Acquisti online da fuori UE: perché il prezzo dei piccoli pacchi può cambiare

Acquisti online da fuori UE: perché il prezzo dei piccoli pacchi può cambiare

Basta scorrere un marketplace internazionale per trovare cover, piccoli accessori, capi di abbigliamento e oggetti per la casa venduti a pochi euro. È uno dei meccanismi che negli ultimi anni hanno reso familiari gli acquisti online da fuori UE.

Da luglio 2026, però, il prezzo mostrato sulla pagina del prodotto non racconta necessariamente tutta la storia. Le regole doganali europee sulle piccole spedizioni sono cambiate e anche un acquisto di modesto valore può essere interessato da nuovi oneri.

Detta così, sembrerebbe semplice: compro un oggetto da 8 euro e ne pago 11. In realtà non funziona esattamente così.

Il nuovo sistema non applica automaticamente 3 euro a ogni singolo prodotto fisico e non significa nemmeno che il consumatore troverà sempre una voce da 3 euro aggiunta al checkout. Per capire quanto può costare davvero un piccolo acquisto extra UE bisogna distinguere prezzo, IVA, dazio, eventuali spese di sdoganamento e, entro novembre, anche una nuova tassa di gestione europea.

Cosa è cambiato dal 1° luglio 2026

Fino al 30 giugno, le merci acquistate a distanza e importate nell’Unione europea in spedizioni con valore intrinseco non superiore a 150 euro beneficiavano di una franchigia dai dazi doganali.

Questo non significava che fossero esenti da tutte le imposte.

L’IVA sulle merci acquistate online da Paesi extra UE è infatti dovuta già da anni, anche per beni di basso valore. Molte grandi piattaforme la riscuotono direttamente al momento del pagamento attraverso i sistemi previsti dall’Unione europea.

Dal 1° luglio 2026 è invece caduta la franchigia doganale sotto i 150 euro per le vendite a distanza interessate dalla nuova disciplina.

Fino al passaggio al nuovo sistema previsto nel 2028 si applica quindi un regime transitorio: il nuovo dazio è pari a 3 euro per ciascun “item” doganale individuato nella spedizione. A determinarne il numero non è semplicemente la quantità degli oggetti, ma la loro classificazione doganale.

La misura resterà in vigore fino al 1° luglio 2028, quando per l’e-commerce è prevista l’entrata in funzione del nuovo centro doganale digitale europeo e si passerà al sistema ordinario dei dazi.

Tre euro per pacco? Non proprio

È uno degli aspetti più facili da fraintendere.

Il dazio non viene calcolato semplicemente aggiungendo 3 euro a ogni pacco e nemmeno moltiplicando 3 euro per il numero degli oggetti acquistati.

Conta invece il numero degli item doganali presenti nella spedizione, individuati sulla base della classificazione delle merci.

L’esempio fornito dalla stessa Commissione europea è molto chiaro.

Se un pacco contiene cinque T-shirt appartenenti alla stessa classificazione, il dazio applicato è di 3 euro.

Se contiene una T-shirt e un orologio, gli item diventano due e il dazio sale a 6 euro.

Più prodotti uguali possono quindi rientrare nello stesso item, mentre articoli appartenenti a classificazioni diverse possono generare più applicazioni del dazio.

È per questo che dire semplicemente “ogni prodotto sotto i 150 euro costa 3 euro in più” non è corretto.

Ma quei 3 euro li paga il consumatore?

Anche qui bisogna distinguere il funzionamento doganale dall’effetto che il nuovo costo può avere sul prezzo finale.

Il dazio viene versato alle autorità doganali dal dichiarante, cioè dal soggetto responsabile della dichiarazione secondo la procedura utilizzata: normalmente il venditore o l’importatore oppure un rappresentante incaricato delle formalità doganali.

Solo in casi residuali l’obbligo può ricadere direttamente sul consumatore.

Questo, però, non significa che il costo non possa riflettersi sul prezzo che paghiamo.

Il venditore può incorporarlo nel prezzo del prodotto o tenerne conto nelle condizioni economiche applicate all’ordine. Di conseguenza, non è detto che il cliente veda sempre una riga con scritto “dazio: 3 euro”.

Ciò che conta è il prezzo complessivo dell’operazione.

Un prodotto pubblicizzato a pochi euro può restare apparentemente allo stesso prezzo se il venditore decide di assorbire il nuovo costo, oppure diventare meno conveniente se l’onere viene trasferito, tutto o in parte, sul cliente.

IVA, dazio e spese di sdoganamento non sono la stessa cosa

Quando un acquisto arriva da fuori dall’Unione europea possono entrare in gioco costi diversi, ed è facile confonderli.

L’IVA può essere già riscossa dal venditore o dalla piattaforma al momento dell’acquisto. Se non lo è, può essere richiesta nell’ambito delle procedure di importazione.

Il dazio temporaneo da 3 euro è invece il nuovo onere doganale introdotto dal 1° luglio 2026 e segue le regole appena viste sugli item contenuti nella spedizione.

A questi costi possono aggiungersi eventuali spese di sdoganamento o presentazione in dogana applicate dal corriere o dall’operatore postale per il servizio svolto. Non sono un dazio europeo e possono quindi avere importi e condizioni differenti a seconda dell’operatore.

Entro il 1° novembre 2026 entrerà poi in gioco un’altra voce ancora: la nuova tassa europea di gestione prevista per le piccole spedizioni.

Sono costi diversi e non vanno sommati automaticamente in ogni acquisto: dipende dal tipo di operazione, dalla procedura utilizzata e da ciò che è già compreso nel prezzo mostrato dal venditore.

Conta anche da dove parte realmente il pacco

Il fatto che una piattaforma o un venditore abbia sede fuori dall’Unione europea non basta, da solo, per capire se un ordine rientra in questo meccanismo.

La questione centrale è l’importazione della merce nell’UE.

Un articolo già importato e immesso in libera pratica nell’Unione europea, e successivamente spedito al consumatore da un magazzino europeo, non segue lo stesso percorso doganale di un prodotto inviato direttamente da un Paese extra UE verso l’Italia.

La precisazione è importante perché trovarsi fisicamente in un magazzino europeo non significa necessariamente che una merce sia già stata sdoganata. Esistono infatti depositi doganali nei quali merci provenienti da Paesi terzi possono essere conservate prima dell’immissione in libera pratica.

Per questo, prima di confrontare due offerte apparentemente identiche, può essere utile verificare da dove viene effettivamente spedito il prodotto e quali oneri risultano già compresi nel prezzo.

 

Scatole in un magazzino logistico, contesto delle spedizioni per acquisti online da fuori UE
Il percorso doganale di una merce dipende anche da dove si trova il prodotto e dal suo status al momento dell’importazione nell’Unione europea.

 

Perché l’Europa ha cambiato le regole

Dietro la scelta non c’è soltanto la volontà di riscuotere nuovi dazi.

Il numero delle piccole spedizioni importate nell’Unione è cresciuto enormemente con l’espansione dell’e-commerce internazionale. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2025 gli articoli di basso valore spediti direttamente da Paesi terzi ai consumatori europei hanno sfiorato i 5,9 miliardi.

Gestire una quantità simile di merci significa controllare dichiarazioni, valori, origine e conformità di prodotti che spesso arrivano uno per volta direttamente al consumatore.

La vecchia franchigia sotto i 150 euro era stata pensata quando questo tipo di commercio aveva dimensioni molto diverse.

L’Unione europea punta ora a ridurre la disparità tra i prodotti importati attraverso enormi volumi di piccole spedizioni e quelli commercializzati da operatori già inseriti nel mercato europeo, ma anche a rendere più efficaci i controlli sui beni non conformi o potenzialmente pericolosi.

Entro il 1° novembre arriva anche una tassa di gestione

Qui bisogna fare attenzione, perché dazio e tassa di gestione sono due cose diverse.

Il dazio forfetario da 3 euro è già applicabile dal 1° luglio 2026.

La riforma del sistema doganale europeo prevede inoltre una tassa di gestione a livello UE sulle piccole spedizioni acquistate a distanza da Paesi extra UE, pensata per contribuire ai costi sostenuti per il trattamento dei dati, l’analisi dei rischi e i controlli doganali.

Gli Stati membri dovranno iniziare ad applicarla entro il 1° novembre 2026.

Al momento, però, manca ancora un dato essenziale: l’importo definitivo.

Sarà la Commissione europea a stabilirlo prima dell’applicazione della tassa. Per questo le cifre circolate nei mesi scorsi non devono essere considerate automaticamente quelle che verranno effettivamente richieste.

Anche questa tassa sarà distinta dal dazio temporaneo da 3 euro.

Il prezzo finale di un piccolo acquisto extra UE potrebbe quindi essere influenzato da più componenti, che non vanno confuse tra loro.

Non cambia soltanto quanto paghiamo

Dal 1° novembre è previsto anche un altro passaggio meno visibile al consumatore, ma importante per il funzionamento del sistema: nelle dichiarazioni delle spedizioni di basso valore diventeranno obbligatori nuovi identificativi di prodotto, i Product Identifiers o PID.

Dal 1° luglio possono già essere indicati volontariamente; dal 1° novembre diventeranno obbligatori.

Serviranno a rendere più preciso il riconoscimento delle merci e ad aiutare le autorità doganali a individuare prodotti non conformi o potenzialmente pericolosi.

La direzione della riforma europea è infatti quella di sapere con maggiore precisione che cosa sta entrando nel mercato europeo, chi lo vende e chi ne assume la responsabilità.

Il nuovo codice doganale rafforza inoltre il ruolo delle piattaforme e degli operatori che vendono a distanza verso l’Unione, attribuendo loro maggiori responsabilità nelle formalità e nei pagamenti doganali.

Il sistema entrerà progressivamente a regime. Per l’e-commerce, l’utilizzo del nuovo EU Customs Data Hub è previsto dal 1° luglio 2028.

L’obiettivo è anche ridurre il rischio che il consumatore si trovi davanti a oneri inattesi o procedure doganali da gestire soltanto quando il pacco è già arrivato.

Cosa controllare prima di premere “acquista”

Per chi compra online non serve diventare esperto di dogane. È però utile cambiare leggermente il modo in cui si confrontano i prezzi:

  • controllare da quale Paese viene effettivamente spedito il prodotto;
  • verificare se IVA, dazi e altri oneri risultano già compresi nel totale;
  • leggere le condizioni relative a eventuali spese di importazione o sdoganamento;
  • confrontare il costo finale, non soltanto il prezzo evidenziato nella pagina del prodotto;
  • conservare conferma dell’ordine e riepilogo delle somme pagate;
  • se alla consegna viene richiesto un importo ulteriore, verificare di quale voce si tratti prima di attribuirlo automaticamente al nuovo dazio.

Un prezzo molto basso può continuare a essere conveniente. Ma la differenza tra un prodotto da 8 euro e uno da 12 non si capisce più necessariamente guardando soltanto il numero scritto accanto al pulsante “Compra”.

 

Corriere consegna un pacco a domicilio, immagine legata agli acquisti online da fuori UE
Negli acquisti online da Paesi extra UE il costo finale può comprendere voci diverse dal prezzo inizialmente mostrato sul sito.

 

I piccoli acquisti online entrano in una nuova fase

Il cambiamento avviato nel 2026 segna soprattutto la fine di un’eccezione che aveva accompagnato per anni la crescita dell’e-commerce internazionale.

Per i consumatori non significa che comprare da un Paese extra UE diventi improvvisamente proibitivo, né che ogni piccolo oggetto costi automaticamente diversi euro in più.

Significa però che il prezzo iniziale mostrato sullo schermo può raccontare solo una parte del costo reale.

Tra il dazio introdotto a luglio, la nuova tassa di gestione prevista entro novembre, una maggiore tracciabilità delle merci e la progressiva responsabilizzazione delle piattaforme, l’Europa sta cercando di avvicinare le regole dei piccoli pacchi alla dimensione che lo shopping globale ha ormai raggiunto.

E per chi acquista, la regola più utile resta forse la più semplice: prima del prezzo del singolo prodotto, conviene guardare quanto costa davvero farlo arrivare fino a casa.

 

Autore Eleonora Dorigo

Leave a Comment

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER