STATIC CINEMA 2026

- DATA INIZIO: 03/09/2026

- DATA FINE: 24/09/2026

- LUOGO: San Pietro – Cantieri del Contemporaneo - Venezia

- INDIRIZZO: Campo San Pietro, Castello 71, 30122 - Venezia

- TEL: +39 345 3373849

- SITO WEB: art-icon.org

- ULTERIORI INFORMAZIONI: Seconda edizione di STATIC CINEMA, mostra collettiva a cura di Danila Tkachenko e Slavica Veselinović, organizzata e prodotta da ART-ICON in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Opening giovedì 3 settembre 2026 alle ore 18.30, con performance di Brandi Divine. Orari: martedì-domenica 14.00-18.00; lunedì chiuso. Sono possibili visite su prenotazione contattando +39 345 3373849 oppure info@art-icon.org. Ingresso libero.

- NOTE AGGIUNTIVE: STATIC CINEMA 2026 esplora il territorio intermedio tra fotografia e cinema, immagine fissa e movimento, documento e costruzione narrativa. Fotografi, artisti e autori provenienti da generazioni e contesti differenti mettono in relazione fotografia documentaria, ritratto, staged photography, ricerca concettuale e fotogramma cinematografico, interrogando la capacità di una singola immagine di suggerire un prima e un dopo.

Locandina di STATIC CINEMA 2026 a Venezia con data del vernissage e artisti partecipanti
La locandina di STATIC CINEMA 2026 introduce la seconda edizione del progetto dedicato al dialogo tra fotografia e cinema.

 

Dal 3 al 24 settembre 2026 STATIC CINEMA 2026 a Venezia riunisce a San Pietro – Cantieri del Contemporaneo, in Campo San Pietro a Castello, artisti affermati e nuove generazioni intorno a una domanda apparentemente semplice: che cosa accade quando il cinema si ferma e una fotografia sembra invece cominciare a muoversi?

Curata da Danila Tkachenko e Slavica Veselinović e organizzata da ART-ICON, la seconda edizione del progetto si svolge in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e attraversa fotografia documentaria, ritratto, staged photography, ricerca concettuale e immagini provenienti dal cinema.

Tra i protagonisti figurano Nick Zinner, Julia Fullerton-Batten, Graziano Arici, Bernis von zur Muehlen, Lindsay Elizabeth Warner, Natalie Curtis, Lars von Trier, Yung-Hsiang Chou e David Allan Brandt, insieme ad altri autori internazionali.

Che cosa succede quando un’immagine si ferma

Il titolo Static Cinema contiene già un paradosso.

Il cinema è movimento. Una fotografia è, almeno apparentemente, immobilità.

Eppure entrambi costruiscono immagini attraverso luce, inquadratura, composizione, atmosfera, gesti e tempo.

La mostra parte proprio dal punto nel quale questa distinzione comincia a perdere stabilità.

Una fotografia può suggerire ciò che è accaduto prima dello scatto e ciò che potrebbe accadere subito dopo. Un fotogramma sottratto a un film può invece perdere la funzione che aveva all’interno della sequenza e trasformarsi in un’immagine autonoma.

La fotografia può contenere un film?

Una singola fotografia non possiede materialmente un prima e un dopo.

Può però farli immaginare.

Un gesto interrotto, una figura che sembra attraversare lo spazio, un volto rivolto verso qualcosa che rimane fuori dall’inquadratura sono sufficienti per mettere in movimento la mente dello spettatore.

È questa possibilità narrativa a interessare STATIC CINEMA.

L’immagine non racconta necessariamente tutta la storia.

Lascia uno spazio vuoto e invita chi guarda a completarlo.

E se il cinema diventasse fotografia?

Il movimento opposto avviene quando un fotogramma viene estratto dal film.

Dentro una sequenza cinematografica ogni immagine dura una frazione di tempo e viene immediatamente sostituita dalla successiva.

Se la si ferma, però, cambia il modo in cui viene guardata.

Diventano visibili composizione, postura, luce e dettagli che durante la proiezione possono passare quasi inosservati.

La durata dello spettatore sostituisce quella stabilita dal montaggio.

Lars von Trier fuori dalla sequenza cinematografica

Uno dei casi più espliciti della mostra è quello di Lars von Trier.

A Venezia alcuni fotogrammi dei suoi film vengono sottratti alla narrazione cinematografica e presentati come immagini autonome.

Il passaggio cambia radicalmente la loro condizione.

Non conducono più automaticamente verso il fotogramma successivo e non possono essere interpretati soltanto attraverso il ritmo del film.

Lo spettatore può fermarsi.

Un’immagine pensata originariamente come parte di una sequenza entra così nel territorio della fotografia.

Realtà e finzione cominciano a sovrapporsi

Il confine tra fotografia e cinema non riguarda soltanto il movimento.

Coinvolge anche il rapporto con la realtà.

La fotografia è stata a lungo associata all’idea di testimonianza: qualcosa è stato realmente davanti all’obiettivo.

Il cinema viene invece collegato più facilmente alla costruzione narrativa.

Ma queste categorie funzionano sempre meno in modo rigido.

Una fotografia può essere progettata in ogni dettaglio e trasformarsi in una scena completamente costruita. Un’immagine cinematografica può invece conservare una presenza, un luogo o un gesto estremamente concreti.

STATIC CINEMA lavora proprio in questo territorio intermedio.

Julia Fullerton-Batten e la fotografia costruita come una scena

La ricerca di Julia Fullerton-Batten rappresenta bene questa possibilità.

Le sue fotografie utilizzano spesso una costruzione scenica elaborata, nella quale ambienti, luce, personaggi e composizione vengono progettati con una logica vicina a quella cinematografica.

Nella selezione veneziana entra anche la serie Hollywood, dedicata alla costruzione del mito della capitale del cinema e alla distanza tra sogno, spettacolo e disillusione.

L’immagine è fissa, ma l’organizzazione della scena suggerisce una storia che sembra estendersi oltre i bordi della fotografia.

Graziano Arici e la memoria della Mostra del Cinema

Con Graziano Arici il rapporto tra fotografia e cinema assume una forma differente.

Il fotografo veneziano ha documentato per decenni la vita culturale della città e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, costruendo un vasto archivio di attori, registi e artisti.

Tra le immagini presentate in STATIC CINEMA compare anche un ritratto di Claudia Cardinale.

Qui il cinema non viene ricostruito attraverso una scena.

Entra nella fotografia attraverso le persone che ne hanno costruito la storia.

Il ritratto ferma ciò che il cinema mette in movimento

Un attore al cinema esiste attraverso il movimento, la voce e una successione di scene.

Nel ritratto fotografico tutto questo scompare.

Rimane un solo istante.

Proprio questa sottrazione può però produrre una forma differente di intensità.

Il personaggio cinematografico lascia temporaneamente posto alla persona fotografata, mentre lo spettatore può osservare un volto senza che il montaggio gli imponga quando passare all’immagine successiva.

Nick Zinner e la vita sulla strada

Il rapporto con il movimento torna nel lavoro di Nick Zinner, fotografo e musicista, noto anche come chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs.

Le sue immagini nascono frequentemente durante viaggi, concerti e spostamenti.

Folle, strade, incontri e frammenti quotidiani costruiscono una sorta di diario visivo nel quale l’immagine fissa conserva l’energia di una vita continuamente in movimento.

Tra le opere associate alla mostra compare Flames, California 2006.

In questo caso il cinema non deriva dalla messa in scena, ma dalla sensazione che qualcosa stia continuando oltre il momento fotografato.

Natalie Curtis e l’ora esatta di una fotografia

Natalie Curtis introduce un’altra relazione con il tempo.

Una fotografia realizzata nel 2015 al The White Hotel di Manchester porta come titolo 03:26, M3 7LW.

L’ora dello scatto e il codice postale del luogo diventano parte stessa dell’opera.

L’immagine non viene quindi collocata genericamente nel passato.

È ancorata a coordinate molto precise.

Fotografia, esperienza e memoria finiscono per coincidere in un solo punto temporale.

Bernis von zur Muehlen e una distanza di mezzo secolo

La collettiva non guarda soltanto alla fotografia contemporanea.

Bernis von zur Muehlen è rappresentata da un’opera degli anni Settanta, introducendo nel percorso una distanza temporale significativa rispetto alle pratiche più recenti.

L’accostamento permette di osservare come sia cambiato nel tempo il rapporto tra fotografia, corpo, messa in scena e narrazione.

Le tecnologie si trasformano.

Ma il problema di ciò che una singola immagine può suggerire senza mostrare tutto rimane.

Lindsay Elizabeth Warner tra ritratto e intimità

Anche Lindsay Elizabeth Warner lavora in una zona nella quale la fotografia può assumere una forte dimensione narrativa.

Ritratto, intimità e immaginario contemporaneo convivono nelle immagini, mentre la relazione con il soggetto può diventare parte della costruzione visiva.

La mostra mette così in dialogo pratiche molto lontane tra loro senza cercare di uniformarle.

È proprio la differenza tra approcci e generazioni a rendere evidente quante forme possa assumere oggi un’immagine “cinematografica”.

Documentare non significa rinunciare alla narrazione

Una fotografia documentaria può sembrare l’opposto di una scena costruita.

Eppure anche un’immagine nata dall’osservazione del reale contiene scelte.

Il fotografo decide dove posizionarsi.

Sceglie che cosa includere e che cosa lasciare fuori.

Determina il momento esatto dello scatto.

L’immagine documenta ciò che era presente, ma la selezione costruisce inevitabilmente anche una narrazione.

STATIC CINEMA porta quindi sullo stesso terreno pratiche documentarie e staged photography non per cancellarne le differenze, ma per osservare ciò che condividono.

Il fuori campo continua la fotografia

Il cinema ha reso familiare il concetto di fuori campo.

Ciò che non vediamo può essere altrettanto importante di ciò che compare nell’inquadratura.

Lo stesso vale per una fotografia.

Un soggetto può guardare verso qualcosa che rimane invisibile.

Una persona può essere sul punto di entrare o uscire dalla scena.

Un gesto può suggerire un avvenimento che non viene mostrato.

È proprio attraverso questi elementi incompleti che l’immagine fissa riesce spesso a produrre movimento mentale.

Il tempo non coincide sempre con la durata

Una fotografia viene realizzata in un istante, ma può contenere tempi molto più lunghi.

Può rimandare a una memoria.

Può lasciare immaginare un futuro.

Può essere osservata per pochi secondi oppure per molti minuti.

Il cinema, al contrario, possiede una durata stabilita.

Quando un fotogramma viene fermato, questa durata viene interrotta.

La mostra utilizza proprio queste differenze per chiedere se immobilità e movimento siano davvero categorie così nette.

Lo spettatore completa ciò che manca

A un certo punto il confine tra fotografia e cinema si sposta verso chi guarda.

È lo spettatore a ricostruire il prima e il dopo.

Una fotografia non ha bisogno di mostrare una sequenza per suggerirla.

Basta un dettaglio capace di mettere in moto una domanda.

Che cosa è appena successo?

Che cosa accadrà dopo?

È in questa capacità di produrre narrazione senza svilupparla completamente che l’immagine fissa può diventare una sorta di cinema potenziale.

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