Dicerie e microstorie raccolte nelle piazze, nei mercati e nei bar di Monopoli diventano microstorie nelle immagini di De Mattia, appese sui muri delle case
Chiesetta di San Giovanni di Monopoli ospita la mostra GIUSEPPE DE MATTIA. Pelo e contropelo, aperta fino al 1 novembre

Dall’8 agosto al primo novembre 2026 torna a Monopoli il Festival Internazionale di Fotografia e Arte PhEST.
PhEST nasce da una necessità, quella di provare a restituire una voce propria alle mille identità che compongono il mare in mezzo alle terre, quella di ridefinire un immaginario proprio e nuovo.
Il tema di quest’anno è What if? con sottotitolo See beyond the stars.
Guardando al di là delle stelle il festival individua nel “se” un dispositivo creativo che rende visibile ciò che non esiste.
Tra le mostre in programma, negli spazi della Chiesetta di San Giovanni & outdoor è allestita la mostra GIUSEPPE DE MATTIA.Pelo e contropelo.
La mostra, a cura di Roberto la Carbonara propone gli esiti e azioni della Residenza d’artista che Giuseppe de Mattia sta vivendo a PhEST 2026.
Nato a Bari nel 1980 De Mattia vive e lavora tra Bologna e Noha (Le).
È un artista che utilizza diversi strumenti per indagare sul rapporto tra memoria, archivio e contemporaneità.
Comincia con la fotografia per poi spostarsi al video e all’audio fino ad arrivare al disegno nelle ultime opere.
Per i suoi lavori, che prendono sempre forme installative diverse, utilizza supporti e strumenti (spesso auto-costruiti) che possano compiere narrazioni.
Da attento osservatore del panorama artistico contemporaneo, il lavoro di De Mattia tocca spesso temi strutturali legati all’economia di beni di consumo di base e arte contemporanea e più in generale alla relazione con il mestiere dell’artista, articolati attraverso un dialogo tra ironia, satira e struggente critica.
Tra la Chiesetta di San Giovanni e l’aria aperta De Mattia si presenta alla maniera di un venditore ambulante muovendosi con una postazione mobile in cui egli presenta la sua esperienza di artista “residente” che raccoglie voci, bisbigli, aneddoti tratti dall’incontro diretto e confidenziale con i cittadini.
Il mormorio nelle piazze e nei mercati, nei bar di paese, dove si annidano dicerie e microstorie di cui non si conosce l’inventore né il soggetto.
Questo repertorio di frasi anonime – talvolta sarcastiche, altre volte pungenti e deleterie – si trasforma in balloon fumettistici che l’artista affigge sui muri delle case private, simulando un dialogo tra le architetture, i luoghi, gli abitanti, e traducendo la frammentazione del discorso in struttura visiva.
Un’azione che sdrammatizza i toni spesso veementi o accusatori del pettegolezzo, trasformandolo in una ingenua e innocente memoria collettiva.