Bruno Pizzul: le telecronache e l’eredità di un maestro
Bruno Pizzul e le sue telecronache leggendarie: il racconto puro del calcio, la professionalità e l’eredità di un grande narratore sportivo.

Non ha potuto urlare “Campioni del mondo” come Martellini e Civoli, ma la traccia professionale e umana lasciata da Bruno Pizzul va oltre le Coppe del Mondo e gli incroci del destino. Il gigante buono di razza furlan ha commentato le imprese e le cadute della nazionale italiana fra il 1986 e il 2002, e gran parte di quel percorso l’ho compiuto accanto a lui come inviato del Resto del Carlino.
Notte dell’Heysel
Eravamo insieme anche nella tragica notte dell’Heysel, il 29 maggio 1985, quando la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in una tragica carneficina con 39 tifosi bianconeri morti, calpestati nella curva Zeta mentre tentavano di sfuggire alla foga assassina degli hooligans. Io ero sugli spalti e poi nel ventre dello stadio per capire la portata del dramma che si consumava, Bruno appeso al suo microfono in balia di voci incontrollate e di notizie sommarie, cercava di trasmettere una sensazione di pacatezza e di normalità dentro quel subdolo inferno.
Lui, ex calciatore ed ex liceale di stampo classico, amava il suo sport con l’entusiasmo sincero e lirico del poeta. Quello spettacolo di terrore che si consumava sotto i suoi occhi era figlio della follia ultrà, dell’inadeguatezza dello stadio scelto dall’Uefa e del ridicolo servizio d’ordine belga.
Alla fine, quando tutto fu terribilmente chiaro, Pizzul pronunciò una frase che è rimasta nella storia di quella serata e del giornalismo:
“E ora purtroppo una notizia che debbo dare, perché è ufficiale, viene dall’Uefa. Ci sono 36 morti… Una cosa rabbrividente, inaudita… E per una partita di calcio.”
Quella stessa gara, che si giocò in omaggio a questioni d’ordine pubblico, quella partita che somigliava a una giostra di fantasmi, lui la commentò fino all’ultimo minuto.
Una prova di supremo equilibrio e di enorme professionalità che oggi confina con le frasi classiche dell’omone di Cormons, quelle che erano il suo marchio di fabbrica:
- “Tutto molto bello”
- “Rinvio alla viva il parroco”
- “Bandolo della matassa”
- “Grappolo di uomini”
Nelle telecronache ipertecniche e ipercommentate di oggi, quelle espressioni farebbero sorridere, eppure sono la traccia di un approccio puro al mondo del calcio, un accostamento quasi sorridente a quello che era un gioco e che oggi è soprattutto business e chiacchiere a vuoto.
Siamo debitori a Bruno di questa purezza, di questa umanità semplice e forte come la sua mole torreggiante, come certi torrenti del Friuli, come quei vini che amava quanto la sua terra.
Ci lascia un gentiluomo vero, un narratore sempre ispirato, autoironico e sorridente. Come in certi spot che lo hanno riportato in video per reclamizzare un calcio lontano anni luce dal suo stile.
Tutto molto bello, Bruno.
Di Giuseppe Tassi