
Fonte immagine https://www.phest.info/
Dall’8 agosto al 1° novembre 2026, Sara Munari a Monopoli presenta ArkOne al Monastero di San Leonardo, nell’ambito dell’undicesima edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte.
Il progetto costruisce un futuro distopico attraverso le forme apparentemente credibili di un archivio: fotografie, lettere, documenti, reperti e testimonianze vengono utilizzati per dare consistenza a una vicenda che non è reale, ma deliberatamente costruita dall’artista.
Al centro c’è una domanda che attraversa l’intero lavoro: che cosa saremmo disposti a sacrificare pur di garantirci la sopravvivenza?
ArkOne: un archivio di qualcosa che non è mai accaduto
Un archivio normalmente conserva le tracce di ciò che è avvenuto.
Un documento.
Una fotografia.
Una lettera.
Un reperto.
Elementi che utilizziamo per ricostruire il passato.
Sara Munari parte proprio dall’autorevolezza che attribuiamo a questi materiali e la utilizza per costruire una storia alternativa.
ArkOne assume quindi l’aspetto di una raccolta di prove.
Ma ciò che queste prove sembrano documentare appartiene alla finzione.
È uno spostamento decisivo: invece di chiedere allo spettatore di immaginare semplicemente un futuro, l’artista costruisce le testimonianze materiali di quel futuro come se fosse già accaduto.
La Stele dell’Ararat appartiene alla fiction
Il primo nucleo narrativo ruota attorno alla cosiddetta Stele dell’Ararat.
Nel racconto costruito dall’artista, il reperto sarebbe rimasto occultato per decenni e sarebbe stato finalmente decodificato nel 2022.
Il suo messaggio conterrebbe un avvertimento geologico destinato a culminare il 23 maggio 2030.
È importante però mantenere sempre chiara la natura dell’opera: questa stele e la previsione non sono presentate come fatti storici o scientifici reali.
Sono dispositivi narrativi.
Servono a costruire un mondo abbastanza plausibile da costringerci a interrogarci su quello reale.
Una data precisa rende la finzione più credibile
23 maggio 2030.
Una data precisa produce un effetto completamente diverso da un generico “nel futuro”.
Trasforma l’ipotesi in conto alla rovescia.
Sembra qualcosa che possa essere segnato sul calendario.
È uno dei meccanismi attraverso cui ArkOne lavora sulla credibilità.
Più la fiction utilizza forme simili a quelle dei documenti reali, più diventa necessario osservare attentamente ciò che stiamo leggendo.
Le prove costruiscono la storia
Nel progetto compaiono lettere, resti ossei, fotografie e documenti.
Sono materiali che normalmente associamo alla prova.
Un osso sembra dimostrare che qualcosa sia esistito.
Una lettera sembra testimoniare una relazione.
Un documento amministrativo suggerisce l’esistenza di un sistema organizzato.
Munari utilizza proprio questa fiducia.
Ogni elemento aggiunge un frammento.
E progressivamente lo spettatore può avere la sensazione di trovarsi davanti all’archivio di un evento reale.
SaMu e le voci degli esclusi
La narrazione ufficiale del progetto parla delle tracce lasciate da SaMu e delle testimonianze di coloro che sono rimasti esclusi dai meccanismi di selezione e sopravvivenza.
L’archivio non racconta quindi soltanto chi riesce a salvarsi.
Conserva anche ciò che rimane di chi viene scartato.
Persone.
Vite.
Specie.
Memorie.
La catastrofe immaginaria diventa così lo scenario attraverso il quale interrogare una questione molto concreta: chi decide che cosa merita di essere conservato?
Sopravvivere significa essere selezionati
Ogni arca implica una selezione.
Qualcosa entra.
Qualcosa rimane fuori.
Il riferimento all’arca porta inevitabilmente con sé un immaginario antico: salvare una parte della vita davanti a una distruzione generale.
ArkOne trasporta questo schema dentro una società dominata da corporation, algoritmi e logiche di mercato.
Il problema non è più soltanto trovare spazio.
È stabilire chi può permetterselo.
ArkOne Inc.: quando la catastrofe diventa un mercato
Nel secondo capitolo compare ArkOne Inc., corporation immaginaria costruita all’interno del progetto.
La società non provoca il disastro.
Fa qualcosa di diverso.
Lo trasforma in un’opportunità economica.
La sopravvivenza viene organizzata attraverso un sistema contrattuale.
L’accesso all’Arca non è un diritto.
Diventa una transazione.
È qui che la distopia di Munari si avvicina maggiormente a questioni del presente.
Il Contratto di Cessione del Tempo
Nella fiction compare un “Contratto di Cessione del Tempo”.
Per ottenere un posto sull’Arca bisogna rinunciare a qualcosa.
Memoria.
Oppure anni della propria vita.
Il denaro sembra non essere più sufficiente.
La valuta diventa ciò che normalmente consideriamo inseparabile dalla persona.
Il proprio passato.
Il proprio tempo.
Quanto vale un ricordo?
Attribuire un prezzo a un oggetto è relativamente semplice.
Attribuirlo a un ricordo è molto più difficile.
Quanto vale un giorno dell’infanzia?
Un volto?
Una relazione?
Un’esperienza?
La finzione porta questa domanda fino a una conseguenza estrema.
Se la memoria potesse essere ceduta, qualcuno potrebbe decidere che alcuni ricordi valgono meno di altri.
E potrebbe nascere un mercato capace di trasformarli in unità di scambio.
Anche il tempo può diventare una valuta
La seconda possibilità è ancora più radicale.
Cedere anni di vita.
Il tempo diventa un patrimonio.
Chi ne possiede di più può sacrificarne una parte.
Chi ne possiede meno parte da una posizione differente.
Il meccanismo immaginato da ArkOne trasforma quindi la disuguaglianza economica in una disuguaglianza biologica.
La sopravvivenza viene quantificata.
Dati, corpi e identità
Nel mondo costruito dal progetto, identità, corpi e ricordi diventano dati processati da algoritmi.
È uno degli elementi attraverso cui la distopia si collega più direttamente al presente.
Già oggi una quantità crescente di informazioni personali viene trasformata in dati.
Movimenti.
Acquisti.
Preferenze.
Immagini.
Comportamenti.
ArkOne immagina che questo processo possa spingersi molto più lontano.
Fino a decidere chi abbia accesso alla possibilità stessa di continuare a vivere.
L’algoritmo appare neutrale, ma qualcuno ha stabilito le regole
Attribuire una decisione a un sistema automatico può farla sembrare oggettiva.
Un punteggio.
Una classifica.
Un risultato.
Ma qualsiasi sistema di selezione utilizza criteri.
E quei criteri devono essere scelti da qualcuno.
Dentro la fiction di Munari questa questione assume una forma estrema.
Se un algoritmo stabilisse chi può salire sull’Arca, la domanda decisiva sarebbe: sulla base di quali valori?
Un archivio parla anche attraverso ciò che manca
Gli archivi non sono mai completamente neutrali.
Conservare significa scegliere.
Alcune tracce sopravvivono.
Altre vengono perse.
Alcune testimonianze entrano nella narrazione.
Altre rimangono fuori.
ArkOne porta questa caratteristica al centro della propria struttura.
Gli esclusi diventano parte della storia proprio attraverso ciò che rimane di loro.
La fotografia rende la fiction più difficile da separare dalla realtà
La fotografia possiede ancora una relazione particolare con l’idea di prova.
Sappiamo perfettamente che un’immagine può essere costruita o manipolata.
Eppure continuiamo spesso a reagire alla fotografia come a qualcosa che testimonia l’esistenza di ciò che vediamo.
Munari utilizza questa ambiguità.
La fiction non viene raccontata soltanto con parole.
Acquista un corpo visivo.
Il falso documento può parlare del presente
Costruire un documento immaginario non significa necessariamente voler ingannare.
Può servire al contrario a rendere visibile un meccanismo.
Un contratto inesistente può farci pensare ai contratti reali.
Una corporation inventata può richiamare forme concrete di potere economico.
Un futuro impossibile può rendere riconoscibili dinamiche già presenti.
È il principio della fiction speculativa: allontanarsi dal presente abbastanza da riuscire a guardarlo diversamente.
Il disastro non è il vero centro di ArkOne
A prima vista la catastrofe geologica sembra essere il motore dell’intera storia.
Ma il nucleo più interessante del progetto arriva dopo.
Che cosa succede quando una società sa che il disastro sta arrivando?
Chi organizza la risposta?
Chi controlla le risorse?
Chi vende la soluzione?
Chi viene considerato sacrificabile?
La catastrofe diventa così il dispositivo necessario a rendere visibili i meccanismi di selezione.
La sopravvivenza come prodotto
ArkOne Inc. non vende semplicemente un servizio.
Vende il futuro.
Questo rende il suo modello economico immaginario particolarmente inquietante.
Quando un bene diventa indispensabile, chi lo controlla acquisisce un enorme potere.
La fiction porta questa logica all’estremo.
Non si acquista una casa migliore.
Non si acquista un servizio più efficiente.
Si acquista la possibilità di continuare a esistere.
La memoria come parte dell’identità
Cedere un ricordo significa anche modificare la propria identità.
Siamo anche ciò che ricordiamo.
Le persone incontrate.
I luoghi nei quali siamo stati.
Le esperienze che hanno modificato il nostro modo di pensare.
Se una parte di questa memoria venisse eliminata in cambio della sopravvivenza, chi arriverebbe realmente sull’Arca?
La stessa persona che aveva firmato il contratto?
Una distopia costruita attraverso procedure
Molte rappresentazioni del futuro distopico utilizzano immagini spettacolari.
Città distrutte.
Paesaggi desertificati.
Macchine.
Conflitti.
ArkOne sceglie invece anche un linguaggio molto più ordinario.
Documenti.
Contratti.
Archivi.
Procedure.
È forse proprio questo a rendere il progetto più vicino.
Il futuro inquietante non appare soltanto come caos.
Può essere perfettamente amministrato.
What if? e la domanda che apre possibilità
Il progetto entra naturalmente nel tema scelto per PhEST 2026: What if?.
L’undicesima edizione utilizza la domanda “e se?” per osservare realtà alternative, futuri distopici, trasformazioni del paesaggio, corpi, archivi e invenzioni visive.
ArkOne costruisce la propria domanda attraverso un futuro estremo.
E se la sopravvivenza diventasse un mercato?
E se il prezzo non fosse più il denaro?
E se memoria e durata della vita potessero essere cedute?