
Fonte immagine https://www.deichtorhallen.de/
Dal 6 giugno al 13 settembre 2026 Inner Mornings ad Amburgo porta negli spazi della Falckenberg Collection dei Deichtorhallen Hamburg, nelle Phoenix Fabrikhallen di Hamburg-Harburg, un ampio percorso dedicato al rapporto tra arte contemporanea, resistenza e controcultura.
Inner Mornings, or Forms of Counterculture fa parte della 9ª Triennale di Fotografia di Amburgo e nasce da una domanda: in che modo l’evoluzione dell’arte contemporanea può aiutare a leggere la storia della controcultura e la sua capacità di influenzare ancora oggi linguaggi e pratiche artistiche?
La mostra è stata avviata e curata da Emilie Houssa, direttrice del Centre Claude Cahun, in collaborazione con Dirk Luckow, direttore artistico dei Deichtorhallen Hamburg, e Goesta Diercks, exhibition manager della Falckenberg Collection.
La controcultura non appartiene soltanto al passato
La mostra evita di trattare la controcultura come un fenomeno confinato a una determinata epoca.
Non è soltanto la storia delle contestazioni degli anni Sessanta e Settanta, dei movimenti giovanili o delle culture alternative nate in opposizione ai modelli dominanti.
In Inner Mornings la controcultura viene considerata soprattutto come un atteggiamento attivo.
Significa mettere in discussione ciò che una società considera normale, modificare il punto di vista, rifiutare gerarchie apparentemente consolidate e creare spazi nei quali possano emergere altre forme di vita, identità e rappresentazione.
È una pratica che può assumere forme diverse a seconda del momento storico.
Da Henry David Thoreau a Foucault e Guattari
Il titolo della mostra prende spunto da The Inward Morning di Henry David Thoreau.
A questo riferimento si affiancano le riflessioni di Michel Foucault e Félix Guattari, attraverso le quali il progetto amplia il concetto di resistenza oltre la semplice opposizione frontale al potere.
La controcultura può infatti nascere anche attraverso piccoli spostamenti.
Cambiare un linguaggio, rendere visibile una storia rimossa, appropriarsi di un’immagine, occupare diversamente uno spazio o modificare le convenzioni attraverso cui un corpo viene rappresentato possono diventare gesti politici.
L’arte funziona allora come un laboratorio nel quale mettere alla prova possibilità alternative.
Claude Cahun come figura centrale

Fonte immagine https://www.deichtorhallen.de/
Una presenza fondamentale per comprendere il progetto è quella di Claude Cahun (1894–1954).
Fotografa e scrittrice francese, Cahun mise radicalmente in discussione le convenzioni sociali e le definizioni rigide dell’identità attraverso autoritratti, scrittura e una vita segnata anche dalla resistenza al nazismo.
Nei suoi autoritratti il volto e il corpo diventano continuamente terreno di trasformazione.
Maschile e femminile, personaggio e individuo, travestimento e identità non vengono mantenuti dentro confini stabili.
Per i curatori questa capacità di sottrarsi alle categorie consolidate rende Cahun una sorta di filo ideale attraverso cui attraversare l’intera mostra.
Tre collezioni costruiscono un unico percorso
Inner Mornings nasce dall’incontro tra tre importanti collezioni: la Falckenberg Collection di Amburgo, il FRAC des Pays de la Loire e il Musée d’arts de Nantes.
La scelta non serve soltanto ad ampliare il numero delle opere disponibili.
Mette a confronto tre modi diversi di raccogliere, conservare e interpretare l’arte.
Una collezione non è infatti un archivio neutrale. Ogni acquisizione stabilisce priorità, rende visibili alcune ricerche e ne lascia altre ai margini.
La mostra utilizza quindi le collezioni stesse come parte della domanda sulla controcultura: come viene conservata una pratica nata per mettere in discussione le istituzioni quando entra dentro un museo o una raccolta?
Quattro sezioni per leggere la resistenza
Il percorso è organizzato in quattro grandi sezioni tematiche.
La prima riguarda la moltiplicazione dei punti di vista e delle voci.
La seconda osserva l’arte come strumento per vedere, mostrare, deviare e denunciare.
La terza propone la rilettura della storia e la possibilità di costruire altre narrazioni.
La quarta concentra invece l’attenzione sulla capacità dell’arte di sorprendere, disturbare e spostare i confini.
Non si tratta di compartimenti completamente separati.
Molti lavori potrebbero infatti essere letti da più prospettive, perché identità, politica, memoria, potere e rappresentazione finiscono continuamente per sovrapporsi.
Moltiplicare le voci significa modificare il centro
La prima sezione parte da una questione fondamentale: chi ha il diritto di parlare e di essere rappresentato?
Ogni società costruisce implicitamente un centro e dei margini.
Alcune esperienze vengono considerate universali, altre particolari. Alcune voci ottengono grande visibilità, mentre altre rimangono poco rappresentate.
La controcultura modifica questo equilibrio.
Portare nel campo visivo identità, comunità e modi di vivere normalmente esclusi significa cambiare anche il significato del centro.
La pluralità non consiste quindi soltanto nell’aggiungere nuove immagini, ma nel mettere in discussione i criteri attraverso cui fino a quel momento erano state selezionate.
Vedere, mostrare e denunciare
La seconda area affronta più direttamente il rapporto tra arte e realtà sociale.
La fotografia possiede una lunga storia come strumento di documentazione e denuncia, ma Inner Mornings mostra che non basta puntare una macchina fotografica verso un problema per produrre automaticamente un’immagine critica.
Conta il modo in cui quella realtà viene rappresentata.
Conta chi guarda, da quale posizione e attraverso quale linguaggio.
L’opera può quindi documentare, ma anche interrompere una narrazione già consolidata, utilizzare ironia e appropriazione oppure mostrare quanto anche le immagini apparentemente oggettive siano costruite attraverso scelte.
Martha Rosler e la guerra dentro la casa
Tra gli artisti presenti figura Martha Rosler, con lavori della serie House Beautiful: Bringing the War Home.
A partire dalla fine degli anni Sessanta Rosler accostò immagini legate alla guerra del Vietnam a fotografie di eleganti interni domestici provenienti dalle riviste.
Lo spazio rassicurante della casa e la violenza del conflitto finiscono nello stesso fotomontaggio.
La distanza geografica viene cancellata.
La guerra non appare più come qualcosa che accade altrove, ma entra simbolicamente nel salotto delle famiglie occidentali.
Il procedimento mostra quanto il montaggio possa trasformare immagini già esistenti in uno strumento critico.
Rileggere la storia significa accettare che non esista una sola storia
La terza sezione affronta il rapporto con il passato.
La storia viene spesso immaginata come una successione ordinata di eventi, ma ogni racconto storico dipende da ciò che viene ricordato, archiviato e trasmesso.
Alcune esperienze occupano le pagine principali.
Altre vengono ridotte a note marginali oppure scompaiono completamente.
L’arte può intervenire proprio su queste omissioni.
Riaprire un archivio, recuperare un’immagine dimenticata o cambiare il contesto nel quale un documento viene mostrato può modificare radicalmente il modo in cui interpretiamo un episodio.
Adrian Paci e l’attesa come condizione politica
Tra le opere segnalate dalla mostra compare Centro di Permanenza temporanea di Adrian Paci, del 2007.
Il lavoro mostra persone in attesa sulla scala mobile normalmente utilizzata per imbarcarsi su un aereo, ma davanti alla scala non c’è alcun velivolo.
L’immagine trasforma l’attesa in una condizione sospesa.
Il riferimento ai centri di permanenza temporanea e alle politiche migratorie rende quella situazione apparentemente semplice una riflessione sui confini, sulla mobilità e sull’impossibilità di muoversi liberamente.
La fotografia diventa così uno spazio nel quale una struttura di potere può essere resa visibile senza essere illustrata didascalicamente.
Quando l’arte vuole disturbare
L’ultima sezione guarda alle opere che scelgono deliberatamente di scuotere, provocare e modificare i limiti di ciò che viene considerato accettabile.
La provocazione, però, non viene trattata come fine a se stessa.
Può essere uno strumento per interrompere l’abitudine.
Quando un’immagine rompe le aspettative dello spettatore, lo costringe a riconoscere i criteri con cui fino a quel momento aveva interpretato ciò che vedeva.
È in questa frizione che una pratica artistica può assumere una funzione controculturale.
Paul McCarthy e la deformazione dell’immaginario
Tra gli artisti della Falckenberg Collection compare Paul McCarthy, rappresentato nella comunicazione ufficiale della mostra anche da Santa Chocolate Shop Characters.
McCarthy ha spesso utilizzato figure appartenenti alla cultura popolare e all’immaginario del consumo per trasformarle in presenze inquietanti, grottesche o eccessive.
Ciò che inizialmente appare familiare viene deformato.
Proprio questa alterazione impedisce allo spettatore di consumare passivamente l’immagine e riporta in superficie aspetti normalmente nascosti dietro l’apparente innocenza della cultura di massa.
Oltre settanta artisti e generazioni differenti
L’elenco ufficiale è molto più ampio rispetto a quello suggerito dal testo originario.
La mostra riunisce opere di oltre settanta artisti, tra i quali Claude Cahun, Vito Acconci, John Baldessari, Christian Boltanski, Olaf Breuning, Chris Burden, Larry Clark, Jeremy Deller, Philip-Lorca diCorcia, William Eggleston, Gilbert & George, Walker Evans, VALIE EXPORT, Fischli & Weiss, Nan Goldin, Hans Haacke, Dennis Hopper, Peter Hujar, Mike Kelley, Jürgen Klauke, Paul McCarthy, Adrian Paci, Irving Penn, Pierre et Gilles, Richard Prince, Walid Raad, Gerhard Richter, Martha Rosler, Anri Sala, Santiago Sierra, Wolfgang Tillmans e Artur Żmijewski.
La pluralità è intenzionale.
Generazioni, linguaggi e contesti geografici differenti permettono di mostrare che non esiste una sola estetica della controcultura.