Vivere l’estinzione

- DATA INIZIO: 19/09/2026

- DATA FINE: 24/10/2026

- LUOGO: PUNTO SULL’ARTE – sede principale - Varese

- INDIRIZZO: Viale Sant’Antonio 59/61, 21100 Varese VA

- TEL: +39 0332 320990

- SITO WEB: puntosullarte.com

- ULTERIORI INFORMAZIONI: Mostra tripersonale di Mario Branca, Eric Roux-Fontaine e Marika Vicari, a cura di Ivan Quaroni. Vernissage sabato 19 settembre 2026 dalle 11.00 alle 13.00, con gli artisti e il curatore presenti. Orari: martedì-sabato 9.30-17.00; domenica e lunedì chiuso. Un catalogo realizzato da PUNTO SULL’ARTE, con le opere esposte e un testo critico di Ivan Quaroni, accompagna la mostra.

- NOTE AGGIUNTIVE: Vivere l’estinzione mette in dialogo le sculture di Mario Branca con i dipinti di Eric Roux-Fontaine e Marika Vicari. I tre artisti affrontano la crisi ecologica da prospettive differenti, mettendo in discussione la centralità dell’essere umano e concentrandosi sulle relazioni tra forme viventi, paesaggio, memoria e strutture artificiali.

Vivere l’estinzione a Varese: tre artisti interrogano la crisi ecologica

Cabin Fever di Eric Roux-Fontaine, paesaggio tropicale con una capanna affacciata sull’acqua
Eric Roux-Fontaine
Cabin Fever,
2023, Pigmento puro, polvere di marmo, resina su tela, 120 x 120 cm – Fonte immagine https://www.puntosullarte.com/

 

Dal 19 settembre al 24 ottobre 2026, Vivere l’estinzione a Varese riunisce negli spazi di PUNTO SULL’ARTE tre ricerche dedicate al rapporto tra essere umano, natura e trasformazione del pianeta.

La mostra, curata da Ivan Quaroni, mette in dialogo le sculture di Mario Branca con i dipinti di Eric Roux-Fontaine e Marika Vicari, costruendo un percorso nel quale foreste, alberi, oggetti, strutture artificiali e tracce diventano immagini di una condizione ecologica fondata sull’interdipendenza tra tutte le forme del vivente.

Non ci sono scenari spettacolari della fine del mondo.

La crisi ambientale entra nelle opere in maniera meno immediata e proprio per questo più difficile da ignorare.

Vivere l’estinzione: partire dagli iperoggetti

Il titolo della mostra nasce da una riflessione del filosofo Timothy Morton.

Riscaldamento globale ed estinzione di massa appartengono a quella categoria di fenomeni che Morton definisce iperoggetti: realtà concrete ma talmente estese nello spazio e nel tempo da non poter essere percepite interamente attraverso l’esperienza quotidiana.

Possiamo osservarne gli effetti.

Un’ondata di calore.

Una foresta che cambia.

Una specie che scompare.

Una trasformazione del paesaggio.

Ma nessuno può “vedere” il cambiamento climatico nella sua totalità come si osserva un singolo oggetto.

È proprio questa difficoltà percettiva a rendere il tema particolarmente adatto all’arte.

La crisi ecologica senza immagini catastrofiche

Vivere l’estinzione evita volutamente la rappresentazione spettacolare del disastro.

Niente scenari apocalittici utilizzati per produrre uno shock immediato.

La galleria descrive invece un percorso che invita a riconoscere la fragilità del presente e le relazioni che collegano ogni essere vivente al destino comune del pianeta.

Il punto non è quindi immaginare soltanto la fine.

È osservare ciò che sta già cambiando.

Tre artisti, tre modi di osservare il presente

Mario Branca, Eric Roux-Fontaine e Marika Vicari utilizzano linguaggi molto differenti.

Branca lavora attraverso la scultura.

Roux-Fontaine e Vicari attraverso la pittura.

Anche il modo in cui la natura entra nelle opere cambia radicalmente.

Per uno può diventare materia che cresce sopra gli oggetti della civiltà industriale.

Per un altro una foresta smisurata nella quale la figura umana perde importanza.

Per un’altra ancora un insieme di linee, tracce e presenze quasi evanescenti.

È proprio il confronto a costruire la mostra.

Eric Roux-Fontaine e una natura più grande dell’uomo

Nei dipinti di Eric Roux-Fontaine compaiono foreste tropicali, giungle e ambienti visionari.

La vegetazione occupa gran parte dello spazio.

La presenza umana, quando compare, può invece risultare minima.

Opere come The Heart of the World del 2026, Passenger e In the Shadow of the Stars del 2025 mettono la figura umana davanti a un mondo che non sembra esistere esclusivamente per lei.

È un cambiamento di prospettiva importante.

Il paesaggio non funziona come sfondo.

È il vero protagonista.

La foresta può assorbire anche la cultura

In altri lavori di Roux-Fontaine compaiono elementi chiaramente artificiali.

Un salotto.

Un lampadario.

Oggetti appartenenti a spazi costruiti dall’uomo.

La galleria cita, tra gli altri, New Chapter e The Monarch’s Chamber, entrambi del 2026.

Inseriti nella vegetazione, questi elementi perdono parte della propria familiarità.

Sembrano residui di una civiltà progressivamente inglobata da qualcosa di molto più vasto.

Quando l’essere umano non è più il centro

Queste immagini introducono uno dei temi fondamentali dell’intera esposizione.

Siamo abituati a rappresentare la natura dal nostro punto di vista.

Paesaggio da attraversare.

Risorsa da utilizzare.

Ambiente da proteggere.

Ma anche l’idea stessa di “protezione” continua spesso a mettere l’essere umano al centro della scena.

Vivere l’estinzione prova invece ad assumere una prospettiva diversa.

L’uomo è una delle forme di vita.

Non necessariamente la misura di tutte le altre.

Mario Branca: rame, cemento e metamorfosi

Con Mario Branca il rapporto tra naturale e artificiale assume una forma fisica.

Le sue sculture combinano elementi vegetali e materiali legati alla civiltà industriale.

Alberi di rame possono innestarsi su basi di cemento armato.

Superfici metalliche cambiano colore attraverso ossidazioni e patine.

La materia stessa mostra il trascorrere del tempo.

La natura non viene semplicemente scolpita.

Entra in relazione con processi propri del metallo.

Il rame continua a cambiare

Il rame possiede una caratteristica importante.

La sua superficie reagisce all’ambiente.

Ossidandosi modifica progressivamente colore e aspetto.

Una scultura può quindi trasformarsi anche dopo essere stata realizzata.

Questa possibilità rende il materiale particolarmente adatto a un lavoro che riflette sulla metamorfosi.

La forma artistica non rimane completamente immobile.

Continua a registrare il tempo.

La serie Onirica

Nella serie Onirica Mario Branca mette insieme alberi, sedie, nidi, chiocciole e uova.

Oggetti appartenenti alla quotidianità possono essere attraversati o assimilati da forme vegetali.

Il confine tra costruito e naturale diventa così meno netto.

Una sedia non è più soltanto una sedia.

Può diventare il supporto di una crescita.

Un oggetto pensato per l’uso umano viene incorporato in un processo che sembra possedere regole differenti.

Civiltà industriale e crescita vegetale

Il cemento armato e il rame appartengono alla storia della costruzione moderna.

Albero, nido e chiocciola evocano invece forme del vivente.

Branca li mette nello stesso organismo.

La contrapposizione tra natura e industria smette quindi di essere assoluta.

Le due dimensioni possono contaminarsi.

È una visione particolarmente adatta a un’epoca nella quale quasi nessun ambiente terrestre può essere considerato completamente separato dall’intervento umano.

Marika Vicari e la riduzione all’essenziale

La ricerca di Marika Vicari procede in maniera quasi opposta.

Nelle sue opere gli alberi e i boschi vengono progressivamente ridotti a linee sottili e presenze essenziali.

Le foreste possono diventare bianche.

Le superfici quasi lattiginose.

Il paesaggio sembra apparire attraverso frammenti e tracce.

Non c’è l’esuberanza della giungla di Roux-Fontaine.

C’è piuttosto il silenzio.

Fratture e Tracce

Tra le opere citate nella presentazione ufficiale figurano Fratture e Tracce, entrambe del 2026.

Già i titoli indicano un modo di guardare.

Una frattura mostra che qualcosa si è interrotto.

Una traccia testimonia che qualcosa è esistito o è passato.

Vicari non cerca quindi necessariamente di rappresentare il bosco nella sua interezza.

Ne mostra indizi.

È lo spettatore a ricostruire mentalmente ciò che manca.

La vulnerabilità attraverso l’assenza

Un paesaggio quasi vuoto può comunicare fragilità in maniera molto diversa da un’immagine di distruzione.

La riduzione diventa una forma di attenzione.

Meno elementi significa anche maggiore importanza per ogni segno.

Una linea sottile può indicare un albero.

Un’interruzione può suggerire una perdita.

Il tema ecologico emerge senza bisogno di rappresentare direttamente una catastrofe.

Dipingere un bosco significa anche ricordarlo

Il bosco nelle opere di Vicari può essere reale e mentale allo stesso tempo.

Un luogo osservato.

Ma anche un luogo ricordato.

La memoria non restituisce mai completamente ciò che abbiamo visto.

Seleziona.

Cancella.

Trasforma.

Questa qualità frammentaria avvicina le immagini al tema generale della mostra.

Anche la crisi ecologica viene spesso percepita attraverso segnali parziali.

I tre artisti costruiscono una stessa domanda

Le opere sono molto differenti, ma condividono una domanda.

Qual è oggi il posto dell’essere umano dentro il mondo naturale?

Roux-Fontaine riduce la figura davanti alla vastità della vegetazione.

Branca costruisce organismi nei quali artificiale e naturale diventano inseparabili.

Vicari mostra un paesaggio attraverso presenze fragili e incomplete.

Tre risposte differenti a un problema comune.

Interdipendenza invece di separazione

Uno dei concetti centrali dichiarati dalla mostra è quello di interdipendenza.

Significa riconoscere che nessuna forma di vita esiste completamente da sola.

Suolo.

Acqua.

Piante.

Animali.

Microrganismi.

Atmosfera.

Attività umane.

Tutti questi elementi partecipano a sistemi complessi nei quali una trasformazione può produrre conseguenze lontane dal luogo in cui è iniziata.

L’iperoggetto rende visibile il limite della nostra percezione

Il concetto di Morton torna proprio qui.

Possiamo comprendere razionalmente che un fenomeno esiste.

Ma questo non significa riuscire a percepirlo nella sua interezza.

La temperatura media globale è un dato.

Non un’esperienza sensoriale diretta.

L’estinzione di massa coinvolge migliaia di specie e tempi differenti.

Nessuno può osservarla tutta insieme.

L’arte può allora lavorare proprio su questa distanza tra conoscenza e percezione.

Gli oggetti quotidiani acquistano un altro significato

Una sedia.

Un lampadario.

Un muro.

Un pezzo di cemento.

All’interno della mostra elementi familiari possono apparire improvvisamente estranei.

Perché cambiano contesto.

Il salotto dentro una foresta non funziona più come uno spazio domestico.

Una sedia attraversata dalla vegetazione perde la propria funzione.

L’oggetto continua a essere riconoscibile.

Ma il significato cambia.

La natura non è necessariamente rassicurante

Una parte importante della cultura contemporanea associa la natura all’idea di benessere.

Boschi.

Passeggiate.

Paesaggi incontaminati.

La mostra introduce una visione più complessa.

La natura può essere bellissima.

Ma non esiste necessariamente per confortarci.

Una foresta può crescere senza l’uomo.

Un metallo può ossidarsi.

Una specie può scomparire.

La realtà ecologica non dipende dalle categorie estetiche con cui la osserviamo.

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