
Trieste. Aprile 2026.
Foto di Francesco Anselmi
Dal 16 luglio al 1° novembre 2026, Francesco Anselmi a Cortona presenta Io sono confine. Con Medici Senza Frontiere tra viaggio, attesa e cura, reportage fotografico ospitato a Palazzo Baldelli nell’ambito della 16ª edizione di Cortona On The Move.
Realizzato nell’aprile 2026 in collaborazione con Medici Senza Frontiere, il progetto segue le tracce di chi arriva a Trieste attraverso la frontiera slovena dopo aver percorso la rotta balcanica e mette in relazione viaggio, attesa, precarietà e forme di assistenza costruite dalla società civile. Ad accompagnare le immagini è il racconto della giornalista Annalisa Camilli.
La mostra entra nel programma di Beautiful Country, tema scelto per l’edizione 2026 del festival, che invita a osservare nuovamente l’Italia attraverso la fotografia contemporanea, cercando anche ciò che rimane ai margini delle rappresentazioni più abituali.
Io sono confine: quando la frontiera continua dopo l’arrivo
Un confine viene normalmente immaginato come una linea.
Da una parte uno Stato.
Dall’altra un altro Stato.
Si attraversa quella linea e il passaggio sembra concluso.
Il progetto di Francesco Anselmi parte invece da una condizione diversa.
Per molte delle persone che raggiungono Trieste dopo un viaggio lungo la rotta balcanica, la frontiera non termina necessariamente quando viene oltrepassata.
Può continuare nell’attesa.
Nella ricerca di un documento.
Nella difficoltà di trovare un luogo nel quale fermarsi.
Nel bisogno di ricevere assistenza sanitaria.
Nel tentativo di comprendere quale sarà la tappa successiva.
Trieste come città di passaggio
La geografia del progetto è quella di Trieste.
Una città che occupa una posizione particolare nella storia e nella geografia europea.
Vicino alla frontiera slovena, è uno dei luoghi nei quali arrivano persone che hanno attraversato più Paesi seguendo la rotta balcanica.
Anselmi fotografa questa dimensione senza ridurla a una mappa.
Il confine entra negli spazi urbani.
Nei magazzini del porto.
Nel Carso.
Nei luoghi utilizzati per riposare.
Negli ambienti nei quali vengono offerti ascolto, orientamento e cure.
Il porto e il Carso diventano paesaggi dell’attesa
Nel reportage il territorio non funziona come semplice sfondo.
Il Carso, la pietra e gli spazi portuali di Trieste sono parte del racconto.
Sono luoghi attraversati.
Luoghi nei quali ci si ferma.
Luoghi che possono conservare le tracce del passaggio anche quando le persone non sono più presenti.
La fotografia di Anselmi lavora proprio su questa relazione tra individuo e territorio.
Il paesaggio diventa una forma indiretta di ritratto.
Fotografare ciò che rimane tra una partenza e un arrivo
Il viaggio migratorio viene spesso rappresentato attraverso momenti estremi.
La partenza.
L’attraversamento.
L’arrivo.
Ma tra questi eventi esistono lunghi intervalli.
Ore.
Giorni.
A volte settimane.
L’attesa è una parte meno spettacolare del viaggio e proprio per questo può essere più difficile da raccontare.
Io sono confine concentra parte dello sguardo su questa zona intermedia.
Non soltanto sul movimento.
Anche sull’immobilità.
Il corpo conserva il viaggio
Un confine può scomparire dalla vista.
Il corpo, invece, può continuarne a portare le conseguenze.
Stanchezza.
Ferite.
Dolore.
Bisogno di riposo.
Condizioni che richiedono assistenza.
MSF descrive il progetto proprio come un tentativo di mostrare come la frontiera possa continuare a manifestarsi dopo l’arrivo in Italia, nella precarietà e nelle conseguenze fisiche del percorso.
La fotografia rende visibile questa dimensione senza bisogno di trasformarla in simbolo astratto.
H.O.P.E. e il diritto alla salute
Dentro questa geografia del transito opera anche H.O.P.E. – Health, Orientation, Promotion, Education, lo sportello sociosanitario di Medici Senza Frontiere a Trieste.
Il servizio offre orientamento e accompagnamento verso i servizi sanitari a persone che vivono condizioni di particolare vulnerabilità.
Lo sportello è ospitato negli spazi di Casa DonK, una delle sedi di DonK Humanitarian Medicine.
La cura entra quindi direttamente nel racconto fotografico.
Non come concetto astratto.
Come gesto concreto.
Una rete che comprende più realtà
Accanto a MSF operano altre organizzazioni.
La documentazione del progetto cita anche DonK Humanitarian Medicine e Linea d’Ombra, impegnate rispettivamente nell’assistenza sanitaria gratuita e nel primo sostegno alle persone in transito.
Il reportage non costruisce quindi una storia fondata su un unico protagonista.
Mette in relazione molti soggetti.
Chi arriva.
Chi offre assistenza.
Chi distribuisce beni di prima necessità.
Chi ascolta.
Chi orienta.
La fotografia incontra la relazione
Il titolo contiene tre parole particolarmente significative.
Viaggio.
Attesa.
Cura.
Le prime due descrivono condizioni.
La terza introduce una relazione.
Prendersi cura significa che qualcuno incontra qualcun altro.
È in questo passaggio che il progetto si allontana da una rappresentazione impersonale delle migrazioni.
Il centro non è il fenomeno statistico.
Sono le persone.
Guardare oltre i numeri
Medici Senza Frontiere presenta esplicitamente la mostra come un invito ad andare oltre il dibattito costruito esclusivamente intorno a cifre e categorie e a incontrare le storie individuali delle persone coinvolte.
È una questione particolarmente importante per la fotografia documentaria.
Una cifra può descrivere la dimensione di un fenomeno.
Un’immagine può restituire un volto, uno spazio, un gesto.
Le due forme di conoscenza non sono intercambiabili.
Francesco Anselmi e la fotografia dei confini
Il tema non compare per la prima volta nel lavoro di Francesco Anselmi.
Nato a Milano nel 1984, il fotografo ha costruito negli anni una ricerca dedicata alle trasformazioni sociali delle società occidentali e, in particolare, alle aree di frontiera.
Dopo essersi diplomato nel 2010 all’International Center of Photography, con una borsa della New York Times Foundation, ha lavorato sulla crisi economica greca e successivamente sulle regioni di confine tra Stati Uniti e Messico.
Borderlands: il confine tra Stati Uniti e Messico
Tra il 2017 e il 2019 Anselmi ha realizzato un lungo lavoro sul territorio di confine tra Stati Uniti e Messico.
Quel progetto è diventato nel 2024 il volume Borderlands, pubblicato da Kehrer Verlag, con editing di Renata Ferri e testo di Francisco Cantú.
L’obiettivo dichiarato era superare la rappresentazione della frontiera esclusivamente come emergenza.
Osservarla invece come territorio abitato.
Un luogo nel quale identità, politiche migratorie e vita quotidiana entrano continuamente in relazione.
Dal confine americano a quello europeo
Io sono confine sposta questa ricerca in Europa.
Il contesto è differente.
La geografia è differente.
Le persone e le politiche che regolano il territorio sono differenti.
Rimane però una domanda.
Che cosa produce un confine nella vita di chi lo attraversa e di chi ci vive accanto?
La fotografia permette di osservare la risposta attraverso situazioni concrete.
Il confine può esistere anche senza un muro
Non tutte le frontiere sono visivamente evidenti.
Non sempre esiste una barriera monumentale.
Una frontiera può essere amministrativa.
Può dipendere da un documento.
Da una procedura.
Dalla possibilità di accedere a un servizio.
Il titolo Io sono confine sembra portare proprio questa idea fino alle estreme conseguenze.
La frontiera non è soltanto fuori.
Può essere incorporata nell’esperienza della persona.
Il bianco e nero riduce le distrazioni
La fotografia di Anselmi utilizza nel progetto un linguaggio documentario essenziale.
Il bianco e nero concentra l’attenzione su spazi, corpi, strutture e relazioni.
Il colore non interviene a organizzare immediatamente la percezione.
Restano le geometrie.
La luce.
Le distanze.
I segni lasciati negli ambienti.
Questa essenzialità si adatta particolarmente bene a luoghi nei quali ciò che conta non sempre è immediatamente visibile.
Gli spazi parlano anche quando sono vuoti
Una delle immagini utilizzate dal festival mostra un interno quasi privo di persone.
Un grande ambiente.
Tavoli.
Scarpe.
Oggetti.
Una tenda.
Le persone non sono necessariamente al centro dell’inquadratura.
Eppure la loro presenza è ovunque.
È un esempio efficace del modo in cui la fotografia documentaria può raccontare attraverso le tracce.
Ciò che è stato lasciato nello spazio può indicare un passaggio, una sosta, una necessità.
Annalisa Camilli e il racconto che accompagna le immagini
Il progetto non è composto soltanto dalle fotografie.
Ad accompagnarle c’è il testo della giornalista Annalisa Camilli, che lavora da anni sui temi delle migrazioni e delle frontiere.
La presenza della scrittura aggiunge un secondo livello.
La fotografia registra luoghi e persone.
Il testo può ricostruire contesti e storie che un’immagine, da sola, non può contenere.
Una collaborazione con Medici Senza Frontiere
Il reportage è stato prodotto in collaborazione con Medici Senza Frontiere, charity partner di Cortona On The Move.
Questo permette al fotografo di entrare in relazione con una rete già presente sul territorio.
Ma il progetto conserva il linguaggio della fotografia documentaria.
Le immagini non sono semplicemente illustrazioni dell’attività dell’organizzazione.
Costruiscono una narrazione più ampia sul viaggio, sulla frontiera e sull’attesa.
Beautiful Country e un’Italia osservata dai margini
La mostra entra nella 16ª edizione di Cortona On The Move, dedicata a Beautiful Country.
La direzione artistica di Renata Ferri ha costruito il programma attorno all’idea di tornare a osservare ciò che ci circonda e di utilizzare la fotografia per comporre un atlante necessariamente incompleto dell’Italia contemporanea.
Dentro questo quadro, il lavoro di Anselmi introduce una geografia che parte da un margine.
Il confine orientale.
Ma proprio da quel margine permette di osservare questioni che riguardano l’intero Paese.