Una parete di mattoni di vetro

Riapro gli occhi, mi trovo immerso in una luce verde

Una parete di mattoni di vetro

 

 

 

 

Una parete di mattoni di vetro, coperti da una spessa incrostazione di sale.

L’atmosfera cambia continuamente.

Luci colorate, cangianti, si susseguono.

La luce sembra voler dialogare con la mia mente a riposo, nella penombra di questa stanza.

Ora la luce rosso e viola della parete copre ogni cosa, crea tensione. Sudo molto anche se in quella vaporosa stanzetta quattro per tre non fa molto caldo.

Dicono sia l’effetto del sale sulla parete che aspira l’umidità del corpo.

Sono immerso nel rosso. Penetra nel sangue e produce passione. Giro l’occhio e il viola immerge la mente all’idea della notte. Mi sento leggero, ombre si muovono nel silenzio, fruscii tra gli alberi entrati di forza dentro il pensiero. Un ticchettio improvviso, come di un picchio che prepara il suo nido, o il battito del tempo di un orologio lontano.

Silenzio, immerso in questa luce sento il sangue che scorre e il battito del mio cuore che segna inesorabile il tempo che vola.

E’ un tempo accelerato che batte con forza sulle tempie, mi fa male, chiudo gli occhi. Finalmente col buio torna il silenzio e l’orologio si ferma. In realtà il battito continua ma non lo sento più, ora respiro la calma.

Riapro gli occhi, Mi trovo immerso in una luce verde.

Sento l’aria fresca del mattino. La mente ammira prati verdi tutto intorno. In lontananza un albero isolato con ampie fronde rosate.

Sembra quasi di essere entrato in un quadro di Carlo Mattioli con l’albero che si staglia sul fondo verde chiaro che scivola perdendo la sua compattezza per trasformarsi in tanti rigagnoli di verde che scendono ai miei piedi. Mi sento come quel verde che si sta sciogliendo, controllo il pavimento immaginandolo un lago di verde. Ho i piedi immersi in un liquido inesistente. Richiudo gli occhi. Devo resettare il pensiero.

Ora tutto diventa azzurro intenso.

Scompaiono i campi, l’albero si dissolve.

Sto volando nel cielo. Sono diventato il gabbiano Jonathan che sale sempre più alto, verso il sole cocente. Ora tutto è diventato giallo, un giallo caldo che sale sempre più su verso il vuoto.

Chiudo gli occhi e mi giro, entro in una luce filtrata di grigio, mi pare quasi di essere immerso tra le nuvole del cielo di John Constable , quelle che in basso sono più piccole e sembrano più leggere, mentre in alto aumentano di volume e schermano  del tutto i raggi del sole.

Mi immagino accarezzato da milioni di minuscole gocce che scorrono sulla mia pelle mentre volteggio nel cielo. Guardo il mio corpo ma non vedo le penne e le piume di Jonathan .

La mia pelle è nuda ed espelle grosse gocce che mi fanno grondare. Non è più sogno, ma realtà: sono seduto in questa stanzetta in penombra e sudo.

Ora il sudore si color di rosso, mi guardo sono tutto coperto di sangue, sento la fronte grondare come se una corona di spine premesse sul capo. Cresce una sensazione di malessere che diventa dolore lancinante. Le spine mi fanno male, vorrei gridare “non sono io. Avete sbagliato persona” Nessun suono esce però dalla mia gola. Vorrei scappare ma è come negli incubi notturni, vorrei correre ma non riesco ad avanzare di un passo, un pericolo indefinito si avvicina, mi terrorizza, ed io sono fermo, Non riesco a scappare. Sto per gridare, apro gli occhi, persone attorno a me. Spero non si siano accorte di nulla.

L’atmosfera si distende; torna il verde.

Ma non è il verde riposante dei prati, ora è un verde tremolante. Sono immerso nel laghetto delle grandi ninfee di Monet, con le lunghe radici immerse che mi avvolgono, ho l’impressione che stringano e mi vogliano trascinare verso il fondo.

Mi alzo ed esco veloce da quella stanzetta quattro per tre.

Forse il corpo ha riposato.

Ma è stanca la mente!

 

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