“Chi ha il coraggio di ridere, è il padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire” (cit.G.Leopardi)

“La vita è questione di scelte…ho scelto di sposare Tina e avere due figli splendidi…quello che non ho scelto di essere un malato terminale… e certamente non ho scelto che la mia famiglia debba vivere questo inferno assieme a me. Ho fatto la mia scelta, ho solo bisogno che il governo mi ascolti”. Così inizia lo spot pro-eutanasia e l’immagine finale ricorda che, il 67% degli italiani è favorevole alla sua legalizzazione. L’eutanasia, ovvero “morte dolce”, è un argomento che spacca nettamente l’opinione pubblica in favorevoli e contrari. Si tratta qui di decidere se persone gravemente ammalate, per le quali non c’è alcuna speranza di guarigione, almeno secondo le conoscenze della medicina, possano decidere loro stessi, o i loro parenti o addirittura i medici la soppressione fisica, per evitare ulteriori dolori, mediante la somministrazione di opportuni farmaci o punture letali. A chi è capitata la dolorosa esperienza di assistere all’agonia di una persona in fin di vita, tenuta in vita solo grazie a macchinari, in preda a sofferenze difficili anche solo da immaginare, certamente è venuta in mente una soluzione drastica, che potesse porre fine a quei dolori. E’ risaputo che in Belgio e nei Paesi Bassi sono state proposte, anche a livello poi di parlamento europeo, leggi che autorizzano l’eutanasia, pur conservando il divieto a livello di diritto, ma non di fatto. La domanda che ricorre è questa: può lo stato liberalizzare il suicidio? La risposta non può essere data in modo universale, anche se ci si dovrebbe basare sul principio della libertà che è senz’altro basilare nel nostro diritto, e anche sul significato del dolore. Forse sta qui il problema. Il dolore è connaturato con la natura umana.

È giusto e lecito che i dottori sappiano come alleviare il dolore dei pazienti, questo è senz’altro uno degli scopi principali della medicina, l’altro è curare. Curare non vuole dire accanirsi verso un corpo, curare vuol dire far stare bene una persona. Ma chi sa cosa è bene e cosa no? Il malato, solo lui. Non è giusto imporre per legge l’insistenza ad oltranza di una terapia, il cosiddetto accanimento terapeutico o costringere qualcuno a sopportare senza fine dolori inutili.  Come recita il codice di Deontologia medica,  la cosiddetta eutanasia volontaria passiva invece è comprensibile, e quindi lecita, cioè la sospensione o astensione di un trattamento di sostegno alla vita, quando questo trattamento non può far altro che rimandare una morte lenta e dolorosa.

 

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