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ToggleIl cavallo nell’arte: potenza e movimento da Lascaux al Palio di Siena

Nessun altro animale ha accompagnato così a lungo la mano dell’uomo. Dalle pareti graffite delle caverne fino al drappellone di seta che ogni estate vola sopra Piazza del Campo a Siena, il cavallo nell’arte attraversa l’intera storia delle immagini. Due fili lo legano a ogni epoca: la potenza, cioè il cavallo come misura del potere, e il movimento, la velocità che l’arte ha rincorso per millenni prima di riuscire a fermarla. Dal bronzo degli imperatori ai cavalieri spezzati del Novecento, fino alla tela che a Siena cambia autore due volte l’anno, una sola creatura racconta come l’uomo ha guardato il mondo e se stesso.
C’è qualcosa di antico nel modo in cui un cavallo al galoppo cattura lo sguardo. Il calendario cinese, che proprio nel febbraio del 2026 ha aperto l’anno del Cavallo di Fuoco, lo ricorda a modo suo: quella combinazione torna ogni 60 anni e porta con sé l’idea di slancio, di corsa, di un’energia che non sa stare ferma. Coincidenza del calendario, certo, eppure poggia su una verità più profonda: in quasi ogni cultura il cavallo è diventato il simbolo della forza e del desiderio di andare lontano, in fretta. Pikasus ArteNews ha già seguito altri animali dentro la storia dell’arte, il gatto e il cane. Nessuno, però, ha avuto un destino iconografico tanto lungo e tanto intrecciato all’idea stessa di dominio quanto il cavallo.
Prima di tutto, la parete della grotta
Quando l’uomo comincia a disegnare, disegna cavalli. Nella grotta Chauvet-Pont-d’Arc, in Ardèche, uno dei pannelli più celebri — datato a circa 36.000 anni fa — allinea muso dopo muso una piccola mandria, colta con un’economia di segno che ancora oggi lascia senza parole. Sono fra le immagini più antiche mai tracciate da una mano umana, e raffigurano cavalli.
Qualche millennio più tardi, a Lascaux, su quasi 600 figure animali il cavallo è di gran lunga il soggetto più rappresentato, davanti a cervi, uri e bisonti. Non è un dettaglio da catalogo. Significa che, fra tutte le creature che popolavano il loro mondo, quegli artisti scelsero proprio il cavallo come immagine ricorrente, dipingendolo con ocre e manganese alla luce tremolante delle lampade a grasso. Animale osservato, cacciato, forse venerato: da subito il cavallo non è soltanto una preda fissata sulla roccia, ma una forma su cui l’occhio umano torna, e torna ancora.
Il cavallo come trono del potere
In sella, l’uomo si fa più alto, più solenne, più simile a un dio. Su questa scoperta si fonda uno dei generi più potenti dell’arte occidentale, la statua equestre, il cui archetipo è la statua di Marco Aurelio, l’unico grande bronzo equestre dell’antichità giunto integro fino a noi. Deve la propria sopravvivenza a un equivoco: nel Medioevo si credette che raffigurasse Costantino, il primo imperatore cristiano, e per questo non finì nelle fornaci come quasi tutte le altre statue di bronzo. Per secoli ha dominato la piazza del Campidoglio disegnata da Michelangelo, dove fu collocata nel 1538; oggi l’originale è custodito al chiuso, e all’aperto galoppa una copia.
Da quel modello romano nasce la grande stagione del monumento equestre rinascimentale: il Gattamelata di Donatello a Padova, primo cavaliere di bronzo eretto all’aperto sul modello classico dopo gli antichi; il Colleoni del Verrocchio a Venezia, che celebra la virtù del condottiero fuori da ogni contesto funebre. C’è anche un capolavoro mai nato: il cavallo colossale che Leonardo modellò in creta per gli Sforza, alto più di sette metri, che non fu mai fuso perché il bronzo destinato all’opera finì nei cannoni per difendere Milano dai francesi. Quando le truppe di Luigi XII entrarono in città, nel 1499, usarono quel modello come bersaglio per le balestre, e del sogno non rimase nulla. In ogni caso il messaggio è sempre lo stesso: il cavallo non è mai soltanto un cavallo, è il piedistallo vivente del potere.
Bottino: i quattro cavalli di San Marco
Nessuna immagine racconta questo legame meglio dei quattro cavalli dorati di San Marco. Provenienti dall’ippodromo di Costantinopoli — la loro datazione è ancora discussa, fra chi li riferisce alla grande scultura greca e chi all’età romana — furono portati a Venezia nel 1204, bottino del sacco della città durante la quarta crociata guidata dal doge Enrico Dandolo. Collocati sulla facciata della basilica intorno alla metà del Duecento, divennero il simbolo stesso della Serenissima e della sua potenza.
La loro storia non si ferma lì. Napoleone li volle a Parigi nel 1797, in cima all’arco del Carrousel, fra i trofei delle sue vittorie; tornarono a Venezia soltanto nel 1815, dopo la caduta dell’impero. Anche loro, come l’originale capitolino, vivono oggi al riparo: gli esemplari antichi sono custoditi all’interno, mentre sulla loggia corrono delle copie esposte alle intemperie. La parabola di questa quadriga è un promemoria politico più che artistico: un popolo mostrava la propria forza anche attraverso i cavalli che riusciva a portarsi via.
La carica, la velocità e l’attimo sospeso
Il secondo filo è il movimento, ed è qui che l’arte gioca per secoli una partita persa. Paolo Uccello, nel Quattrocento, affronta la corsa e l’urto nei tre pannelli della Battaglia di San Romano, oggi divisi fra gli Uffizi, la National Gallery di Londra e il Louvre: lance puntate, cavalli che si impennano, una geometria quasi astratta in cui il furore dello scontro si congela in ordine prospettico. Tre secoli più tardi, l’inglese George Stubbs porta il cavallo al centro assoluto della tela. Nel suo Whistlejacket uno stallone si erge a grandezza naturale su un fondo dorato e vuoto, senza cavaliere, senza paesaggio: pura energia animale, restituita da un anatomista che aveva passato mesi a sezionare cavalli.
Eppure, fino all’Ottocento, nessuno sapeva davvero come corresse un cavallo. I pittori lo immaginavano disteso, le zampe tese in avanti e all’indietro come un cavallo a dondolo: il cosiddetto galoppo volante, che ritroviamo persino nel Derby di Epsom di Géricault, datato 1821. Fu la fotografia a chiudere la questione. In California, nel 1878, Eadweard Muybridge schierò una fila di obiettivi lungo una pista e fissò per la prima volta le fasi del galoppo, dimostrando con la sua serie The Horse in Motion che esiste davvero un istante in cui tutti e quattro gli zoccoli lasciano il suolo, ma raccolti sotto il corpo, non distesi. Da quel giorno il galoppo volante sparì dalla pittura, e da quegli esperimenti sarebbe nata l’immagine in movimento. L’arte ha sempre rincorso il movimento, in ogni soggetto in cui la velocità conta come abbiamo raccontato nel nostro articolo “Il calcio nell’arte“; ma è col cavallo che ha imparato, alla lettera, a vederlo.
Quando il cavaliere cade: Marino Marini
Il Novecento spezza l’antico patto fra l’uomo e la sua cavalcatura. Per Marino Marini, pistoiese nato nel 1901 e scomparso nel 1980, il binomio cavallo e cavaliere è il motivo di una vita intera, ripreso dagli anni Trenta fino alla fine. All’inizio le sue figure stanno salde, serene, quasi arcaiche. Poi, dopo la guerra, qualcosa si rompe: nella serie dei Miracoli il cavallo si accascia, il cavaliere viene scagliato all’indietro con le braccia al cielo, le forme si scarnificano fino a diventare blocchi di pathos.
Non è più il condottiero che domina la storia dall’alto della sella. È l’uomo moderno che precipita, disarcionato dal proprio secolo. «C’è tutta la storia dell’umanità e della natura nella figura del cavaliere e del cavallo […]», diceva l’artista; in Marini quella storia è arrivata al suo punto di crisi, in aperta reazione alla retorica del potere e del dominio che aveva nutrito gli anni precedenti. La statua equestre celebrava la forza eretta sul piedistallo. Il cavaliere di Marini ne mette in scena il crollo.
Il drappellone, l’arte che cambia autore ogni anno
A Siena la più celebre corsa di cavalli d’Italia si conclude con la consegna di un’opera d’arte. Il drappellone — i senesi lo chiamano il “cencio” — è un dipinto originale su seta, il trofeo che la contrada vincitrice porta a casa per sempre, e ogni anno è affidato a un artista diverso. Nessun museo al mondo possiede una collezione che cresce così: una tela nuova due volte l’estate, il 2 luglio per la Madonna di Provenzano e il 16 agosto per l’Assunta.
Il Comune, per il 2026, ha scelto due voci della pittura contemporanea. Ismaele Nones, trentino, classe 1992, firma il palio del 2 luglio, pensato per ricordare gli 800 anni dalla morte di San Francesco; Teodora Axente quello del 16 agosto, legato ai 500 anni dalla Battaglia di Camollia. Qui il cavallo, dopo aver attraversato grotte, bronzi imperiali e sculture spezzate, torna a essere ciò che era all’inizio: il centro di un’immagine che qualcuno, ancora oggi, sente il bisogno di dipingere. A 36.000 anni dalle pareti di Chauvet, è ancora lui a far nascere un’opera, ogni stagione.
Un cavallo graffito sulla roccia; un cavallo di bronzo che porta in trionfo un imperatore; un cavallo che cade trascinandosi dietro il suo cavaliere; un cavallo di seta che cambia volto ogni estate. È sempre la stessa creatura, vista da occhi lontanissimi tra loro, eppure sempre riconoscibile in quel suo modo di concentrare in un corpo solo la forza e la fretta di vivere. Forse il cavallo si disegna da 36.000 anni per la stessa ragione per cui lo si guarda correre: perché in quell’attimo in cui lascia la terra sembra, per un istante, che anche la libertà sia una cosa raggiungibile.
Autore: Matteo Tabaro
Pubblicato il 13 giugno 2026