TI ACCOMPAGNO

La mia generazione  arrivava all’età della formazione del pensiero, delle tensioni morali ma anche sessuali, della formazione della personalità e dell’individualità

TI ACCOMPAGNO

 

ti accompagno
Portogruaro ti accompagno

Abito in una cittadina di origine medievale della pianura veneta.

Una cittadina che si è sviluppata dal XV secolo per la sua posizione strategica nei confronti di Venezia.

Il fiume, un tempo facilmente navigabile fino al centro cittadino, collega la città al mare non molto lontano dalla laguna di Venezia.

Inoltre, la città è ai confini con il Friuli e ha sempre avuto una buona viabilità verso i paesi del nord.

Fu naturale, quindi, diventare un centro di interscambio commerciale di prodotti veneziani che arrivavano in barca da Venezia per proseguire via terra verso nord.

In aggiunta a questo fu una via preferenziale per i prodotti del Continente che arrivavano via terra da nord per poi proseguire in barca fino a Venezia.

Il vero centro della città, come per Venezia, era quindi l’acqua.

Questa lunga premessa per meglio capire la conformazione urbana della città, sviluppata su strade parallele ai due lati del fiume.

Due strade con la caratteristica che, nel centro storico delimitato da Torri (porta d’ingresso) a monte e a valle del fiume, tutte le case sono dotate di un portico.

Segnatamente, per questo motivo il centro cittadino è formato da due lunghi porticati ai lati delle strade che vanno da Torre a Torre.

Il porticato continua poi anche oltre le Torri a valle visto il ruolo del fiume verso il mare.

Non credo siano tante le città che permettono ai suoi abitanti di andare da un estremo all’altro del centro storico riparati dalla calura del sole estivo come dalle intemperie invernali.

Ebbene, quei “portici, in particolare quelli della via principale, a est del fiume, con i negozi, la piazza del Municipio, la facciata della Chiesa, furono il “PERIPATO” aristotelico della formazione itinerante di intere generazioni di adolescenti e ragazzi dai 16 ai vent’anni e oltre .

Ricordo che eravamo sedicenni nel 1965.

La mia generazione  arrivava all’età della formazione del pensiero, delle tensioni morali ma anche sessuali, della formazione della personalità e dell’individualità.

Eravamo un gruppetto di amici, d’infanzia o di scuola, e ogni sera ci incontravamo quasi puntuali, verso le 18.00, dopo un pomeriggio di studio.

Tutti presenti compreso chi non aveva ancora completato i compiti per il giorno dopo.

Il fatto non giustificava l’assenza: chi si trovava in questa scomoda situazione avrebbe lavorato dopo cena o affrontava il rischio l’indomani.

Eravamo in genere cinque o sei, ci si incontrava a metà del porticato di fronte alla piazza e da lì iniziava il rito “peripatetico” di passeggiare avanti e indietro discutendo fino alle 19.30 circa.

I temi più frequenti, considerata età e curiosità, erano le ragazze con i programmi di qualche festino da organizzare per farsi la fidanzatina.

Poi c’era lo sport con le nostre divisioni da tifosi.

Per il resto si discuteva un po’ di tutto ma in modo leggero senza grandi approfondimenti.

Il tempo passava talmente veloce che l’orario del rientro ci coglieva sempre di sorpresa, ma la conferma era data dal grande orologio del Campanile che immancabilmente ci avvisava con due rintocchi della mezz’ora trascorsa dalle 19.

Qualcosa cambiava però nei fine settimana, perché al gruppetto si univano i “foresti”.

I “foresti” erano quegli amici che passavano la settimana lontani da casa in quanto frequentavano scuole superiori con indirizzo specialistico non assicurato dalle scuole della città.

Essere foresti significava spesso diventare portatori di nuovi argomenti di discussione.

Entravano nuovi argomenti senza particolari approfondimenti.

Questi erano invece oggetto del seguito dell’attività peripatetica, quando il gruppo si scioglieva e a seconda della direzione si andava soli o in coppia verso casa.

Io continuavo in genere le discussioni con un amico, studente a Padova, col quale facevo metà del percorso, circa 500 metri poi, io a destra e lui a sinistra, per altri 500 metri.

In pratica le nostre case distavano circa 1000 metri.

Con Lui ben presto gli argomenti di discussione si facevano più impegnativi, economia, politica, religione e anche arte, dopo che nel 1964 eravamo stati assieme a vedere la 32^ Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia (quando la Biennale Arte si teneva negli anni pari, poi saltò il 1992 e da allora la troviamo negli anni dispari).

Mi ricordo ancora la discussione sulla teoria Keynesiana in economia che ci tenne impegnati per mesi.

Non capivamo molto, ma entrambi leggevamo e quella teoria per cui lo stato deve spendere quando c’è la crisi, fare opere per rilanciare la domanda di beni e quindi anche la produzione e l’occupazione ci intrigava molto.

Io più convinto, lui più dubbioso.

Chissà quali stupidaggini dicevamo, ma eravamo sicuri delle nostre idee al punto che al bivio che divideva le strade di casa non potevamo interrompere la discussione e uno dei due, continuando le sue argomentazioni, diceva “ti accompagno”.

Era l’inizio di un percorso a pendolo, avanti e indietro da casa mia a casa sua e viceversa.

Si faceva spesso tardi ma i genitori, con la tavola ancora imbandita per la cena, non si preoccupavano più di tanto perché ci vedevano sotto casa ogni mezz’ora.

“Ti rendi conto che se lo Stato fa Lavori pubblici in grande quantità (strade, ponti, scuole, case popolari ecc) poi si indebita e chi li paga i debiti?” diceva lui;

e io “Ma facendo lavori, fa lavorare imprese che devono assumere operai e questi allora possono consumare e chiedono prodotti che le fabbriche devono fare e quindi devono assumere anche loro: la disoccupazione cala, i consumi aumentano, la gente paga più tasse e quindi aiuta lo stato a pagare i debiti”.

In effetti sembrava tutto troppo facile e i dubbi erano tali che la discussione continuò per lungo tempo.

Non ricordo a quali conclusioni arrivavamo, ma mi pare che il tema sia ancora oggi attuale.

Altro argomento che ci tenne occupati per lungo tempo fu quello dell’Arte.

La visita alla Biennale di Venezia dell’estate 1964 ci aveva sconvolti.

Ci ponevamo il problema di come definire e come identificare un’opera d’arte e poi come si guarda un’opera d’arte.

Immaginate di avere davanti agli occhi “La scuola di Atene” di Raffaello o “Il Giudizio universale” di Michelangelo che allora non avevamo visto dal vivo in Vaticano, ma nei libri d’arte.

Avevamo anche cominciato leggere che la critica d’arte è una disciplina che nel corso del Novecento si è straordinariamente sviluppata e arricchita: non solo il gusto è cambiato, ma soprattutto la conoscenza delle opere e della loro storia.

Ci sentivamo preparati, eravamo convinti di capire Van Gogh e i puntini di colore degli impressionisti, e il Futurismo di Balla e Boccioni, il Cubismo di Picasso e altri movimenti d’arte del Novecento.

Ma trovare in uno dei padiglioni della Biennale un’opera composta da una vecchia secchia in metallo, sporca, con una catenella, in un angolo, fu un trauma.

Quella e altre visioni di quell’edizione della Biennale furono lo stimolo per discussioni che durarono anni.

Ricordo ancora con piacere i tanti “ti accompagno” che sono serviti per convincerci che l’arte è una materia particolarmente difficile e la sua comprensione richiede una grande libertà di pensiero e una disponibilità d’animo aperta, ma anche tanto studio e la consapevolezza che nell’arte nulla è scontato perché infiniti sono gli strumenti e le forme attraverso i quali si manifesta la creatività umana.

Grazie miei cari “ti accompagno”.

 

 

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