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ToggleGiulio Turci a Venezia con Forme di luce. Pittura e cinema

Dal 12 al 29 settembre 2026 la Fabbrica del Vedere – Archivio Carlo Montanaro di Venezia dedica a Giulio Turci la mostra Forme di luce. Pittura e cinema, un percorso che mette in relazione le diverse anime creative di un artista difficile da racchiudere in una sola disciplina.
Pittore, fotografo, musicista e sperimentatore, Giulio Turci (1917-1978) ha sviluppato la propria ricerca lontano da scuole e movimenti codificati, costruendo un linguaggio nel quale luce, memoria e sospensione assumono un ruolo centrale.
La mostra veneziana, curata dalla figlia Miresa Turci e promossa in collaborazione con l’Associazione Giulio Turci di Santarcangelo di Romagna, porta questo universo in un luogo particolarmente adatto ad accoglierlo: un archivio nato proprio per studiare la storia e le trasformazioni dell’immagine.
Forme di luce tra pittura e cinema
Il titolo della mostra individua immediatamente il punto d’incontro tra linguaggi apparentemente differenti.
Pittura e cinema hanno entrambi bisogno della luce.
Nel cinema la luce costruisce il fotogramma, definisce corpi e spazi e permette alla pellicola o al sensore di registrare l’immagine.
Nella pittura di Turci diventa invece una presenza capace di trasformare il paesaggio, sospendere il tempo e togliere agli oggetti parte della loro quotidianità.
Non è soltanto qualcosa che illumina una scena.
È uno degli elementi attraverso cui quella scena viene pensata.
Una formazione che comincia dalla musica
Prima della pittura, nella vita di Giulio Turci c’è la musica.
Nato a Santarcangelo di Romagna il 1° gennaio 1917, studia violoncello ai licei musicali di Rimini e Pesaro.
Quella formazione non rimane separata dalla successiva attività visiva.
Ritmo, pausa, equilibrio e ripetizione continuano infatti ad avere un peso nel modo in cui organizza le immagini.
La biografia conservata dall’Associazione Giulio Turci ricorda l’interesse dell’artista per compositori come Bach, Vivaldi e Mozart e il passaggio progressivo dalla musica al disegno e alla pittura.
Una famiglia già vicina al cinema e alla fotografia
Anche il rapporto con il cinema ha radici molto profonde.
Il padre di Giulio Turci era clarinettista e fotografo e negli anni Venti contribuì alla nascita dell’Eden, prima sala cinematografica di Santarcangelo di Romagna.
La madre Maria Sarti aveva invece avuto esperienze teatrali anche negli Stati Uniti.
Cinema, fotografia, teatro e musica appartenevano quindi all’ambiente nel quale Turci era cresciuto prima ancora che diventasse pittore.
È un elemento importante per comprendere perché la relazione tra pittura e immagine cinematografica presente nella mostra veneziana non sia stata costruita artificialmente a posteriori.
Fa parte della sua storia.
Dipingere fuori dalle accademie
Turci sviluppa il proprio percorso artistico da autodidatta.
La sua formazione avviene soprattutto attraverso l’osservazione.
Guarda alla pittura del Quattrocento, a Piero della Francesca e Paolo Uccello, ma anche a Carrà, Sironi e Morandi. Allo stesso tempo segue il cinema di Visconti e il realismo francese.
Questa pluralità di riferimenti non produce una semplice somma di influenze.
Con il tempo emerge un linguaggio personale fatto di spazi sospesi, figure ferme e atmosfere nelle quali qualcosa sembra essere appena accaduto oppure sul punto di accadere.
La spiaggia romagnola diventa un teatro
Dopo una prima fase legata al paesaggio e al mondo del lavoro, dagli anni Cinquanta Turci trova uno dei propri soggetti privilegiati nella spiaggia romagnola.
Non però quella della cartolina turistica.
Le sue spiagge possono essere vuote, fuori stagione o attraversate da presenze immobili.
Compaiono bagnanti, ombrelloni, venditori, musicanti, oggetti abbandonati.
La biografia dell’artista descrive queste figure come presenze che più che agire sembrano semplicemente stare, immerse in una dimensione di attesa.
È proprio questa sospensione ad avvicinare alcune immagini di Turci alla sensazione di un fotogramma fermato.
Una fotografia può precedere la pittura
Turci utilizza anche la macchina fotografica in maniera sistematica.
La fotografia gli consente di fissare ombre, geometrie e contrasti, soprattutto attraverso il bianco e nero.
Quelle osservazioni possono poi riemergere nella pittura attraverso oli e gessetti, in una nuova elaborazione della realtà.
Il processo è particolarmente interessante perché fotografia e pittura non vengono considerate in concorrenza.
Una può diventare materiale di lavoro per l’altra.
Disegnare sui manifesti del cinema
Tra i materiali più significativi presenti nel progetto veneziano figurano i disegni realizzati sul retro di manifesti cinematografici d’epoca.
È un dettaglio che permette di rendere quasi fisico il legame evocato dal titolo della mostra.
Da una parte c’è il manifesto, oggetto nato per promuovere il cinema.
Dall’altra, sul suo retro, compare il gesto dell’artista.
Due immagini differenti finiscono letteralmente per condividere lo stesso foglio.
Nel caso di Turci il cinema non rappresenta quindi soltanto un riferimento culturale.
Può entrare materialmente nel processo di realizzazione dell’opera.
La luce trasognata di Giulio Turci
Con la maturità la pittura dell’artista diventa progressivamente più rarefatta.
La materia lascia più spazio alla luce.
I colori si alleggeriscono.
Gli oggetti possono assumere un carattere quasi simbolico.
Nella produzione di Turci compaiono violoncelli, sedie, ombrelloni, palloni, canneti, mare e figure femminili.
Sono elementi riconoscibili, ma la loro presenza non è mai esclusivamente descrittiva.
La luce contribuisce a sottrarli alla normalità.
Il tempo sembra fermarsi
Uno degli aspetti più interessanti di queste immagini è il rapporto con il tempo.
Il cinema nasce dalla successione dei fotogrammi.
La pittura dispone invece di una sola immagine.
Eppure alcune immagini fisse possono suggerire un prima e un dopo.
Nelle opere di Turci le figure immobili, gli spazi vuoti e le situazioni apparentemente sospese producono proprio questa sensazione.
L’immagine non racconta necessariamente un avvenimento.
Lascia intuire che qualcosa esista oltre ciò che stiamo osservando.
Santarcangelo, il cinema e l’immaginario romagnolo
Il rapporto di Turci con Santarcangelo occupa naturalmente una posizione centrale.
Il Comune ricorda anche come la sua poetica e i suoi cosiddetti “oggetti di ferma” siano stati messi in relazione con l’immaginario cinematografico legato alla Romagna e con quello felliniano.
È però utile leggere questo legame senza ridurre Turci al ruolo di antecedente di qualcun altro.
La sua ricerca possiede una propria autonomia.
Il rapporto con il cinema deriva innanzitutto dalla sua biografia, dalla fotografia, dalla storia familiare e dal modo in cui costruisce lo spazio pittorico.
Un artista che viaggia
Santarcangelo rimane un punto di partenza, ma Turci viaggia molto.
La sua attività espositiva prende avvio nel 1942 e nel corso degli anni lo porta in numerose città italiane e anche all’estero.
Espone, tra gli altri luoghi, a Londra, San Francisco, Belgrado e Mostar.
Particolarmente intenso diventa il rapporto con l’altra sponda dell’Adriatico.
Dal 1965 visita più volte Mostar e sviluppa relazioni culturali con l’Erzegovina.
Anche i viaggi in Europa, Africa e Asia ampliano quell’attenzione per paesaggio, vuoto e luce che attraversa le sue opere.
Venezia come nuovo luogo della memoria
Portare oggi Turci alla Fabbrica del Vedere significa collocare il suo lavoro dentro un ambiente dedicato proprio alla memoria delle immagini.
Venezia aggiunge un ulteriore livello.
La città vive attraverso una luce continuamente modificata dall’acqua, dalle superfici e dagli spazi stretti delle calli.
È quindi particolarmente significativo che una mostra intitolata Forme di luce trovi qui il proprio spazio.
Non perché la pittura di Turci debba essere letta attraverso Venezia, ma perché la città rende ancora più evidente uno degli elementi fondamentali della sua ricerca.
Che cos’è La Fabbrica del Vedere
La Fabbrica del Vedere è la sede e uno degli elementi centrali dell’Associazione Culturale Archivio Carlo Montanaro.
L’edificio di Cannaregio ospita materiali dedicati alla storia dell’immagine riprodotta: fotografie, stampe, pellicole, libri, apparecchiature e documenti legati al cinema e al precinema.
Lo spazio espositivo è attivo dal 2014 ed è utilizzato per mostre, incontri e workshop dedicati ai differenti modi del vedere.
Il suo interesse spazia dal cinema sperimentale alla videoarte e alle tecnologie che hanno permesso, nel tempo, di produrre e riprodurre immagini.
Pittura e archivio entrano in relazione
In un museo esclusivamente pittorico la mostra avrebbe assunto un significato differente.
Qui le opere di Turci sono circondate idealmente da una storia fatta di fotografie, film, apparecchi e documenti.
Il suo rapporto con la Leica.
I manifesti cinematografici.
La pittura.
La musica.
Tutti questi elementi possono essere letti come parti di una ricerca che attraversa continuamente linguaggi differenti.
La Fabbrica del Vedere diventa quindi non soltanto sede, ma parte della lettura della mostra.
La Mostra del Cinema e il nuovo calendario
Il progetto era stato inizialmente annunciato dal Comune di Santarcangelo con date differenti, 28 agosto – 20 settembre, che avrebbero creato una maggiore sovrapposizione con l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Successivamente il calendario è stato modificato e il Comune stesso ha aggiornato la scheda indicando 12–29 settembre.
La Mostra del Cinema 2026 si è svolta al Lido dal 2 al 12 settembre; l’esposizione dedicata a Turci inizia quindi proprio nel giorno conclusivo del festival cinematografico e prosegue fino alla fine del mese.
È una precisazione utile perché evita di mantenere nel testo la precedente formulazione di una piena concomitanza che, dopo il cambiamento delle date, non sarebbe più esatta.