LA “FORTAIA” DI SAN MARCO

Da noi, sentendo l’influenza delle tradizioni della terraferma veneta e del vicino Friuli, San Marco era la festa della “fortaia”

LA “FORTAIA” DI SAN MARCO

 

La fortaia di San Marco
La fortaia di San Marco

 

Dopo la scuola sotto i portici

Eravamo il solito gruppetto di amici che ogni giorno, alle 18.00, salvo giustificate assenze, ci si incontrava sotto i portici della nostra cittadina e si passeggiava.

Si parlava e si fantasticava su qualche audace avventura con le ragazzine che incontravamo solo a scuola, non certo sotto i portici.

Discutevamo un po’ di tutto, con superficialità e forse anche una buona dose di disinteresse sulle cosiddette cose importanti della politica per le quali eravamo convinti di essere impreparati e non ancora maturi.

Pertanto, i veri temi forti delle nostre discussioni erano principalmente lo sport, con accesi contrasti da tifoserie opposte, e le ragazze.

 

Organizzare la giornata del 25 aprile, San Marco

In particolare, l’argomento delle ragazze si accentuava agli inizi di aprile dato l’approssimarsi del 25 aprile.

Una data che per gli Italiani rappresenta un momento importante della storia d’Italia, la fine del secondo conflitto mondiale e la fine del vecchio regime.

Per noi ragazzi il 25 aprile era invece la festa di San Marco, una festa grande nel capoluogo dato il ruolo di San Marco in Venezia.

Tuttavia, anche se la mia città amava scimmiottare Venezia, non ne seguiva tutte le tradizioni e la festa di San Marco era uno di questi casi.

 

A Venezia la “Festa del Bocolo”

A Venezia San Marco era la festa del Bocolo con l’usanza da parte dei fidanzatini di offrire alla novizza, cioè alla donna amata, un bocciolo di rosa nel giorno della festa di San Marco.

 

In terraferma, la “Fortaia” (frittata)

Da noi invece, sentendo l’influenza delle tradizioni della terraferma veneta e del vicino Friuli, San Marco era la festa della “fortaia” che vuol celebrare uno dei momenti che incarnano il legame tra l’uomo e la natura,

Uscire all’aria aperta, godersi la natura, appropriarsi dei suoi beni nell’atmosfera che dona la primavera di aprile, è quasi un modo di prendere possesso di un’area vitale della vita.

 

La festa di San Marco celebra la comunità

Con un rituale che si perde negli anni, il folclore della «Festa di San Marco» celebra solennemente come in una sagra, la voglia non solo di sano divertimento, ma di «comunità». Per esempio, era allegria, sentirsi appagati anche con un margine parco e non di grandi banchetti.

Occasione per esserci anche noi tra gente festosa, munita di cesti pieni di vivande primaverili (uova sode, frittate, insalatone, focacce ecc.), sparsi su tovaglie multicolori.

Ai primi di aprile iniziavano quindi le discussioni su, dove andare e come portare l’occorrente, considerato che il nostro mezzo di trasporto era la bicicletta.

Allo stesso modo, come organizzare il fuoco da accendere in loco, come ripararci in caso di pioggia.

E poi, quali ragazze chiamare e come coinvolgerle per garantire la possibilità di avere qualcosa di commestibile da mangiare e magari poi anche una qualche piacevole avventura da raccontare, certamente ingigantita e romanzata, per almeno un anno.

Si attivavano per questo parentele e vicinanze di casa perché era più facile convincere e avere l’assenso dei genitori per cugine o vicine di casa.

Le passeggiate diventavano allora più impegnate.

Si ascoltavano i gruppi più anziani e, con invidia, scoprivamo che essi non avevano problemi organizzativi perché c’era chi aveva la macchina, chi la casa in Montagna, non usata dai genitori in quei giorni.

Pentole e fuoco erano già pronti e al coperto e poi, in macchina, potevano portare tutte le cibarie necessarie e le ragazze e anche qualche bottiglia di vino per aiutare i meno coraggiosi nei loro approcci col gentil sesso.

Noi invece dovevamo prima identificare un luogo all’aperto che fosse bello e permettesse di organizzare il fuoco senza pericoli.

 

L’organizzazione era fondamentale

Una zona che potesse essere coperta, se necessario, e raggiungibile in bicicletta.

C’erano allora gli “esploratori” del gruppo, quelli che avevano il compito fare sopralluoghi nei dintorni per identificare un angolo riservato e alberato adeguato.

Poi i “campeggiatori”, quelli che l’anno prima avevano comprato in società una tendina canadese e avevano sperimentato le prime ferie estive in campeggio balneare.

Questi ultimi dovevano preparare la copertura del luogo prescelto come riparo del fuoco dal vento e dalla pioggia.

Inoltre, c’erano i Cambusieri, addetti alla raccolta delle vivande e delle bibite necessarie.

C’era infine l’economo che doveva fare tutti i calcoli per dividere le spese, raccogliere i soldi e pagare.

 

Le ragazze da invitare

Infine, tutti eravamo impegnati a identificare le ragazze da invitare e qui le difficoltà diventavano notevoli.

Soprattutto, perché le ragazze della nostra età, quelle che meglio conoscevamo per motivi scolastici, non guardavano a noi ma ai ragazzi più adulti.

Come se questo ostacolo non bastasse, ci mettevamo del nostro a rendere tutto più difficile. Ad ogni nome proposto c’era chi aveva qualcosa da ridire:

“quella non va bene perché ha le gambe storte”, “quella è bella ma si sente una Miss e ha troppo la puzza al naso”.

Le discussioni sulle ragazze andavano avanti fino a pochi giorni prima del 25 aprile e, allora, tutti a correre per far venire almeno qualche ragazza ad aiutarci e se eravamo fortunati che qualcuna ci dicesse di sì e accettasse di venire con noi.

A quel punto non ci interessavano le gambe o la puzza al naso o qualsiasi altra diavoleria.

E se pioveva e se il fuoco impiegava una vita ad accendersi e se la “fortaia”, nonostante le ragazze, fosse commestibile a fatica, l’idea stessa di essere fuori, liberi, lontani da casa. Assieme a ragazze con cui sognare avventure o disegnare nel cielo futuri radiosi era più che sufficiente per farci ricordare  quella giornata per una anno, nei minimi particolari

Mi viene in mente allora un aforisma che ho letto  di recente nel sito www.trehyus.com,

Mi tuffo nelle pozzanghere per nuotare nel cielo che mi pare un’ottima sintesi della nostra fortaia di San Marco.

 

 

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