
NY
Fonte immagine https://www.phest.info/
Dall’8 agosto al 1° novembre 2026, Vivian Maier a Monopoli è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra ospitata al Castello Carlo V nell’ambito dell’undicesima edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte.
L’esposizione concentra l’attenzione su uno degli aspetti più affascinanti della sua produzione: l’autoritratto costruito attraverso riflessi, ombre e sagome, immagini nelle quali la fotografa compare senza necessariamente occupare il centro della scena.
Nel centenario della nascita di Vivian Maier, PhEST riporta così lo sguardo su una figura la cui identità artistica è diventata pubblica soltanto quando gran parte del suo lavoro fotografico è stata scoperta e resa accessibile dopo decenni trascorsi lontano dal sistema dell’arte.
Shadows and Mirrors: esserci senza mettersi al centro
Un autoritratto presuppone normalmente una decisione precisa.
Mettersi davanti all’obiettivo.
Guardare la macchina fotografica.
Costruire un’immagine di sé.
Vivian Maier spesso sceglie una strada differente.
La sua presenza può comparire dentro uno specchio.
In una vetrina.
Sull’acqua.
Sulla superficie lucida di un oggetto.
Oppure può essere ridotta a una semplice ombra proiettata sul terreno.
In Shadows and Mirrors proprio queste apparizioni diventano il centro del percorso. PhEST interpreta gli autoritratti come un modo attraverso cui Maier afferma discretamente la propria esistenza all’interno dell’immagine.
Il fotografo entra nella fotografia
Ogni fotografia presuppone qualcuno che sta guardando.
Normalmente quel qualcuno rimane fuori dall’immagine.
Vivian Maier rompe spesso questa regola.
Non necessariamente perché decida di fotografarsi frontalmente.
Può bastare che una superficie rifletta il suo corpo mentre sta fotografando.
A quel punto nell’immagine convivono due livelli.
Ciò che Maier osserva.
E la persona che lo sta osservando.
La fotografia racconta contemporaneamente il mondo e il punto dal quale quel mondo viene guardato.
Lo specchio permette di essere dentro e fuori
Uno specchio crea una situazione particolare.
La fotografa rimane fisicamente davanti alla scena.
Ma il riflesso le permette di entrare nella fotografia.
Può comparire interamente.
Solo in parte.
Accanto ad altre persone.
Dietro una superficie.
In mezzo agli oggetti che stava osservando.
Il risultato non è sempre un autoritratto tradizionale.
A volte bisogna cercarla.
Le vetrine moltiplicano la città
Ancora più complesso è il caso delle vetrine.
Un vetro può essere contemporaneamente trasparente e riflettente.
Permette di vedere ciò che si trova oltre la superficie.
Ma restituisce anche ciò che accade davanti.
La strada.
Gli edifici.
I passanti.
La fotografa.
Più spazi finiscono così nella stessa immagine.
Per una fotografa abituata a camminare nelle città e a osservare ciò che accadeva intorno a lei, questa sovrapposizione diventa uno strumento estremamente efficace.
L’ombra è una presenza senza volto
Poi ci sono le ombre.
Qui la trasformazione è ancora più radicale.
Il volto scompare.
Rimane la sagoma.
A volte è possibile riconoscere anche la macchina fotografica.
La persona viene ridotta a un contorno prodotto dalla luce.
Eppure proprio questa forma apparentemente anonima può diventare una delle firme più evidenti dell’immagine.
Maier è presente.
Sappiamo che è lì.
Non abbiamo bisogno di vederne il viso.
Fotografarsi senza spiegarsi
Questa modalità acquista un significato particolare se confrontata con la biografia dell’autrice.
Vivian Maier non costruì durante la propria vita una carriera pubblica come fotografa.
Lavorò per decenni come tata, prima a New York e poi soprattutto a Chicago, continuando parallelamente a fotografare con enorme intensità. PhEST ricorda un archivio composto da oltre 120.000 negativi, filmati Super 8 e 16 mm, registrazioni e numerosi rullini mai sviluppati.
Una produzione vastissima che per lungo tempo rimase in gran parte privata.
La tata che fotografava le città
Il contrasto tra vita professionale e attività fotografica ha contribuito molto alla costruzione del mito di Vivian Maier.
Ma concentrarsi soltanto sulla storia della “tata fotografa” rischia di nascondere ciò che conta davvero.
Le fotografie.
Il sito ufficiale dedicato alla sua opera raccoglie oggi ampie sezioni di street photography, fotografie a colori, contact sheet e autoritratti, restituendo l’estensione di una ricerca sviluppata per decenni.
La macchina fotografica non era quindi un passatempo occasionale.
Era uno strumento utilizzato con continuità.
New York prima di Chicago
Vivian Maier nasce a New York nel 1926, trascorre parte dell’infanzia in Francia e torna negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta.
Nel 1956 si trasferisce a Chicago, città nella quale vivrà fino alla morte nel 2009.
New York e Chicago diventano due grandi territori della sua fotografia.
Strade.
Marciapiedi.
Vetrine.
Persone incontrate casualmente.
Situazioni quotidiane.
Una parte importante della sua produzione nasce proprio camminando.
La street photography come esercizio di attenzione
La strada permette di osservare ciò che non è stato preparato.
Un gesto dura pochi secondi.
Una persona attraversa l’inquadratura.
Una postura cambia.
Due sconosciuti si incontrano.
Un riflesso compare e scompare.
La fotografia deve reagire rapidamente.
Maier sviluppa una straordinaria capacità di individuare queste coincidenze visive.
Le sue immagini possono essere ironiche.
Tenere.
Strane.
Crudeli.
Geometriche.
Non cercano una sola idea della città.
Autoritratto e street photography possono coincidere
Shadows and Mirrors mostra come i due territori non siano realmente separati.
L’autoritratto di Maier spesso nasce mentre sta fotografando la strada.
Non interrompe necessariamente ciò che sta facendo per costruire un’immagine di sé.
La propria figura entra nella scena grazie a una superficie incontrata casualmente.
Uno specchio.
Una vetrina.
Una lamiera lucida.
Un’ombra.
L’autoritratto rimane quindi legato allo stesso esercizio di osservazione che caratterizza la street photography.
Una Rolleiflex cambia il modo di guardare
Molte delle fotografie più riconoscibili di Vivian Maier furono realizzate con una Rolleiflex biottica.
Questo tipo di macchina viene utilizzato guardando dall’alto nel mirino.
Il fotografo non deve necessariamente portare l’apparecchio davanti al volto.
È una posizione diversa da quella delle fotocamere tradizionali tenute all’altezza degli occhi.
Questa caratteristica rende possibile un rapporto più discreto con ciò che accade davanti all’obiettivo e modifica anche il modo in cui la fotografa compare nei propri riflessi.
Il riflesso rivela anche lo strumento
In diversi autoritratti la macchina fotografica è parte dell’immagine.
Non viene nascosta.
La persona e lo strumento attraverso cui sta guardando diventano inseparabili.
È un dettaglio importante.
L’identità della fotografa non viene costruita soltanto attraverso il volto.
Anche il gesto del fotografare dice chi è.
Un archivio diventato pubblico dopo decenni
La storia della riscoperta di Vivian Maier è ormai parte della sua fortuna critica.
Il suo lavoro emerse pubblicamente a partire dal 2007, quando materiali appartenenti al suo archivio iniziarono a riapparire sul mercato e a essere progressivamente studiati, digitalizzati ed esposti. PhEST colloca proprio nel 2007 il momento in cui il corpus fotografico viene riportato alla luce.
Da quel momento mostre, libri e ricerche hanno trasformato un archivio quasi sconosciuto in uno dei casi più discussi della fotografia contemporanea.
La scoperta cambia il significato degli autoritratti
Sapere che Maier non costruì una notorietà pubblica durante la propria vita modifica inevitabilmente il modo in cui guardiamo i suoi autoritratti.
Quelle immagini non sembrano pensate per alimentare un personaggio pubblico.
Non anticipano il modo contemporaneo di costruire continuamente la propria immagine per gli altri.
Sembrano piuttosto appartenere a un rapporto privato con la fotografia.
Questo non significa poter conoscere con certezza le sue intenzioni.
Ma rende particolarmente interessante la frequenza con cui decide di registrare la propria presenza.
Vedere se stessi senza diventare protagonisti
C’è una differenza tra essere presenti e occupare tutto lo spazio.
Le fotografie di Maier sembrano spesso lavorare proprio su questa distinzione.
La fotografa compare.
Ma il mondo continua a esistere intorno a lei.
Un passante può essere più importante.
Un edificio può occupare gran parte dell’inquadratura.
Un oggetto può interrompere il riflesso.
L’io non cancella ciò che lo circonda.
Una fotografia può contenere più realtà
Un riflesso possiede anche un’altra qualità.
Introduce nell’immagine qualcosa che fisicamente non si trova sullo stesso piano degli altri elementi.
Davanti al vetro può esserci la fotografa.
Dietro il vetro un interno.
Sulla superficie il riflesso di un edificio.
La fotografia registra tutto contemporaneamente.
Quello che nella realtà appartiene a spazi separati viene unito in un’unica superficie.
What if? e l’identità che cambia
Questa ambiguità crea una relazione interessante con il tema di PhEST 2026, What if?.
Il festival utilizza la domanda “e se?” come strumento per mettere in discussione ciò che consideriamo stabile e immaginare possibilità differenti.
Negli autoritratti di Maier anche l’identità non appare mai completamente fissa.
Può essere corpo.
Riflesso.
Ombra.
Sagoma.
Dettaglio.
La stessa persona può assumere forme differenti a seconda della superficie che la restituisce.
Il centenario di Vivian Maier
Il 2026 coincide con i cento anni dalla nascita della fotografa.
PhEST inserisce quindi Shadows and Mirrors nel programma dell’undicesima edizione anche come omaggio a questo anniversario. Le comunicazioni sul festival richiamano esplicitamente il centenario e il ruolo assunto nel tempo dalla fotografa all’interno della storia della street photography.
Non una retrospettiva generale, però.
La scelta è molto più precisa.
Concentrarsi sul modo in cui Maier rappresenta se stessa.