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ToggleIn un viaggio urbano libero da orientamenti Harry Gruyaert vaga liberamente per le strade di New York, Parigi, Tokyo, Mosca, Anversa, Mumbai
Chapelle Saint-Martin du Méjan di Arles ospita la mostra HARRY GRUYAERT. A sense of place / le sens du lieu, fino al 4 ottobre

Nel 2026, la 57ª edizione del festival di fotografia Rencontres d’Arles presenta narrazioni radicate in territori diversi, in particolare nel continente africano e nel Mediterraneo.
Nel ricco programma di esposizioni che vengono allestite ad Arles per il Festival rientra la mostra A sense of place / le sens du lieu di HARRY GRUYAERT, allestita dal 6 luglio al 4 ottobre 2026 negli spazi della Chapelle Saint-Martin du Méjan.
Nato nel 1941 ad Anversa, in Belgio, Harry Gruyaert vive e lavora a Parigi.
Ha inizialmente studiato cinema e fotografia a Bruxelles e, dopo aver lavorato come direttore della fotografia per la televisione fiamminga, alla fine degli anni ’60 ha iniziato a sviluppare un approccio unico al colore nella sua fotografia.
Alla fine degli anni ’70, un viaggio negli Stati Uniti, dove ha scoperto la Pop Art e i grandi coloristi americani Stephen Shore e William Eggleston, ha catalizzato e rafforzato questa pratica già consolidata.
Ad Arles l’artista propone un viaggio urbano, libero dalle direzioni cardinali che solitamente scandiscono gli spostamenti.
Il suo sguardo vaga liberamente per le strade di New York, Parigi, Tokyo, Mosca, Anversa, Mumbai o Zanzibar: in definitiva, la destinazione ha poca importanza.
Ciò che accomuna le sue fotografie non è il soggetto in sé, ma il modo in cui si presenta allo spettatore, il modo in cui si dispiega davanti ai suoi occhi: l’intensa vivacità dei colori, le linee nette delle ombre, le geometrie urbane che punteggiano lo spazio come una frase jazz.
“A Sense of Place” /Un senso del luogo rivela un’altra dimensione del suo lavoro, una cronaca dei modi di vivere in città.
La città diventa il palcoscenico in cui la socializzazione plasma le identità, dove ogni persona, con un singolo movimento, compone la propria individualità e il proprio senso di appartenenza al collettivo.
Mentre le sue composizioni e la sua maestria nell’uso del colore sono state spesso celebrate, meno attenzione è stata dedicata al ruolo che i suoi vagabondaggi attribuiscono all’anonimo abitante della città.