
Fonte immagine https://fondazionealbertoperuzzo.it/
Dal 5 settembre al 4 ottobre 2026 la Galleria Civica Cavour di Padova ospitaSul futuro del corpo, mostra collettiva curata da Barbara Codogno che riunisce 55 opere di 17 protagonisti della nuova figurazione internazionale.
Pittura e scultura riportano il corpo al centro dell’attenzione non semplicemente come soggetto da rappresentare, ma come luogo nel quale si incontrano identità, memoria, desiderio, controllo, tecnologia, vulnerabilità e trasformazione.
Il progetto è realizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova e con la partecipazione della Fondazione Alberto Peruzzo e della Fondazione Coppola.
Che cosa significa parlare oggi del futuro del corpo
Il titolo contiene una domanda che riguarda direttamente il presente.
Il corpo è sempre più fotografato, misurato, monitorato e trasformato in dati.
Immagini, applicazioni, algoritmi e dispositivi registrano continuamente aspetti della nostra presenza fisica, mentre una parte crescente delle relazioni e delle esperienze si svolge in ambienti digitali.
La mostra parte da questa condizione per chiedersi che cosa rimanga dell’esperienza concreta del corpo quando la sua rappresentazione rischia di diventare più importante della presenza stessa.
È qui che pittura e scultura acquistano un significato particolare.
Entrambe dipendono dalla materia, dal gesto e dal tempo.
Il corpo non è soltanto un’immagine
La fotografia digitale può essere duplicata all’infinito.
Un corpo, invece, rimane irripetibile.
Cambia con il tempo.
Porta tracce dell’esperienza.
Può essere vulnerabile, desiderato, controllato, modificato.
Sul futuro del corpo concentra l’attenzione proprio su questa distanza tra corpo vissuto e corpo rappresentato.
La figura umana torna così al centro della ricerca artistica come strumento per osservare le trasformazioni della società contemporanea.
Cinquantacinque opere e diciassette artisti
Gli artisti presenti sono:
Radu Belcin, Enrica Berselli, Luca Bidoli, Greta Bisandola, Angelo Brugnera, Chiara Calore, Fabbio Copercini, Chandra Fanti, Angelo Giordano, Alfio Giurato, Maurizio L’Altrella, Julio Larraz, Nunzio Paci, Flavia Pitiș, Stefano Reolon, Nicola Samorì e Markus Schinwald.
Le 55 opere costruiscono un percorso articolato in differenti nuclei tematici.
Non viene proposta una sola interpretazione del corpo.
Ogni artista lo osserva da una prospettiva diversa.
Quando l’identità comincia a dissolversi
Un primo gruppo di lavori affronta il rapporto tra figura, immagine e memoria.
Nelle ricerche di Radu Belcin, Flavia Pitiș, Alfio Giurato e Nicola Samorì la figura appare e contemporaneamente sembra perdere stabilità.
La superficie non offre necessariamente una rappresentazione rassicurante.
Il volto o il corpo possono consumarsi, modificarsi, diventare incompleti.
L’immagine lascia così affiorare il tempo e ciò che rimane della memoria oltre l’apparenza immediata.
Nicola Samorì e una figura che non rimane intatta
La ricerca di Nicola Samorì rende particolarmente evidente quanto la rappresentazione possa essere anche trasformazione.
La figura non viene necessariamente conservata nella sua integrità.
La superficie pittorica può essere attraversata da alterazioni e interventi che mettono in crisi l’idea stessa di immagine stabile.
Il corpo rappresentato smette quindi di coincidere con un modello perfetto.
Porta con sé il tempo, il cambiamento e la possibilità della perdita.
Corpo umano e natura tornano a incontrarsi
Un altro nucleo riunisce Angelo Brugnera, Nunzio Paci, Enrica Berselli e Chiara Calore.
Qui il limite tra corpo umano e natura diventa meno netto.
Anatomia, vegetazione e organismi possono contaminarsi e produrre forme nelle quali l’essere umano non appare più completamente separato dal resto del vivente.
È una prospettiva significativa in un momento storico nel quale la relazione tra uomo e ambiente è continuamente rimessa in discussione.
Il corpo non viene più osservato come sistema isolato.
Diventa parte di una rete biologica più ampia.
Nunzio Paci e un’anatomia che incontra il vivente
Nel lavoro di Nunzio Paci, corpo e natura possono condividere lo stesso spazio visivo.
La struttura anatomica entra in relazione con forme vegetali e organiche.
L’immagine suggerisce che la separazione tra essere umano e ambiente sia molto meno assoluta di quanto siamo abituati a pensare.
La trasformazione non assume necessariamente il significato di perdita.
Può diventare anche contaminazione e continuità.
Il corpo tra mito e spiritualità
Stefano Reolon, Maurizio L’Altrella, Chandra Fanti e Luca Bidoli introducono nel percorso un’altra dimensione.
La figura umana viene messa in relazione con archetipi, simboli religiosi e iconografie della tradizione occidentale.
Il corpo diventa così il luogo nel quale materia e trascendenza possono ancora incontrarsi.
È una questione antichissima.
Da secoli l’arte utilizza la figura umana per rappresentare ciò che non è direttamente visibile: divinità, sacrificio, dolore, morte, resurrezione.
La mostra dimostra come questi temi possano continuare a essere reinterpretati attraverso linguaggi contemporanei.
La vulnerabilità mette in discussione il corpo perfetto
La ricerca di Angelo Giordano introduce direttamente il tema del limite.
La società contemporanea propone spesso un ideale di corpo efficiente, controllato e continuamente migliorabile.
Allenamento.
Prestazione.
Tecnologia.
Ottimizzazione.
Eppure il corpo reale rimane vulnerabile.
È proprio questa condizione che la ricerca dell’artista rimette al centro, opponendola al mito di un essere umano capace di superare ogni limite attraverso tecnologia ed efficienza.
Anche il corpo è un territorio politico
Il corpo non appartiene soltanto alla sfera privata.
Può essere controllato.
Regolato.
Escluso.
Utilizzato come simbolo.
Nella sezione più direttamente politica della mostra intervengono Markus Schinwald, Julio Larraz, Fabbio Copercini e Greta Bisandola.
Le loro ricerche affrontano questioni differenti, ma condividono l’idea che il corpo sia uno dei luoghi nei quali diventano visibili i rapporti di potere.
Markus Schinwald e i dispositivi che condizionano il corpo
Con Markus Schinwald l’attenzione si concentra sui meccanismi che possono disciplinare comportamento e identità.
Molte forme di controllo non sono immediatamente riconoscibili.
Non assumono necessariamente l’aspetto di una costrizione fisica.
Possono essere incorporate nelle abitudini, nei codici sociali e nei modelli attraverso i quali impariamo a presentarci agli altri.
Il corpo diventa così il punto nel quale regole invisibili acquistano una forma concreta.
Julio Larraz tra corpo, esilio e geopolitica
La presenza di Julio Larraz introduce nel percorso la dimensione dell’esilio, della storia e della geopolitica.
La Fondazione Alberto Peruzzo presta alla mostra due dipinti della propria collezione: The Exiled del 2018 e A Video Show in the War Room del 2009.
Le due opere vengono presentate al pubblico dopo la recente acquisizione da parte della Fondazione.
Nei lavori di Larraz la dimensione individuale dei protagonisti entra in relazione con scenari più ampi di potere, conflitto e instabilità.
Il corpo non può essere separato dalla storia nella quale si trova.
Fabbio Copercini e la figura di Pasolini
Nel percorso di Fabbio Copercini compare invece Pier Paolo Pasolini.
Il suo corpo diventa il punto di partenza per una riflessione sul sacrificio e sulla violenza.
La figura di Pasolini possiede già nella cultura italiana un significato che supera la semplice biografia.
Scrittore, poeta, regista e intellettuale, è diventato anche un simbolo delle contraddizioni politiche e sociali del Novecento.
La sua presenza nella mostra porta quindi il corpo dentro la memoria collettiva.
Greta Bisandola e il corpo come archivio
Con Greta Bisandola il corpo viene osservato anche come archivio genetico ereditario.
Ogni individuo conserva fisicamente informazioni provenienti dalle generazioni precedenti.
Il corpo è quindi contemporaneamente presente e memoria.
Ciò che siamo non inizia completamente con noi.
Il patrimonio biologico porta tracce di una storia precedente alla nostra stessa nascita.
Identità significa anche memoria
Uno degli elementi che attraversano più profondamente la mostra riguarda proprio la memoria.
Non soltanto quella consapevole.
Il corpo ricorda attraverso cicatrici, posture, invecchiamento e trasformazioni.
Conserva conseguenze di esperienze che possono non essere immediatamente visibili.
In questo senso la figura umana diventa una sorta di archivio.
Ma, a differenza di un archivio digitale, non rimane immutabile.
Continua a cambiare.
L’intelligenza artificiale modifica anche il modo di vedere noi stessi
Il progetto nasce in un momento nel quale la produzione di immagini artificiali sta rendendo sempre più complesso distinguere rappresentazione, simulazione e presenza.
Un volto può essere modificato.
Un corpo può essere ricreato.
Una persona che non esiste può apparire perfettamente credibile.
La domanda posta dalla mostra diventa quindi particolarmente attuale: che valore assume la presenza fisica quando l’immagine può essere costruita indipendentemente dal corpo?
La risposta non viene affidata a una teoria tecnologica.
Viene cercata attraverso pittura e scultura.
Perché tornare alla pittura
La pittura richiede tempo.
Il colore viene depositato fisicamente sulla superficie.
Può essere cancellato, coperto, modificato.
Ogni intervento lascia una traccia.
Questa materialità costituisce una differenza importante rispetto alla velocità con cui molte immagini contemporanee vengono prodotte, replicate e consumate.
Non significa opporre semplicemente analogico e digitale.
Significa ricordare che esistono immagini nelle quali il processo di realizzazione rimane parte fondamentale del risultato.