PROSPETTIVE

Angelo Tabaro

Angelo Tabaro

Pandemia e studi d’artista

L’artista ha avuto più tempo da dedicare al suo “studio”, a riscoprire l’importanza dell’Atelier come luogo della creazione, spazio di riflessione ed ispirazione

Pandemia e studi d’artista

 

Frédéric Bazille, Public domain, via Wikimedia Commons
Frédéric Bazille, Public domain, via Wikimedia Commons

 

Mi sono spesso chiesto in questi tempi di isolamento, causato dal persistere della pandemia da Covid19, come l’hanno vissuta tanti artisti famosi abituati a girare il mondo per presenziare alle inaugurazioni di mostre sempre più frequenti in importanti gallerie o prestigiose Istituzioni museali.

Certamente un cambio di abitudini e di vita non irrilevante.

Le inaugurazioni non erano infatti semplici eventi mondani, ma spesso costruttive occasioni di relazioni umane e artistiche, di confronti con il proprio pubblico e con i collezionisti che spesso sono il terreno su cui cresce l’erba dell’arte.

Gli artisti, diventati magari personaggi, tutti proiettati all’esterno, con la Pandemia si sono ritrovati soli.

Riflettere su se stessi, sul valore della propria arte con la mente libera dalle logiche del mercato, credo sia stata una delle principali attività ad impegnare molti artisti affermati nel periodo di isolamento costretto.

L’artista ha avuto più tempo da dedicare al suo “studio”, a riscoprire l’importanza dell’Atelier come luogo della creazione, spazio di riflessione ed ispirazione.

Sembra quasi che, ridotto l’impegno di Marketing, sia tornato predominante il tempo della produzione.

La curiosità porta ad immaginare i luoghi dove nascono le opere d’arte gli studi d’artista o Atelier.

Ricordo che nel 2010 la casa editrice il Poligrafo di Padova pubblicò un libro dedicato proprio a questi luoghi: “Studi d’artista” a cura di Davide Banzato, Virginia Baradel e Franca Pellegrini.

Luoghi ammantati da un’aura magica, quasi alchemica, sospesi in una dimensione tra il materiale e l’immateriale.

Nelle loro stanze, il momento creativo si mescola a brani di vita vissuta, a riferimenti culturali e oggetti-feticcio, a opere compiute e ad altre in corso di lavorazione.

Un viaggio nel cuore segreto di questi spazi consente dunque di respirare l’atmosfera che ha visto il nascere dell’opera d’arte, offrendo uno sguardo inedito, dietro le quinte, sulla storia dell’arte.

Nel caso di artisti morti il problema di quegli spazi è la difficoltà di conservazione alle condizioni che permettano loro di mantenere viva la funzione di valido strumento per conoscere meglio l’artista.

Sono luoghi spesso “vietati” agli estranei, ricchi di fascino, pieni di opere proprie e di altri ordinate sulle pareti o accatastati in un “disordine” ordinato, con gli oggetti più strani.

Ma possono essere anche spazi vuoti, minimal, quasi asettici.

Per gli artisti viventi piacerebbe immaginarli al lavoro, in questi tempi di pandemia, nei loro studi e scoprire magari come lo studio sia lo specchio stesso dell’artista.

Luigi Ontani, ad esempio è un pittore e scultore esponente della Body art, che dagli anni Settanta si esprime attraverso il proprio corpo.

Il suo studio è in pieno centro a Roma, negli spazi che furono l’Atelier di Canova il più grande scultore neoclassico italiano.

Michelangelo Pistoletto invece, esponente di spicco dell’Arte Povera, si esprime con specchi e strutture metalliche specchianti e il suo studio è a Biella in uno spazio di archeologia industriale, ampio e pieno dei segni del suo lavoro.

Ma ci sono anche artisti come Rä di Martino film-maker che usa lo studio come semplice recapito mentre preferisce lavorare al bar.

Di molti poco o nulla si sa del luogo di lavoro e non sarebbe male se qualcuno avviasse, per gli artisti viventi, una ricerca che documenti i loro studi, magari mettendo a confronto tra loro gli atelier di artisti esponenti della stessa corrente artistica.

Sarebbe uno strumento utile per conoscere le loro tecniche di lavoro, il modo d’uso delle materie impiegate nelle loro opere, gli spazi dedicati alla riflessione e al pensiero, le influenze e gli stimoli dell’ambiente sulla loro produzione artistica.

Chissà se esistono già studi del genere presso qualche università o accademia.

Se così fosse sarebbe bene che patrimonio di conoscenza comune, a disposizione di studiosi ma anche di tutti gli appassionati d’arte.

 

Di Angelo Tabaro

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