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ToggleThe World in Focus a Vienna: viaggi e spedizioni nell’archivio fotografico dell’Albertina

Autochrom (ALBERTINA, Wien. Dauerleihgabe der Höheren Graphischen Bundes–Lehr– und Versuchsanstalt)
Fonte immagine: https://www.albertina.at/
Dal 22 luglio al 26 ottobre 2026, The World in Focus a Vienna porta nelle sale dell’ALBERTINA Museum una selezione dedicata alla fotografia di viaggio e di spedizione, osservando il momento storico nel quale il nuovo medium fotografico cominciò progressivamente a sostituire il disegno come strumento per documentare luoghi lontani.
Curata da Anna Hanreich, l’esposizione riunisce esclusivamente fotografie provenienti dalle raccolte dell’ALBERTINA e dalla collezione della Höhere Graphische Bundes-Lehr- und Versuchsanstalt custodita dal museo in comodato permanente.
Alpi, Medio Oriente, territori della monarchia asburgica, India, Giappone e città europee entrano così in un percorso che non racconta soltanto la scoperta del mondo attraverso l’obiettivo.
Racconta anche chi fotografava, perché lo faceva e quale immagine di quei luoghi arrivava successivamente al pubblico.
The World in Focus: quando viaggiare significava riportare immagini dal mondo
Oggi fotografia e viaggio sembrano inseparabili.
Uno smartphone permette di documentare immediatamente una città, un paesaggio, una persona incontrata lungo il percorso.
Nell’Ottocento era completamente diverso.
La fotografia era una tecnologia recente.
Le attrezzature erano ingombranti.
Le procedure richiedevano preparazione.
E realizzare immagini lontano dallo studio poteva diventare un’impresa tecnica e logistica.
Eppure proprio la possibilità di ottenere immagini considerate precise, dettagliate e riproducibili rese progressivamente la fotografia uno strumento fondamentale per spedizioni, viaggi scientifici, imprese commerciali e documentazione di territori ancora poco conosciuti dal pubblico europeo.
Prima del fotografo c’era il disegnatore
Prima che la fotografia diventasse utilizzabile sul campo, molte spedizioni erano accompagnate da disegnatori.
Il loro compito era registrare paesaggi, monumenti, specie naturali, architetture e situazioni incontrate durante il viaggio.
La fotografia cambia radicalmente questo processo.
Non elimina immediatamente il disegno, ma introduce una modalità più rapida di produzione e moltiplicazione dell’immagine.
L’ALBERTINA sottolinea proprio questa trasformazione: rispetto ai disegnatori che accompagnavano le spedizioni, il fotografo poteva realizzare sul posto una documentazione più veloce e successivamente riproducibile.
Precisione e dettaglio diventano argomenti di credibilità
Le prime fotografie di viaggio venivano apprezzate anche per la loro apparente capacità di mostrare le cose “come erano”.
Un edificio.
Una montagna.
Un sito archeologico.
Una città.
Quella precisione attribuiva all’immagine fotografica un particolare valore documentario.
Ma The World in Focus invita anche a considerare ciò che sta intorno alla fotografia.
Chi aveva commissionato l’immagine?
Per quale scopo?
Quale punto di vista era stato scelto?
Che cosa rimaneva fuori dall’inquadratura?
La fotografia documentava un luogo, ma allo stesso tempo contribuiva a costruirne una rappresentazione.
Viaggiare significava anche esercitare potere
Il percorso non separa la storia della fotografia dalla storia politica.
Le grandi serie di viaggio nascono infatti all’interno di un secolo caratterizzato dall’espansione delle infrastrutture, dalla crescita della mobilità, dall’industrializzazione e da trasformazioni profonde nei rapporti di potere.
L’ALBERTINA parla esplicitamente di “shifting claims to power”, cioè di mutevoli rivendicazioni e strutture di potere, tra i temi leggibili attraverso le immagini esposte.
Questo significa che fotografare un territorio non era sempre un gesto neutrale.
Poteva essere parte di un processo di conoscenza.
Ma anche di catalogazione.
Esplorazione.
Amministrazione.
Appropriazione simbolica.
Le Alpi diventano territorio da esplorare
Tra le immagini presentate compare Gustav Jägermayer, autore nel 1863 di fotografie dedicate ai ghiacciai alpini.
Una di queste mostra il Kristallwassergletscher da nord-ovest.
Le montagne vengono registrate attraverso un mezzo capace di trasformare un ambiente difficile da raggiungere in una superficie osservabile da chi non era mai stato in quei luoghi.
La fotografia diventa quindi una forma di trasporto.
Non muove fisicamente il paesaggio.
Ma porta la sua immagine altrove.
Giorgio Sommer e l’Italia del Grand Tour
Un altro autore importante del percorso è Giorgio Sommer, fotografo attivo in Italia e tra i protagonisti della produzione fotografica destinata ai viaggiatori nell’Ottocento.
In mostra compare una veduta di Atrani, realizzata tra il 1868 e il 1870.
Il piccolo centro costiero viene osservato nella sua relazione tra case, pendio e mare.
Fotografie di questo tipo partecipano alla costruzione di un’immagine dell’Italia destinata a circolare ben oltre i luoghi rappresentati.
Il viaggio viene progressivamente accompagnato dalla possibilità di acquistare e conservare una memoria fotografica.
Quando nasce il turismo fotografico
La crescita della mobilità modifica anche il pubblico delle immagini.
Non soltanto studiosi o istituzioni.
Anche viaggiatori.
Turisti.
Collezionisti.
Le fotografie diventano souvenir.
Album.
Vedute acquistabili.
Ricordi di città visitate.
Un esempio significativo è il photochrom di Porta Felice e del porto di Palermo, prodotto tra il 1889 e il 1905 da Photoglob & Co. di Zurigo.
Il photochrom permetteva di ottenere immagini a colori a partire da negativi fotografici in bianco e nero mediante un procedimento di stampa.
Il risultato contribuiva a rendere ancora più attraente e facilmente commerciabile la veduta di viaggio.
Il porto come immagine di mobilità
La presenza del porto di Palermo è particolarmente significativa.
Un porto è contemporaneamente luogo di arrivo e di partenza.
Persone.
Merci.
Informazioni.
Immagini.
La fotografia di viaggio cresce proprio mentre i collegamenti diventano più rapidi e il mondo sembra progressivamente ridursi nelle distanze.
Il mezzo fotografico e la nuova mobilità avanzano quindi insieme.
Il Medio Oriente davanti all’obiettivo
Il percorso conduce anche in Egitto e a Gerusalemme.
Tra le opere esposte compare una fotografia di Anton Silberhuber che mostra la Sfinge e le piramidi intorno al 1890.
Sono soggetti che diventano presto centrali nella fotografia di viaggio ottocentesca.
Monumenti antichi.
Rovine.
Siti archeologici.
Paesaggi percepiti dal pubblico europeo come lontani ed esotici.
La fotografia permetteva di renderli familiari senza richiedere allo spettatore di raggiungerli fisicamente.
Francis Bedford e il viaggio reale
Tra gli autori compare anche il fotografo britannico Francis Bedford, con una veduta del tempio di Philae in Egitto del 1862.
Bedford appartiene a una generazione nella quale il fotografo comincia ad accompagnare veri e propri viaggi organizzati e spedizioni.
La sua presenza ricorda un elemento essenziale.
Quelle immagini non nascevano in uno studio.
Dietro ogni fotografia esisteva uno spostamento reale.
Attrezzature trasportate.
Tempi tecnici.
Condizioni climatiche.
Accesso ai luoghi.
Fotografare Gerusalemme
Il percorso presenta anche una veduta interna di Gerusalemme realizzata da Christian Paier nel 1864 e un autoritratto di Johann Victor Krämer sulla terrazza dell’Ospizio Austriaco di Gerusalemme, databile intorno al 1900.
Due immagini molto diverse.
Una guarda la città.
L’altra introduce direttamente il fotografo dentro il luogo del viaggio.
La presenza dell’autore ricorda che la fotografia non è mai completamente separata da chi la produce.
Il Giappone di Raimund Stillfried
Una delle immagini più significative arriva dal Giappone.
Raimund Stillfried von Rathenitz fotografa intorno al 1875 il complesso del Palazzo Imperiale di Tokyo.
La fotografia appartiene alla collezione della Höhere Graphische Bundes-Lehr- und Versuchsanstalt, oggi custodita all’ALBERTINA in comodato permanente.
Stillfried fu una figura importante nella produzione fotografica in Giappone durante la seconda metà dell’Ottocento.
Le sue immagini contribuirono alla circolazione europea di vedute, architetture e rappresentazioni del paese.
Una fotografia può costruire l’immagine di un intero paese
Quando il pubblico non possiede altre immagini di confronto, una fotografia assume un peso enorme.
Può diventare “il Giappone”.
“L’Egitto”.
“L’India”.
“Il Medio Oriente”.
Questo meccanismo è uno dei nodi più interessanti della mostra.
La fotografia non si limita a trasferire informazione.
Può contribuire a stabilire quali aspetti di un territorio vengano considerati rappresentativi.
India e monumenti come repertorio visivo
Tra le opere esposte compare anche una fotografia anonima del complesso templare Chintalarayaswami a Tadipatri, nell’Andhra Pradesh, appartenente alla serie Indian Pagodes del 1858-59.
La scelta del monumento produce una particolare idea del luogo.
Architettura.
Antichità.
Decorazione.
Scala.
La fotografia crea un archivio di forme destinato a circolare in contesti completamente differenti da quello originario.
La monarchia asburgica diventa immagine
La mostra non guarda però soltanto a territori geograficamente molto lontani.
Rientrano nel percorso anche aree appartenenti o legate all’universo della monarchia asburgica.
Raimund Stillfried fotografa nel 1889 Jajce con la cascata della Pliva, nell’attuale Bosnia ed Erzegovina.
Adolf Schoon von Corbitzthal documenta invece nel 1866-67 il ponte ferroviario sul Dniester presso Halicz, oggi in Ucraina.
Due soggetti differenti.
Un paesaggio urbano e naturale.
Un’infrastruttura.
Entrambi raccontano un territorio in trasformazione.