
Fonte immagine https://fondationvalmont.com/
Dal 5 maggio al 27 novembre 2026 Penelope. Her Journeys a Venezia porta a Palazzo Bonvicini – Fondation Valmont tre differenti interpretazioni contemporanee della figura di Penelope.
Le protagoniste sono Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida, riunite in una mostra curata da Francesca Giubilei e Valentina Secco che sposta lo sguardo dalla tradizionale immagine della moglie fedele in attesa di Ulisse verso una donna capace di scegliere, creare e costruire autonomamente la propria narrazione.
Dal 12 al 20 settembre il progetto entra inoltre nel programma della decima edizione di The Venice Glass Week, festival internazionale dedicato all’arte del vetro.
Penelope non è soltanto la donna che aspetta
Per secoli Penelope è stata raccontata soprattutto attraverso la sua attesa.
Ulisse viaggia, affronta prove e attraversa il Mediterraneo; lei rimane a Itaca.
La mostra parte invece da un’altra lettura.
La tela che Penelope tesse durante il giorno e disfa durante la notte non viene considerata soltanto come dimostrazione di pazienza e fedeltà. Diventa un gesto strategico attraverso il quale la protagonista dell’Odissea controlla il tempo e impedisce ai pretendenti di imporle un nuovo matrimonio.
Il telaio, uno dei pochi strumenti creativi tradizionalmente concessi alle donne, si trasforma così in un mezzo di resistenza.
Una figura femminile riscritta dal presente
Penelope. Her Journeys mette quindi in discussione l’archetipo della moglie ideale costruito attraverso una lunga tradizione prevalentemente maschile.
La domanda cambia.
Che cosa accade se Penelope smette di essere osservata soltanto attraverso il viaggio dell’uomo che aspetta?
Le tre artiste la immaginano come una donna alla ricerca della propria libertà, di uno spazio creativo e di un’identità.
Non più personaggio secondario nell’epopea di Ulisse, ma autrice della propria storia.
Tre artiste per tre viaggi di Penelope
Il plurale contenuto nel titolo, Her Journeys, è significativo.
Non esiste infatti una sola Penelope.
Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida partono dallo stesso mito ma costruiscono tre percorsi differenti, utilizzando linguaggi che attraversano installazione, scultura, tessuto, immagini in movimento, realtà virtuale, scrittura, performance e vetro.
La casa, l’ospitalità, la narrazione e la riconciliazione diventano altrettanti territori nei quali ripensare il personaggio omerico.
Gayle Chong Kwan e The Lotus Eaters
Il progetto di Gayle Chong Kwan si intitola The Lotus Eaters.
L’artista parte dalla condizione domestica di Penelope e dalla xenia, l’antica regola dell’ospitalità sacra.
Nell’Odissea, però, la casa di Penelope viene occupata dai 108 pretendenti. L’ospitalità non è più una scelta: diventa un obbligo che mette continuamente sotto pressione lo spazio domestico.
Chong Kwan trasforma questa situazione in una riflessione sulla casa come luogo ambivalente, contemporaneamente spazio di assedio e fonte di forza.
La casa diventa un campo di battaglia
The Lotus Eaters combina scultura, tessuti, processioni e un paesaggio in realtà virtuale costruito attraverso immagini in movimento.
Gli oggetti domestici vengono trasformati.
Utensili da cucina, tessuti e forme normalmente associate alla dimensione privata assumono caratteristiche surreali e possono entrare anche in azioni performative.
La quotidianità domestica smette quindi di essere uno spazio passivo.
Diventa terreno di tattiche, memoria, evasione e resistenza.
Gayle Chong Kwan tra memoria ed ecologia
La ricerca di Gayle Chong Kwan attraversa da tempo installazione, fotografia, moving image, performance e interventi nello spazio pubblico.
L’artista britannica mette frequentemente in relazione archivi, oggetti, cibo, materiali di scarto, storia sociale ed ecologia.
Anche nella sua Penelope la casa viene letta come un sistema complesso.
Ciò che sembra semplicemente domestico può contenere rapporti di potere, memoria e possibilità di trasformazione.
Stephanie Blake e Penelope, the Storyteller
Con Stephanie Blake il centro del racconto si sposta dalla tessitura alla scrittura.
La sua installazione, Penelope, the Storyteller, è costruita attorno a pochi elementi: una scrivania, una scultura collocata su uno sgabello e una macchina da scrivere.
L’ambiente è volutamente essenziale.
Ciò che conta è l’atto di raccontare.
Blake parte infatti da una domanda radicale: e se Omero fosse stato Penelope?
E se l’Odissea fosse stata scritta da Penelope?
L’identità storica di Omero rimane avvolta da molte incertezze.
Stephanie Blake utilizza questo vuoto non per avanzare un’ipotesi storica, ma per aprire uno spazio immaginativo.
Penelope diventa colei che racconta l’Odissea dall’interno.
La donna che nella versione tradizionale rimane in attesa dell’eroe si trasforma nell’autrice che decide quali avventure tramandare e in quale forma.
Scrivere significa così riappropriarsi della narrazione.
Dalla tessitura alle parole
Il gesto della scrittura mantiene però qualcosa del telaio.
Penelope tesse e disfa continuamente.
Anche la struttura dell’Odissea procede attraverso partenze, ritorni, rallentamenti e ripetizioni.
Nell’installazione di Blake, dalla macchina da scrivere nasce simbolicamente un flusso di onde blu che invade lo spazio.
Parole e mare finiscono per sovrapporsi.
La narrazione diventa paesaggio e il viaggio di Ulisse può essere immaginato come qualcosa che prende forma proprio dalla scrittura di Penelope.
Stephanie Blake tra arte e scrittura
Stephanie Blake è artista, illustratrice e scrittrice americana, attiva tra Barcellona e Parigi.
La relazione tra parola e immagine appartiene quindi direttamente alla sua pratica.
In Penelope, the Storyteller questa doppia dimensione trova un punto d’incontro particolarmente evidente.
Autrice, narratrice e protagonista sembrano progressivamente coincidere.
La distanza tra chi scrive una storia e chi vive quella storia diventa sempre più sottile.
Kimiko Yoshida e Après le Massacre, la Réconciliation
La terza interpretazione è affidata a Kimiko Yoshida.
Il suo progetto, Après le Massacre, la Réconciliation, parte da ciò che accade quando Ulisse torna finalmente a Itaca.
Il ritorno dell’eroe non coincide infatti semplicemente con la conclusione felice del viaggio.
È preceduto dalla violenza e dall’uccisione dei pretendenti.
Yoshida concentra lo sguardo sul momento successivo: come ricomporre ciò che è stato spezzato?
Penelope come figura della riconciliazione
Nell’interpretazione di Yoshida, Penelope diventa una figura di riconciliazione.
L’attesa non viene letta soltanto come sospensione.
Può preparare un nuovo incontro e la ricostruzione di legami interrotti.
L’installazione unisce dimensione visiva, spaziale e performativa.
Il ritorno assume così una forma rituale nella quale ospitalità, memoria e presenza ritrovata entrano nello stesso spazio.
Colpo di Vento e il vetro di Murano
Qui entra in modo particolarmente evidente il legame con The Venice Glass Week.
Sopra il tavolo dell’installazione di Yoshida è sospeso un lampadario rosa in vetro di Murano intitolato Colpo di Vento. Le retour d’Ulysse.
La sua tonalità richiama sia la rosa ibrida Penelope, creata nel 1924 dal reverendo Joseph Pemberton, sia la delicatezza effimera dei sakura, i fiori di ciliegio giapponesi.
È proprio la presenza del vetro veneziano a creare un collegamento diretto tra il progetto espositivo di Fondation Valmont e il Festival dedicato alla tradizione vetraria.
Un dialogo tra Kimiko Yoshida e Gianni Seguso
Nel programma veneziano di settembre il lampadario diventa anche il centro di un incontro dedicato alla collaborazione tra Kimiko Yoshida e il maestro muranese Gianni Seguso.
Il 12 settembre è infatti previsto a Palazzo Bonvicini un dialogo sul progetto Colpo di Vento, condotto da Giordana Naccari.
L’opera porta così la ricerca contemporanea dentro una tradizione produttiva profondamente legata all’identità di Venezia e di Murano.
Le Dîner de Réconciliation
L’installazione di Yoshida comprende anche una dimensione performativa.
Nel corso del 2026 l’artista ha previsto Le Dîner de Réconciliation, esperienza nella quale un numero selezionato di ospiti viene invitato a condividere un pasto.
Il tavolo smette così di essere semplice elemento dell’allestimento.
Diventa una scena.
Mangiare insieme assume il valore di un gesto di riconciliazione e trasforma l’ospitalità in pratica artistica.
Kimiko Yoshida e l’identità attraverso l’autoritratto
Artista visiva e fotografa franco-giapponese, Kimiko Yoshida è conosciuta soprattutto per autoritratti nei quali la propria identità viene continuamente trasformata attraverso costumi, trucco e costruzioni sceniche.
La sua ricerca affronta identità femminile, ibridazione culturale e ritualità.
La Penelope proposta a Venezia prosegue questo percorso, ma sposta la trasformazione dal corpo dell’artista allo spazio dell’incontro e della riconciliazione.
Palazzo Bonvicini come spazio domestico ribaltato
La sede stessa partecipa al significato della mostra.
Palazzo Bonvicini è un palazzo veneziano rinascimentale caratterizzato anche da decorazioni rococò, oggi sede della Fondation Valmont e definito dall’istituzione The Intimate Museum.
La dimensione intima e domestica dell’edificio entra direttamente nel progetto.
Ciò che nella narrazione tradizionale avrebbe potuto rappresentare il luogo in cui una donna viene confinata diventa invece uno spazio di affermazione creativa.
La casa non limita Penelope.
È il luogo dal quale prende la parola.
Il terzo capitolo di una trilogia sull’Odissea
Penelope. Her Journeys conclude inoltre un percorso avviato da Fondation Valmont negli anni precedenti.
Nel 2024 Palazzo Bonvicini aveva ospitato ULYSSES. We are All Heroes, primo capitolo di una trilogia contemporanea ispirata all’Odissea.
Nel 2025 era seguito TELEMACHUS. The Quest for Self, dedicato al figlio di Ulisse.
Il terzo capitolo sposta definitivamente il centro verso Penelope.
La scelta modifica anche la prospettiva complessiva della trilogia.
Dall’eroe che parte si arriva alla figura che apparentemente rimane ferma, scoprendo che anche quella permanenza può contenere un viaggio.