James Bantone Skin Game

- DATA INIZIO: 17/09/2026

- DATA FINE: 31/10/2026

- LUOGO: Francesca Minini - Milano

- INDIRIZZO: Via Privata Massimiano 25, 20134 Milano MI

- TEL: +39 02 26924671

- SITO WEB: francescaminini.it

- ULTERIORI INFORMAZIONI: Mostra personale di James Bantone. Opening mercoledì 16 settembre 2026. Testo di Eleonora Milani. Orari attualmente pubblicati dalla galleria: lunedì-venerdì 11.00-19.00.

- NOTE AGGIUNTIVE: Skin Game sviluppa la ricerca di James Bantone sul corpo e sull’immagine come superfici instabili, esposte a desiderio, classificazione, proiezione e fraintendimento. Nuove opere tra scultura, fotografia, trasferimenti d’immagine e interventi materici interrogano la pelle come soglia sensibile: qualcosa che può essere toccato, segnato, ferito e trasformato.

James Bantone a Milano con Skin Game

 

Ritratto in bianco e nero di un artista seduto nello studio, circondato da opere e superfici lavorate
James Bantone
Ph Jan Antonio Diaz
Fonte immagine https://www.francescaminini.it/

 

Dal 17 settembre al 31 ottobre 2026 James Bantone a Milano presenta Skin Game negli spazi della Galleria Francesca Minini, in Via Privata Massimiano 25. L’opening è previsto il 16 settembre.

La mostra introduce un nuovo capitolo nella ricerca dell’artista svizzero, che lavora tra fotografia, scultura, pittura e video interrogando il modo in cui i corpi diventano immagini e le immagini, a loro volta, possono comportarsi come superfici esposte, fragili e manipolabili.

In Skin Game questa relazione trova una metafora particolarmente concreta nella pelle: confine tra interno ed esterno, luogo del contatto e superficie sulla quale possono depositarsi desiderio, pressione, vulnerabilità e interpretazione.

Skin Game e la pelle come superficie

Il titolo della mostra contiene già una parte essenziale del progetto.

La pelle è ciò che rende visibile il corpo, ma è anche ciò che lo protegge e contemporaneamente lo espone.

Può essere accarezzata, ferita, segnata, modificata. Porta tracce del tempo e degli incontri, ma può anche diventare il luogo sul quale vengono proiettate aspettative, giudizi e desideri.

Bantone utilizza questa condizione per interrogare anche le immagini.

Una fotografia sembra avere una superficie stabile. In realtà può essere trasferita, graffiata, sovrapposta, deteriorata, riprodotta e spostata su materiali differenti.

In Skin Game immagine e pelle finiscono così per condividere una stessa instabilità.

Il corpo come immagine vulnerabile

Da tempo James Bantone lavora sul modo in cui un corpo diventa leggibile agli occhi degli altri.

Non interessa soltanto ciò che una fotografia rappresenta, ma ciò che accade prima ancora che il soggetto possa controllare completamente la propria immagine.

Aspetto, postura, superficie, abbigliamento e contesto producono continuamente interpretazioni.

Il corpo può quindi essere osservato, classificato e trasformato in qualcosa sul quale vengono proiettate aspettative.

In questa prospettiva l’immagine non è neutrale.

Diventa uno spazio attraversato da desiderio, potere e riconoscimento.

Quando vedere significa anche interpretare

Una fotografia sembra offrire una presenza immediata.

Guardiamo un’immagine e pensiamo di sapere che cosa contiene.

Bantone introduce invece una distanza tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di riconoscere.

Il problema non è soltanto la somiglianza con un soggetto reale. È il processo attraverso il quale quella figura diventa leggibile.

Una superficie può essere caricata di significati che non le appartengono necessariamente.

Può essere fraintesa, desiderata, classificata o trasformata in oggetto di consumo.

È in questo spazio ambiguo che si sviluppa una parte importante della ricerca dell’artista.

Fotografia, scultura e trasferimenti d’immagine

Le nuove opere di Skin Game attraversano scultura, fotografia, image transfer e interventi materici.

La fotografia non rimane necessariamente confinata alla carta.

Le immagini possono essere trasferite su supporti come acciaio e alluminio, perdendo quella trasparenza che normalmente associamo alla fotografia.

La superficie diventa fisica.

Possiede peso, spessore e resistenza.

L’immagine non funziona più come una finestra attraverso cui guardare qualcosa che si trova altrove. Si presenta invece come un oggetto nello spazio.

L’immagine può essere toccata

Uno degli spostamenti più interessanti nel lavoro di Bantone riguarda proprio la fisicità dell’immagine.

Siamo abituati a considerare le fotografie come superfici da guardare.

Skin Game suggerisce invece che possano essere pensate anche attraverso il tatto.

Possono essere toccate, indossate, segnate o ferite.

Naturalmente non significa che il pubblico debba necessariamente entrare in contatto fisico con le opere.

È la stessa costruzione materiale a suggerire questa possibilità.

L’immagine smette di apparire intoccabile e assume caratteristiche che ricordano quelle di un corpo.

Trasferimento, corrosione e sovrapittura

Bantone utilizza processi come trasferimento, frammentazione, corrosione e sovrapittura per interrompere la continuità delle immagini.

La fotografia può perdere alcune parti.

Una superficie può essere coperta, deteriorata o modificata.

Ciò che inizialmente sembrava coerente diventa più difficile da leggere.

Questi interventi non rappresentano semplicemente effetti visivi.

Mettono in discussione la nostra aspettativa che un’immagine debba essere completa, stabile e immediatamente comprensibile.

Una fotografia che si comporta come pelle

È proprio qui che la metafora della pelle diventa particolarmente efficace.

Anche una superficie fotografica può assorbire trasformazioni.

Può conservare cicatrici, sovrapposizioni e alterazioni.

L’immagine non è più qualcosa di definitivamente fissato.

Come la pelle, può raccontare ciò che le è accaduto.

Il supporto diventa quindi parte integrante del significato.

Guardare una fotografia significa osservare contemporaneamente ciò che rappresenta e il materiale sul quale quell’immagine esiste.

Seduzione e diffidenza

Le immagini esercitano spesso una forte capacità seduttiva.

Possiamo esserne attratti prima ancora di comprenderne il contenuto.

Bantone lavora proprio su questa tensione.

La superficie invita lo sguardo, ma contemporaneamente mette in dubbio ciò che mostra.

In Skin Game le immagini vengono descritte come seducenti, fragili e mai completamente affidabili.

È una condizione particolarmente vicina al modo in cui oggi incontriamo quotidianamente fotografie, video e rappresentazioni digitali.

Vedere non significa necessariamente sapere.

Desiderio, intimità e inquietudine

Il desiderio attraversa la ricerca dell’artista senza diventare un tema semplicemente erotico.

Desiderare significa anche proiettare qualcosa sull’altro.

Uno sguardo può attribuire caratteristiche, aspettative e ruoli prima ancora che il soggetto abbia la possibilità di definirsi.

L’intimità diventa quindi uno spazio ambiguo.

Può essere vicinanza, ma anche esposizione.

Può significare essere visti in modo più profondo oppure diventare maggiormente vulnerabili allo sguardo altrui.

Skin Game lavora proprio dentro questa ambivalenza.

Il corpo dell’artista entra nelle opere

Nei lavori più recenti Bantone ha iniziato a utilizzare anche il proprio corpo.

Non lo fa però con l’intenzione di costruire una narrazione autobiografica o confessionale.

Il corpo diventa materiale.

Entra nelle opere come superficie attraverso cui interrogare il rapporto tra controllo ed esposizione, soggetto e oggetto.

Quando l’artista diventa contemporaneamente autore e materiale dell’immagine, anche la distinzione tra chi guarda e chi viene guardato diventa meno stabile.

Essere osservati prima ancora di apparire

Una delle questioni che attraversano la pratica di Bantone riguarda la condizione di essere guardati prima di essersi pienamente manifestati.

È un’esperienza che riguarda in modo particolare il corpo.

Prima ancora di parlare o raccontarsi, una persona viene osservata.

Il suo aspetto produce interpretazioni.

Le immagini amplificano questo processo.

Una fotografia può continuare a circolare separata dal soggetto, accumulando letture che quest’ultimo non può più controllare.

L’anonimato come spazio ambiguo

Nel lavoro di Bantone ritorna anche una riflessione sull’anonimato.

Non mostrare completamente un’identità può essere una forma di protezione, ma può anche generare nuove proiezioni.

Quando mancano informazioni, lo spettatore tende infatti a riempire i vuoti.

L’anonimato non cancella necessariamente l’interpretazione.

Può, al contrario, moltiplicarla.

Questo meccanismo permette all’artista di mettere in discussione la nostra necessità di classificare immediatamente ciò che vediamo.

Immagini trovate e immagini prodotte

Bantone lavora sia con immagini realizzate personalmente sia con materiali già esistenti.

La distinzione tra le due categorie non è sempre il punto centrale.

Ciò che interessa è soprattutto ciò che accade quando un’immagine viene inserita in un nuovo contesto.

Una fotografia trovata può essere trasformata e acquisire un significato diverso.

Un’immagine prodotta dall’artista può invece essere sottoposta a processi che ne rendono meno chiara l’origine.

Il senso nasce così anche dalla circolazione.

L’immagine come prodotto di consumo

Le fotografie non circolano soltanto nel mondo dell’arte.

Sono una parte fondamentale dell’economia contemporanea.

Pubblicità, moda, piattaforme digitali e social network utilizzano continuamente immagini per costruire desiderio e valore.

Nel lavoro di Bantone questo sistema rimane sullo sfondo.

La superficie fotografica diventa il luogo nel quale possono accumularsi fantasia, valore e consumo.

Il corpo rischia quindi di essere trattato nello stesso modo di qualsiasi altro oggetto visibile: qualcosa da osservare, valutare e desiderare.

Classificare un corpo

Ogni società costruisce categorie attraverso cui interpreta i corpi.

Genere, classe, provenienza, età e aspetto possono condizionare profondamente il modo in cui una persona viene letta.

La fotografia ha storicamente partecipato anche a questi processi.

Un’immagine può documentare un individuo, ma può anche diventare uno strumento di classificazione.

Bantone non affronta necessariamente questa storia attraverso un racconto didascalico.

Lavora invece sull’instabilità della superficie, mostrando quanto fragile possa essere la relazione tra immagine e identità.

Il ruolo del supporto

Acciaio e alluminio ricorrono nella produzione recente dell’artista.

Sono materiali molto differenti dalla tradizionale carta fotografica.

Possiedono durezza e peso.

Proprio questa resistenza entra in contrasto con la vulnerabilità delle immagini trasferite sulle loro superfici.

Ciò che appare solido può essere segnato.

Ciò che sembra permanente può deteriorarsi.

Ancora una volta la materia costringe a riconsiderare il rapporto tra forza e fragilità.

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