rabbia agonistica e sostenuto da una lucidità invidiabile, il re serbo è corso incontro al suo destino di rinascita.

E ora si prende una altro spicchio di gloria. Con la ritrovata certezza che non sarà l’ultimo.

Di Giuseppe Tassi

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