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ToggleArnaldo Pomodoro: uno dei più grandi artisti italiani del Novecento e della contemporaneità

Foto: Carlo Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro. Le sue opere nel mondo e il suo Labirinto di 170 metri quadrati visitabile a Milano fino al 2030.
Non ricordo quando ho avuto l’opportunità di vedere, per la prima volta, un’opera di Arnaldo Pomodoro.
Ricordo però la forte emozione che quelle ferite frastagliate, che rompevano la linearità e la lucentezza della parete liscia, mi hanno procurato.
Immaginavo qualcosa al di là di quella superficie: un intrico di strade interrotte, tra scheletri di torri di ogni forma e misura, e ombre continue che mi avrebbero condotto in un mondo diverso, ignoto.
Per me, le opere di Arnaldo Pomodoro hanno sempre avuto la capacità di mettere in dubbio ogni certezza, spingendoci ad andare oltre ciò che crediamo di vedere, o che vorremmo vedere, come la perfezione di una sfera integra e lucente.
La sfera come simbolo
E proprio la sfera è stata la forma a lui più cara: quella che ha studiato, indagato, persino “bistrattato”, per esprimere in pieno la sua consapevolezza del nostro essere nel mondo.
Una forma perfetta trasformata da Pomodoro in contenitore del caos.
Con queste sensazioni ho sempre guardato alle sue opere, attratto in modo particolare dalla loro monumentalità.

Foto: Wikimedia Commons
Incontri sparsi nel mondo
In occasioni di viaggi, di piacere o di lavoro, ho avuto il piacere di imbattermi spesso in monumentali installazioni pubbliche di Pomodoro. Tutte capaci di suscitare una forte attrazione:
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Le sfere nel piazzale della Farnesina a Roma,
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quella in un giardino dei Musei Vaticani,
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quella al Museo Revoltella di Trieste,
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lo stupore di trovarmi di fronte alla sfera nello spazio di accesso al palazzo dell’ONU a New York.
E poi i dischi: come quello in piazza Meda a Milano, o quello a Caracas.
Altre forme ancora: la freccia alla sede UNESCO di Parigi, o il grande obelisco di 30 metri Lancia di Luce che svetta oltre i palazzi a Terni.
O ancora le colonne nel giardino accanto al Museo MAMbo di Bologna.
La Fondazione e il Labirinto di Arnaldo Pomodoro
Nel 2007 o 2008, passando per Milano, visitai la sede espositiva della Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Avevo sentito parlare del Labirinto, suo incredibile progetto in progress, e volevo vederlo. Ma non ricordo come mai, non ci riuscii.
Ora, la notizia della sua morte – il 22 giugno 2025 – mi ha spinto a visitare il sito della Fondazione, dove ho fatto alcune interessanti scoperte:
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Da qualche mese il Labirinto è finalmente aperto al pubblico: un’opera ambientale straordinaria, visitabile in via Solari 35 (oggi showroom Fendi) dal 17 marzo 2025 al 31 dicembre 2030.
Si tratta di un ambiente di 170 metri quadrati, con un continuum di opere in bronzo, rame, fiberglass colorato e patinato, con altezza massima di 3,80 metri.
L’opera ambientale, nella forma archetipa del labirinto, rappresenta una sintesi perfetta del percorso artistico e creativo che Pomodoro ha sviluppato in una vita intera: una riflessione che parte dalle forme arcaiche della scrittura fino allo sconfinamento nella dimensione architettonica e scenica.
Il pubblico viene accolto da queste parole dell’artista:
“Il mio ingresso nel labirinto è un invito nei meandri di un percorso, dove il tempo è trasformato in spazio e lo spazio a sua volta diventa tempo.”
Arnaldo Pomodoro: un artista senza confini
Ho anche scoperto quanto siano diffuse le opere di Pomodoro nel mondo, grazie alla mappa interattiva sul sito della Fondazione, che permette di esplorare:
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Le opere all’aperto, in dialogo con paesaggio, architettura e vita quotidiana
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Le opere nei musei o nelle istituzioni culturali
Le sue sculture si trovano dalla Corea al Giappone, dall’Iran all’Arabia, da Israele alla Russia, dalla Polonia all’Europa occidentale, fino agli Stati Uniti, Messico, Venezuela e Brasile.
Centinaia di opere in spazi pubblici di tutto il mondo testimoniano il valore dell’arte di Arnaldo Pomodoro e il prestigio internazionale che ha conquistato.
Un addio solo apparente
Il 22 giugno 2025, Arnaldo Pomodoro ha cessato il suo percorso terreno.
Ma non è un addio: le sue opere vivranno e parleranno ancora per lui, custodendo il suo sguardo e la sua eredità artistica nel tempo.