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ToggleThe Portfolio Parade a Monopoli: Erik Kessels porta a PhEST 56 talenti emergenti

Fonte immagine https://www.phest.info/
Dall’8 agosto al 1° novembre 2026, The Portfolio Parade a Monopoli porta negli spazi del Monastero di San Leonardo i lavori di 56 artisti emergenti selezionati da Erik Kessels, nell’ambito dell’undicesima edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte.
Realizzato in collaborazione con Fujifilm Italia, il progetto prende la forma di un’installazione costruita attraverso portfolio fotografici e nasce con un obiettivo preciso: mettere in discussione il modo tradizionale di presentare la fotografia e offrire la stessa visibilità a ricerche provenienti da Paesi, esperienze e linguaggi differenti.
Non una personale di Kessels, quindi, ma uno spazio affidato al suo sguardo curatoriale per osservare che cosa sta accadendo oggi nella fotografia emergente.
The Portfolio Parade: la fotografia esce dalla parete
Siamo abituati a un formato espositivo molto preciso.
Una fotografia.
Una cornice.
Una parete.
Una distanza da mantenere.
Poi l’immagine successiva.
The Portfolio Parade parte proprio dalla volontà di interrompere questa sequenza.
PhEST descrive il progetto come un’installazione giocosa e stimolante composta da portfolio fotografici, pensata per invitare i visitatori a esplorare le immagini in modi differenti e inattesi.
Il portfolio non è quindi semplicemente il materiale utilizzato per selezionare gli artisti.
Diventa parte dell’esperienza espositiva.
Cinquantasei artisti sullo stesso piano
L’edizione 2026 di The Portfolio Parade nasce da una open call internazionale.
Erik Kessels ha selezionato 56 artisti, riunendo progetti volutamente eterogenei.
MIA Photo Fair sottolinea un elemento particolarmente significativo: tutti i portfolio vengono presentati con uguale visibilità, senza costruire una gerarchia tra nomi già riconoscibili e autori meno conosciuti.
È una scelta che modifica anche il ruolo della mostra.
Non serve soltanto a esporre fotografie.
Diventa uno strumento per far emergere nuovi autori.
Un premio che diventa mostra
The Portfolio Parade è arrivato nel 2026 alla terza edizione.
Il progetto nasce all’interno di MIA Photo Fair BNP Paribas, dove Erik Kessels cura un programma dedicato alle nuove voci della fotografia contemporanea.
Gli artisti partecipano attraverso una selezione internazionale.
I portfolio scelti entrano poi in un’installazione collettiva.
Il passaggio è interessante perché trasforma uno strumento professionale – il portfolio – in qualcosa destinato direttamente al pubblico.
Il portfolio normalmente serve a essere scelti
Per un fotografo il portfolio possiede una funzione molto concreta.
Serve per presentarsi.
Mostrare una ricerca.
Convincere un curatore.
Partecipare a una selezione.
Cercare una galleria.
Raccontare in poche immagini il proprio lavoro.
Normalmente questo processo rimane dietro le quinte del sistema espositivo.
Kessels lo porta invece davanti agli spettatori.
Ciò che solitamente serve per arrivare alla mostra diventa la mostra stessa.
Non una sola idea di fotografia
Cinquantasei portfolio significano anche cinquantasei modi differenti di costruire una ricerca.
Ritratto.
Documentazione.
Archivio.
Fotografia concettuale.
Manipolazione.
Immagini vernacolari.
Progetti personali.
Indagini sul paesaggio.
Il punto non è individuare uno stile dominante.
È mostrare quanto sia difficile, oggi, definire la fotografia attraverso un solo linguaggio.
Fotografare non significa più necessariamente produrre una singola immagine
La fotografia contemporanea può essere una stampa.
Ma può anche diventare libro.
Sequenza.
Archivio.
Installazione.
Oggetto.
Materiale da manipolare.
Immagine trovata e successivamente ricontestualizzata.
The Portfolio Parade lavora proprio su questa espansione dei confini.
Il file di partenza descrive infatti il progetto come una piattaforma che rompe con i formati espositivi tradizionali e invita a riflettere su un linguaggio fotografico in continua evoluzione.
Erik Kessels e le fotografie che nessuno guardava
La scelta di affidare il progetto a Erik Kessels non è casuale.
Nato nei Paesi Bassi, artista, curatore e communication designer, Kessels ha costruito buona parte della propria ricerca lavorando proprio con immagini che normalmente non entrerebbero in un museo.
Fotografie familiari.
Immagini anonime.
Scatti amatoriali.
Fotografie prodotte per scopi pratici.
Materiali recuperati da archivi, mercatini e collezioni.
Il suo sito definisce questa pratica attraverso la fotografia vernacolare e la narrazione visiva, mentre PhEST insiste sulla sua capacità di riappropriarsi e ricontestualizzare immagini preesistenti.
Found photography: trovare invece di fotografare
La found photography parte da una domanda particolare.
Per creare un lavoro fotografico è sempre necessario scattare una nuova fotografia?
Kessels ha dimostrato ripetutamente che la risposta può essere no.
Un’immagine già esistente può essere separata dal contesto per il quale era stata prodotta.
Può essere accostata ad altre immagini.
Ingrandita.
Pubblicata.
Archiviata.
Trasformata in installazione.
Il significato cambia perché cambia il modo in cui la guardiamo.
Le fotografie ordinarie possono diventare straordinarie
È uno dei principi che attraversano molti progetti di Kessels.
Una fotografia apparentemente banale può contenere qualcosa di sorprendente.
Un errore.
Una ripetizione.
Un dettaglio involontario.
Una stranezza.
Un gesto quotidiano.
La sua ricerca non cerca necessariamente l’immagine tecnicamente perfetta.
Può concentrarsi proprio su ciò che normalmente verrebbe scartato.
Più di cento libri
Il libro fotografico occupa un posto centrale nel lavoro di Kessels.
PhEST e MIA Photo Fair ricordano che l’artista ha pubblicato oltre cento libri basati anche su immagini riappropriate.
Il suo sito raccoglie progetti editoriali come In Almost Every Picture, Useful Photography, Album Beauty e molte altre pubblicazioni costruite attraverso immagini ritrovate, sequenze, archivi e associazioni visive.
Anche qui ritorna la stessa idea.
Una fotografia cambia quando viene messa accanto a un’altra.
Useful Photography e le immagini nate per servire
Il progetto editoriale Useful Photography è particolarmente significativo.
La rivista raccoglie fotografie originariamente prodotte per scopi pratici e normalmente escluse dalla storia dell’arte: immagini di cataloghi, manuali, confezioni, annunci, istruzioni e altre tipologie visive quotidiane.
Guardate fuori dal loro contesto, queste fotografie cominciano a raccontare qualcos’altro.
Una società.
Un modo di rappresentare i corpi.
Una convenzione visiva.
Un’epoca.
Il lavoro del curatore consiste anche nel rendere visibile questa possibilità.
Selezionare significa già costruire un racconto
Ogni portfolio è una selezione.
Un fotografo può avere realizzato migliaia di immagini.
Nel portfolio ne rimangono poche.
Scegliere quali conservare modifica completamente la lettura del progetto.
Anche la curatela funziona attraverso un procedimento simile.
Kessels seleziona alcuni portfolio tra quelli ricevuti.
Poi li mette insieme.
Il risultato non è quindi una semplice somma di fotografie.
È una nuova relazione tra lavori nati indipendentemente.
MIA Photo Fair come punto di partenza
La versione 2026 di The Portfolio Parade è stata presentata a marzo alla MIA Photo Fair BNP Paribas di Milano.
Si trattava della terza edizione del premio, sviluppato in collaborazione con Fujifilm Italia e dedicato espressamente alla fotografia contemporanea emergente.
Da Milano il progetto è arrivato successivamente a Monopoli.
Il passaggio da una fiera specializzata a un festival modifica inevitabilmente anche il pubblico.
Dalla fiera al festival
In una fiera fotografica il pubblico comprende galleristi, collezionisti, professionisti e addetti ai lavori.
A PhEST la platea si allarga.
Turisti.
Appassionati.
Abitanti.
Visitatori che magari entrano nell’esposizione senza conoscere nessuno degli autori.
Il portfolio smette quindi di essere soltanto uno strumento professionale.
Può diventare il primo incontro tra un artista e una persona che non ne aveva mai visto il lavoro.
Fujifilm Italia e la materialità della fotografia
Il progetto è realizzato in collaborazione con Fujifilm Italia.
Alla MIA Photo Fair i 56 portfolio sono stati stampati su carta Fujifilm e presentati insieme in uno spazio dedicato.
È un elemento interessante in un momento in cui gran parte delle fotografie viene vista esclusivamente attraverso schermi.
Qui le immagini tornano a essere oggetti.
Carta.
Formato.
Superficie.
Sequenza.
Qualcosa che occupa fisicamente uno spazio.
Guardare un portfolio è diverso dallo scorrere immagini
Sul telefono un’immagine può scomparire con il movimento di un dito.
Subito arriva quella successiva.
Un portfolio richiede invece una sequenza.
Una pausa.
Un rapporto tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo.
La lettura è meno casuale.
Ogni immagine modifica quella precedente.
Il formato stesso invita quindi a una modalità di osservazione differente.
Gli artisti emergenti non devono necessariamente assomigliarsi
Un premio potrebbe cercare il “migliore”.
The Portfolio Parade sembra lavorare soprattutto sulla pluralità.
Gli artisti selezionati provengono da numerosi Paesi e utilizzano approcci molto differenti. L’elenco ufficiale della terza edizione comprende autori dall’Italia, Europa, Stati Uniti, America Latina, Asia e Medio Oriente.
La fotografia emergente non viene quindi presentata come una tendenza uniforme.
È un campo attraversato da direzioni differenti.
Anche il concetto di talento può essere messo in discussione
Una selezione crea inevitabilmente un confine.
Qualcuno entra.
Qualcuno rimane fuori.
Ma il progetto cerca almeno di evitare un secondo livello gerarchico all’interno dell’installazione.
Una volta selezionati, i portfolio vengono presentati sullo stesso piano.
Il nome più riconoscibile non dovrebbe necessariamente avere più spazio.
Il formato prova così a riportare l’attenzione sull’immagine.