Noia, il tempo può attendere?

Mi sento come il viandante che osserva il mare di Friedrich, solo davanti alla spiaggia deserta

NOIA

 

 

Avevo fatto una lunga passeggiata memore del “devi camminar almeno un’ora al giorno se vuol stare bene, ora che non hai più nulla da fare”.

Questa la frase che mi aveva sentenziato alla festa di pensione l’amico medico.

Il cronometro della passeggiata quotidiana segnava 45 minuti e potevo permettermi una sosta. Mi ero seduto su una panchina del lungomare.

Il cielo era plumbeo, ma non faceva freddo.

Ero lì, solo con i miei pensieri. Ammiravo il mare, dello stesso colore del cielo, ma, a differenza del cielo, attraversato da lunghe strisce bianche.

Chissà perché in tutti i momenti di tranquillità, mentre osservo la natura, mi ritorna la passione giovanile per l’arte e corro con la memoria alla conoscenza, superficiale purtroppo, di movimenti e artisti che mi sono fatto con le mie letture e frequentazioni di mostre e musei.

Mi sforzo allora di riconoscere le pennellate di qualche artista di cui ho letto qualcosa in ciò che sto osservando con i miei occhi.

Guardando quel cielo e quel mare mosso da onde spumose penso ai pittori francesi dell’Ottocento che, con la nuova pittura plein-aire e usando i colori puri dei loro tubetti, sono spesso riusciti a rappresentare molto bene non solo tonalità, tinte e luce del luogo, ma anche atmosfera, sensazioni, pensieri e sentimenti che essi provavano di fronte agli spettacoli della natura.

Osservo il mare e chiudo gli occhi, vedo Il mare in tempesta di Monet o “Le gray” di Courbet e penso ai tanti artisti di ogni tempo che il mare in tempesta ha ispirato.

Mi sento come il viandante che osserva il mare di Friedrich, solo davanti alla spiaggia deserta, seguo con gli occhi il mare che sembra allontanarsi verso un nero nulla.

Certamente il nero e il grigio sono colori che portano a tristi pensieri.

Per un attimo ho provato una sensazione particolare.

Ero lì, tutto solo, non avevo nulla da fare, mi sforzavo di assaporare questa libertà, questa sensazione che molti amici mi dicono di provare, da quando hanno lasciato il lavoro per iniziare il “meritato” riposo lungo della pensione.

Ma io temo il vuoto del non fare nulla e, a quei pensieri, ho provato un brivido, il terrore di qualcosa.

Sono rimasto ancora ad ammirare il cielo e il mare, a sentire il rombo di tuoni lontani e il ritmato infrangersi delle onde sulla riva ma il pensiero era sempre fisso: noia.

Mi ha preso un senso di malinconia e una tristezza da lacrime asciutte.

Mi sono alzato e con passo veloce mi sono diretto verso casa. Volevo conoscere meglio: ho aperto il dizionario Treccani alla voce “noia” e mi sono letto attentamente la definizione: “Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana.”

Mi è venuto alla mente l’amico Luigi, superattivo contabile di una grande Banca per oltre quarant’anni, da poco in pensione.

“Vedi Angelo – mi ha detto qualche giorno fa – non capisco cosa mi stia succedendo.

Quando lavoravo, agognavo i giorni di ferie e me li godevo seguendo il motto – non fare nulla e non pensare a nulla. Seguivo questa regola ed ero felice al solo pensiero che non succedesse nulla”;

“spiegati meglio” gli ho chiesto, e lui:

“Ora mi alzo al mattino con la speranza che succeda qualcosa, anche brutta, pur di rompere la monotonia di un giorno che pare non voler finire mai; ho quasi l’impressione che il tempo si sia fermato lasciandomi una sensazione di vuoto che riempie lo stomaco e non fa respirare. Mi verrebbe voglia di piangere”

“Tu soffri di Noia – rispondo io e aggiungo con tono da esperto – La noia porta tristezza e malinconia se non addirittura la terribile depressione.

Ti ricordi quella famosissima incisione di Albrecht Durer, Melancolia ove gli occhi dell’angelo esprimono fortemente questo sentimento.

Ricordi il professore di storia dell’arte al Liceo quando ci presentava quel capolavoro cinquecentesco e ci spiegava che la malinconia è quasi sempre legata al tema del ricordo e al pensiero che la bellezza del passato non è più raggiungibile.

A questo stato d’animo è collegato il pensiero che il presente ed il futuro non possano più garantire sicurezza e serenità, essendo un vivere verso l’ignoto.

Ricordi? Allora non capivamo, eravamo lontani da quelle sensazioni, avevamo tutto il futuro davanti a noi, non avevamo rimpianti ma solo sogni e aspirazioni.

Oggi è diverso, rischiamo di rientrare anche noi in questa descrizione.

Ma possiamo e dobbiamo non farci sorprendere – e sentenzio – Abbiamo mandato a riposo

il lavoro, non mandiamo a riposo anche il cervello.

Noia, malinconia depressione le possiamo prevenire.”

E gli racconto che quando mi alzo al mattino non ho solo la preoccupazione di farmi la quotidiana ora di passeggiata, ma ho imposto al mio pensiero di andare subito a chiarire cosa dovrei fare nella giornata, fosse anche “fare nulla” ma per scelta.

Questo solo pensiero mi impone di “programmare la giornata”, attività sempre più impegnativa considerato il tempo trascorso da quando provvedevo ad organizzare il lavoro mio e dei miei collaboratori.

Certamente lo sforzo di programmare è pesante, ma si può fare.”

“Ma allora questa benedetta noia arriva non quando non hai nulla da fare” – osserva Luigi – ma quando non hai nulla a cui pensare.

E se mi mettessi a leggere?”

Certamente leggere aiuta, rende più fluido il trascorrere del tempo, le ore riprendono a correre e non sono più un macigno che pesa sempre di più quasi assumendo il crescere delle ore come parametro del suo peso.

“Certo è utile ma non sufficiente – rispondo io – serve qualcosa che ti costringa in una posizione attiva”.

Mi dilungo sul concetto che servirebbe tornare al piacere di quando si era bambini e grande era la gioia che si provava quando, fatto qualcosa, si provava il piacere di dire “questo l’ho fatto io”.

Sentirsi protagonista di qualcosa e il protagonista non può annoiarsi.

Senza accorgerci abbiamo cominciato a dialogare passeggiando come quando, ragazzi, prima di salutarci facevamo più volte la spola tra le nostre case continuando a fare progetti a discutere di tutto e di nulla, ma discutevamo e il tempo volava.

 

 

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