
Courtesy l’artista/Laveronica Arte Contemporanea
Dal 16 luglio al 1° novembre 2026, Moira Ricci a Cortona presenta A Lidiput negli spazi di Palazzo Baldelli, nell’ambito della 16ª edizione di Cortona On The Move.
L’opera nasce da un’esperienza autobiografica apparentemente ordinaria: nei primi anni Duemila Ricci lavora durante l’estate come fotografa sulla spiaggia di Lido di Savio, in provincia di Ravenna. Deve avvicinare i bagnanti e proporre loro di farsi fotografare.
Molti rifiutano.
Altri semplicemente la ignorano.
Da quella sensazione di disagio nasce un’immagine nella quale l’artista decide di ribaltare completamente le proporzioni tra sé e gli altri.
A Lidiput: diventare giganteschi e rimanere invisibili
Il titolo richiama inevitabilmente l’immaginario di Gulliver e Lilliput.
La stessa Moira Ricci, parlando del proprio lavoro, ha spiegato di essersi rappresentata in A Lidiput grande come Gulliver, mentre le persone intorno assumono dimensioni minuscole.
Ma qui la sproporzione produce un paradosso.
L’artista è enorme.
Dovrebbe essere impossibile non vederla.
Eppure nessuno sembra accorgersi della sua presenza.
Le persone camminano sopra il suo corpo.
Continuano la propria giornata sulla spiaggia.
È proprio questa contraddizione a trasformare un’esperienza personale di rifiuto in qualcosa di più complesso.
Essere troppo grandi e sentirsi troppo piccoli
La scala è uno degli elementi decisivi dell’opera.
Normalmente associamo una grande dimensione alla potenza.
Essere grandi significa occupare spazio.
Essere visibili.
Avere peso.
In A Lidiput accade quasi il contrario.
Più il corpo dell’artista diventa enorme, più sembra incapace di stabilire una relazione con chi lo circonda.
Ricci stessa ha collegato alcuni lavori di quegli anni al problema di non sentirsi mai della “dimensione giusta”: in altri progetti poteva rappresentarsi piccola, mentre qui diventa grande e ingombrante ma continua a essere ignorata.
La trasformazione fisica diventa quindi anche emotiva.
Una spiaggia vera diventa uno spazio mentale
Il punto di partenza rimane un luogo concreto.
Lido di Savio.
La spiaggia.
I bagnanti.
La sabbia.
Un’attività lavorativa svolta realmente dall’artista.
Ma l’immagine finale non vuole semplicemente documentare ciò che è accaduto.
Ricci prende la realtà e la modifica.
Le persone fotografate vengono isolate.
Ritagliate.
Ricollocate.
Il suo corpo viene trasformato in territorio.
La spiaggia reale diventa così uno spazio mentale nel quale viene resa visibile una sensazione.
Il fotomontaggio permette di rappresentare ciò che non è accaduto
La fotografia viene spesso associata all’idea di testimonianza.
Qualcosa era davanti all’obiettivo.
La macchina lo ha registrato.
A Lidiput utilizza invece la fotografia per costruire una situazione impossibile.
Un corpo umano non può diventare fisicamente una spiaggia gigantesca.
I bagnanti non possono realmente camminarci sopra.
Eppure l’immagine utilizza materiali provenienti dalla realtà per rappresentare qualcosa che l’artista ha effettivamente provato.
È proprio questa oscillazione tra documento e invenzione a diventare una caratteristica importante della ricerca di Moira Ricci.
La fotografia non deve necessariamente dire la verità
Nella pratica dell’artista il confine tra realtà e finzione viene continuamente messo alla prova.
La Quadriennale di Roma sottolinea come Ricci, fotografa di formazione, utilizzi spesso la manipolazione delle immagini per muoversi tra autobiografia, memoria, geografia e costruzione narrativa.
Anche quando un’immagine è chiaramente impossibile può quindi contenere una verità.
Non una verità documentaria.
Una verità dell’esperienza.
Sentirsi ignorati non significa diventare realmente invisibili.
Ma un’immagine può far vedere cosa significa provare quella sensazione.
Fotografare chi non vuole essere fotografato
Il punto di partenza dell’opera introduce anche una questione interessante sul rapporto tra fotografo e soggetto.
Ricci lavorava proponendo ritratti ai bagnanti.
Il rifiuto era quindi parte stessa della situazione.
Qualcuno accettava.
Qualcuno no.
Quando l’artista decide successivamente di fotografare le persone da lontano, il rapporto cambia.
Non esiste più la posa.
Le persone non stanno costruendo volontariamente la propria immagine per la macchina fotografica.
Diventano elementi di una scena osservata.
Lo sguardo cambia posizione
È un passaggio importante.
Prima Ricci si trova davanti alle persone e chiede loro di guardare l’obiettivo.
Poi si allontana.
Fotografa da un’altra distanza.
Successivamente prende quelle figure e le inserisce dentro un’immagine nuova.
Il soggetto non è più soltanto chi è stato fotografato.
Diventa anche la relazione tra chi guarda e chi viene guardato.
L’autoritratto senza il volto al centro
A Lidiput è un autoritratto particolare.
L’artista rappresenta se stessa.
Ma il volto non è necessariamente ciò che cattura per primo lo sguardo.
È il corpo intero a trasformarsi.
Un corpo sproporzionato.
Quasi paesaggio.
L’autoritratto non serve quindi principalmente a mostrare l’aspetto della persona.
Serve a rappresentarne una condizione.
Il corpo diventa territorio
Questa trasformazione introduce un altro elemento caratteristico.
Normalmente un corpo occupa uno spazio.
Qui sembra diventare esso stesso lo spazio.
Le figure più piccole vengono appoggiate sopra.
Camminano.
Attraversano.
Il rapporto tra individuo e ambiente viene completamente ribaltato.
Il corpo che dovrebbe essere il soggetto dell’immagine diventa quasi il suolo sul quale si svolge la scena.
Visibilità e invisibilità possono convivere
Essere visibili non significa necessariamente essere riconosciuti.
È forse una delle intuizioni più immediate di A Lidiput.
L’artista è letteralmente enorme.
Occupa gran parte dello spazio.
Non può essere ignorata dal punto di vista formale.
Eppure, dentro il racconto costruito dall’immagine, continua a non essere vista dagli altri.
La fotografia separa così due condizioni che normalmente consideriamo equivalenti.
Apparire.
Essere riconosciuti.
L’ironia evita il melodramma
Il tema del rifiuto potrebbe facilmente diventare pesante.
Ricci sceglie invece una soluzione visiva anche ironica.
La sproporzione.
Le piccole figure.
Il richiamo a Gulliver.
La situazione quasi assurda di una moltitudine che cammina sopra un corpo gigantesco.
L’umorismo non elimina il disagio.
Lo rende osservabile da un’altra prospettiva.
L’autobiografia come materiale artistico
La dimensione autobiografica attraversa molta parte della ricerca di Moira Ricci.
Nata a Orbetello nel 1977, l’artista ha spesso lavorato sulla propria famiglia, sulla Maremma, sulle memorie personali e sulle immagini appartenenti alla vita quotidiana. La Quadriennale di Roma descrive la biografia come uno degli epicentri emotivi e narrativi del suo lavoro.
Non significa però trasformare ogni esperienza privata in confessione.
La vicenda personale è piuttosto un materiale da manipolare.
La Maremma e il territorio delle origini
Una parte rilevante della produzione successiva di Ricci si concentra sul territorio nel quale è cresciuta.
La Maremma toscana.
Il mondo contadino.
Le tradizioni.
Le storie tramandate.
La casa.
I racconti familiari.
Il paesaggio.
Questi elementi diventano progressivamente una sorta di archivio personale e collettivo.
Il progetto retrospettivo Quarta casa ha evidenziato proprio la continuità di questa ricerca nell’arco di circa venticinque anni.
La famiglia può diventare un archivio
Uno dei lavori più conosciuti dell’artista, 20.12.53 – 10.08.04, nasce dalle fotografie della madre.
Ricci seleziona immagini provenienti dall’album familiare e inserisce digitalmente se stessa dentro fotografie scattate anche quando non era ancora nata.
Il presente entra nel passato.
L’immagine privata viene trasformata.
La fotografia smette di registrare semplicemente ciò che è avvenuto e diventa uno strumento attraverso il quale provare a modificare simbolicamente il tempo.
A Lidiput anticipa molte domande successive
Anche A Lidiput contiene già alcuni elementi che torneranno nel lavoro di Ricci.
L’autoritratto.
La manipolazione.
La sproporzione.
Il rapporto tra fotografia e memoria.
La costruzione di una situazione impossibile attraverso immagini reali.
E soprattutto la presenza dell’artista dentro il proprio racconto.
Non necessariamente come protagonista dominante.
A volte come figura fuori posto.
Fotografia vernacolare e invenzione tecnologica
La ricerca di Ricci mette spesso insieme due elementi apparentemente lontani.
Da una parte immagini comuni.
Fotografie familiari.
Scene quotidiane.
Materiali legati alla cultura popolare.
Dall’altra interventi tecnologici e manipolazioni che alterano ciò che vediamo.
Il risultato non cerca necessariamente di nascondere la costruzione.
L’artificio fa parte dell’opera.
Il MAST descrive proprio questa pratica come un intreccio tra invenzione tecnologica e riscoperta dell’immagine vernacolare.
Un’opera dei primi anni Duemila torna nel 2026
Presentare oggi A Lidiput significa riportare nel presente un lavoro nato più di vent’anni fa.
Nel frattempo il nostro rapporto con l’autoritratto è cambiato radicalmente.
Smartphone.
Social network.
Selfie.
Condivisione continua.
Nel periodo in cui Ricci realizza il progetto, l’autoritratto digitale non aveva ancora assunto questa presenza quotidiana.
Questo rende ancora più evidente la particolarità dell’opera.
Non serve per controllare la propria immagine pubblica.
Serve per mettere in scena un disagio.
Beautiful Country e l’atto di guardare di nuovo
La scelta di A Lidiput per Beautiful Country appare particolarmente coerente con il tema della 16ª edizione di Cortona On The Move.
La direttrice artistica Renata Ferri costruisce il programma intorno all’invito a guardare nuovamente ciò che ci circonda e a riconoscere anche dettagli e sfumature che normalmente sfuggono.
Nel lavoro di Ricci questa attenzione viene applicata anche a qualcosa di estremamente ordinario.
Una spiaggia.
Persone che passeggiano.
Un’esperienza di lavoro estiva.
Da questa normalità nasce però un’immagine completamente inattesa.