Microplastiche nel terreno: cosa lasciano teli e plastiche usati in orto e giardino

Microplastiche nel terreno: cosa lasciano teli e plastiche usati in orto e giardino

 

Campo coltivato con teli per pacciamatura, possibile fonte di microplastiche nel terreno
I teli per pacciamatura aiutano nella gestione delle colture, ma con il tempo possono deteriorarsi e lasciare residui nel suolo.

 

I teli per pacciamatura e le altre plastiche utilizzate nell’orto e in giardino possono essere molto utili, ma quando invecchiano possono contribuire alla presenza di microplastiche nel terreno. Aiutano a contenere le erbe infestanti, limitano l’evaporazione dell’acqua e proteggono il suolo. Il problema nasce soprattutto quando questi materiali si deteriorano e iniziano a lasciare residui.

Queste particelle possono infatti derivare anche dalla progressiva frammentazione di teli, film, tessuti sintetici e altri oggetti plastici esposti a lungo all’aperto.

Tutto ciò non significa che sia necessario rinunciare a qualsiasi materiale plastico. Significa piuttosto utilizzarlo e gestirlo in modo da evitare che, a fine vita, rimanga nel terreno e continui lentamente a rompersi in parti sempre più piccole.

Da un telo intero a frammenti sempre più piccoli

Con il tempo un telo può perdere elasticità, diventare fragile, strapparsi oppure iniziare a sfilacciarsi. Sole, sbalzi di temperatura, pioggia, vento e sollecitazioni meccaniche contribuiscono all’invecchiamento dei materiali.

Quando la plastica si deteriora non scompare: può frammentarsi progressivamente.

Con il termine microplastiche si indicano generalmente particelle di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Alcune vengono prodotte già in queste dimensioni, mentre altre sono microplastiche secondarie, generate dall’usura e dalla rottura di prodotti plastici più grandi.

Nell’orto il fenomeno può riguardare soprattutto i classici film plastici per pacciamatura, spesso a base di polietilene, ma anche alcuni teli o tessuti pacciamanti sintetici. Quelli intrecciati o non tessuti possono essere realizzati, per esempio, in polipropilene.

Quando un materiale di questo tipo comincia a sfilacciarsi, le fibre e i frammenti che si staccano possono mescolarsi allo strato superficiale del terreno.

 

Zucca coltivata su un telo nero utilizzato per la pacciamatura del terreno
I teli sintetici rimangono a diretto contatto con il terreno e richiedono una corretta gestione quando iniziano a deteriorarsi.

 

Non tutte le microplastiche presenti nel suolo arrivano dai teli

Vedere un vecchio telo deteriorato e trovare frammenti di plastica nelle vicinanze rende il collegamento immediato. Ma attribuire ai materiali per pacciamatura tutte le microplastiche presenti nel terreno sarebbe scorretto.

Gli studi sugli ambienti agricoli hanno individuato diverse possibili vie di ingresso. Oltre alla frammentazione di film e altri prodotti plastici usati direttamente sul campo, particelle possono arrivare attraverso alcuni fertilizzanti organici e compost contaminati, l’acqua di irrigazione o la deposizione atmosferica.

Uno studio pubblicato nel 2026, condotto in tre regioni della Cina caratterizzate da un uso intensivo e prolungato di film per pacciamatura, ha mostrato quanto possa variare il contributo delle diverse fonti. A seconda della zona considerata, la quota attribuita ai film risultava molto diversa e altre vie di ingresso, compresa la deposizione atmosferica, assumevano un peso rilevante.

Si tratta di sistemi agricoli molto diversi dal piccolo orto domestico e i risultati non possono essere trasferiti direttamente al nostro giardino. Servono però a chiarire un principio importante: la presenza di microplastiche nel suolo è il risultato di più sorgenti e non di una sola pratica.

Che cosa possono cambiare nel terreno

Il suolo è un sistema complesso fatto di particelle minerali, sostanza organica, acqua, aria e moltissimi organismi. Inserire al suo interno particelle che non ne fanno naturalmente parte può modificarne alcuni equilibri.

Gli studi disponibili hanno osservato cambiamenti in proprietà come la struttura e la stabilità degli aggregati, la densità del terreno, la capacità di trattenere acqua e alcuni processi legati al carbonio e all’azoto. Sono state studiate anche le possibili conseguenze sulle comunità microbiche e sugli organismi che vivono nel terreno.

Ma i risultati non sono tutti uguali.

Gli effetti dipendono dal tipo di plastica, dalla forma e dalle dimensioni delle particelle, dalla loro concentrazione, dal tipo di suolo e dalla durata dell’esposizione. In alcune prove determinati parametri aumentano, in altre diminuiscono e in altre ancora non si registrano variazioni significative.

Per questo sarebbe fuorviante affermare semplicemente che le microplastiche “rendono sterile” il terreno o che ogni frammento provochi automaticamente un danno alle piante.

Anche i teli tessili sintetici possono lasciare residui

Quando si parla di plastica nell’orto si pensa soprattutto al sottile film nero steso sul terreno. Anche i teli pacciamanti più robusti meritano però attenzione.

Uno studio pubblicato nel 2025 ha analizzato microplastiche ottenute da due materiali in polipropilene comunemente utilizzati in agricoltura: un telo nero intrecciato e un tessuto bianco.

Negli esperimenti le particelle hanno modificato alcune proprietà fisiche del terreno e, a determinate concentrazioni, sono stati osservati effetti sulla riproduzione o sul comportamento di alcuni invertebrati del suolo.

Non significa che utilizzare un telo di questo tipo provochi necessariamente gli stessi effetti in un giardino. Le condizioni sperimentali servono a studiare il fenomeno in maniera controllata e non corrispondono automaticamente a quelle di un’aiuola.

Il dato utile per chi usa questi prodotti è un altro: anche un telo resistente, se lasciato esposto abbastanza a lungo da diventare fragile e sfilacciarsi, può trasformarsi da oggetto facilmente rimovibile a fonte di piccoli residui difficili da recuperare.

E le piante? Le risposte non sono ancora univoche

Anche il rapporto tra microplastiche, terreno e crescita delle piante è oggetto di numerosi studi.

Gli esperimenti hanno rilevato sia effetti negativi sia risposte neutre, a seconda del materiale utilizzato e delle condizioni della prova. In alcuni casi sono state osservate variazioni nella crescita o nei processi fisiologici delle piante; in altri la crescita non è cambiata in modo evidente.

Uno studio pubblicato nel 2026 ha utilizzato una miscela di microplastiche provenienti da un film convenzionale in polietilene a bassa densità e da un film biodegradabile. Dopo dodici settimane erano emerse modifiche nella compattazione del suolo e in alcuni processi microbiologici. Nella lattuga non erano invece cambiate la crescita e la quantità di clorofilla, anche se erano comparsi segnali biochimici di stress.

È un esempio utile per capire perché i risultati debbano essere interpretati con cautela.

La ricerca sta studiando anche l’eventuale trasferimento di particelle attraverso le piante e le possibili conseguenze lungo la catena alimentare, ma rimangono ancora molte incertezze, soprattutto quando si cerca di passare dagli esperimenti di laboratorio alle condizioni reali di coltivazione.

La sola presenza di microplastiche nel terreno non consente quindi di concludere che un ortaggio coltivato in quel suolo sia pericoloso da mangiare. Allo stesso tempo, le conoscenze sull’esposizione alimentare alle micro e nanoplastiche e sui possibili effetti per la salute sono ancora incomplete.

“Biodegradabile” non significa semplicemente “sparisce”

Una possibile alternativa ai tradizionali film in polietilene è rappresentata dai teli progettati per biodegradarsi nel terreno. Qui, però, le parole sulle confezioni vanno lette con attenzione.

Biobased, biodegradabile e compostabile non sono sinonimi.

Un materiale biobased è prodotto almeno in parte a partire da risorse biologiche, ma non per questo deve necessariamente essere biodegradabile. Un materiale biodegradabile è invece progettato per essere trasformato dall’attività biologica in determinate condizioni. Un materiale compostabile deve rispettare requisiti legati a uno specifico processo di compostaggio.

Per i film da pacciamatura destinati a biodegradarsi nel suolo esiste uno standard europeo specifico, la UNI EN 17033, che stabilisce requisiti e metodi di prova.

Non basta quindi che una confezione riporti genericamente parole come “bio” o “compostabile” per concludere che quel materiale possa essere lasciato o interrato nell’orto.

Anche durante la biodegradazione possono comparire piccoli frammenti

La biodegradazione non è necessariamente un processo istantaneo. Un film può prima perdere integrità e frammentarsi e successivamente continuare il processo di degradazione.

Uno studio svolto nel Sud Italia e pubblicato nel 2024 ha seguito per 16 mesi un film da pacciamatura biodegradabile a base di amido e PBAT interrato in un terreno agricolo. Durante la degradazione sono stati rilevati anche frammenti di dimensioni microplastiche e il processo risultava influenzato dalle condizioni reali del suolo e del clima.

Questo dato, preso da solo, potrebbe far pensare che i film biodegradabili risolvano un problema per crearne un altro.

La situazione è però più complessa.

Nel gennaio 2026 è stato pubblicato uno studio condotto in due aziende agricole del Nord Italia nelle quali film biodegradabili venivano utilizzati da oltre dieci anni. I ricercatori non hanno rilevato, nell’intervallo dimensionale analizzato, un chiaro accumulo di microplastiche attribuibile ai film e non hanno osservato un peggioramento della funzionalità biochimica del terreno associato al loro utilizzo.

I due risultati non si escludono necessariamente.

La formazione temporanea di piccoli frammenti durante la biodegradazione non equivale infatti alla loro permanenza indefinita nel terreno. Materiale utilizzato, temperatura, umidità, attività microbica, caratteristiche del suolo e tempo possono modificare profondamente il processo.

Proprio per questo gli studi di lungo periodo in condizioni reali restano particolarmente importanti.

Un telo di plastica convenzionale, invece, va rimosso

Per i normali film termoplastici da pacciamatura il principio è molto più semplice.

La UNI EN 13655:2026, versione italiana aggiornata della norma europea EN 13655:2025, specifica che i film termoplastici convenzionali per pacciamatura sono destinati a essere rimossi dopo l’uso e non incorporati nel terreno.

In pratica, un telo di plastica tradizionale diventato fragile non va lasciato sul posto aspettando che “si decomponga”.

Frammentarsi non significa biodegradarsi.

Più il materiale si rompe, più diventa difficile recuperarlo completamente.

 

Coltivazione di fragole su telo per pacciamatura a contatto con il terreno
La pacciamatura con materiali plastici è diffusa nelle coltivazioni e richiede la rimozione corretta dei teli convenzionali a fine utilizzo.

 

Cosa fare nell’orto e in giardino

La strategia più efficace è evitare che un materiale ancora facilmente recuperabile diventi una moltitudine di piccoli frammenti.

Se si utilizza un telo plastico convenzionale, conviene controllarne periodicamente lo stato, soprattutto dopo una stagione di forte esposizione al sole. Quando comincia a perdere resistenza, screpolarsi o strapparsi facilmente, è meglio rimuoverlo prima che il deterioramento aumenti.

Lo stesso vale per i tessuti pacciamanti sintetici. Bordi che si sfilacciano, fibre che rimangono attaccate alle mani o parti diventate fragili indicano che il materiale non è più integro.

I residui visibili vanno raccolti per quanto possibile, evitando di incorporare volontariamente nel terreno pezzi di telo attraverso vangatura, fresatura o altre lavorazioni.

Per lo smaltimento è bene verificare le indicazioni del proprio Comune o del gestore locale dei rifiuti: i teli da pacciamatura non sono imballaggi e non vanno automaticamente conferiti nella normale raccolta differenziata della plastica.

Se invece si sceglie un film destinato a biodegradarsi nel terreno, è importante controllare che il prodotto sia effettivamente previsto per quell’impiego e verificare le indicazioni del produttore e gli eventuali riferimenti allo standard specifico per i teli da pacciamatura biodegradabili.

Quando le caratteristiche della coltivazione lo permettono, si possono inoltre valutare pacciamature senza plastica, utilizzando per esempio paglia, foglie, residui vegetali o altri materiali organici adatti. Non sono una soluzione universale e richiedono una gestione diversa, ma evitano alla fonte il problema dei residui plastici prodotti dal telo.

Microplastiche nel terreno: cosa fare se ci sono già residui

La presenza di qualche frammento visibile non significa che il terreno sia compromesso.

Conviene innanzitutto eliminare manualmente ciò che può essere recuperato e individuare la possibile origine: un vecchio telo sepolto ai bordi dell’aiuola, un tessuto pacciamante deteriorato, una rete o un altro oggetto lasciato per anni all’aperto.

Per le particelle microscopiche disperse nel suolo, invece, non esiste una semplice operazione domestica che permetta di eliminarle selettivamente.

Questo è uno dei motivi per cui la prevenzione conta molto: recuperare un telo ancora intero è relativamente facile; recuperare migliaia di frammenti dopo che si sono mescolati alla terra non lo è.

Il punto non è eliminare ogni plastica dall’orto

Film, reti, tubi e teli hanno reso possibili molte pratiche utili in agricoltura e nel giardinaggio. La questione non può quindi essere ridotta alla contrapposizione tra plastica “buona” o “cattiva”.

A fare la differenza sono anche la scelta del materiale, il tempo per cui viene lasciato all’aperto e soprattutto ciò che accade quando termina la sua funzione.

Un telo mantenuto integro e rimosso correttamente è molto diverso da un telo dimenticato per anni fino a diventare fragile e mescolarsi al terreno.

Ed è proprio qui che, anche nel piccolo orto di casa, si può intervenire: ridurre la dispersione di microplastiche nel terreno significa soprattutto non aspettare che la plastica convenzionale scompaia da sola, perché non lo farà. Diventa soltanto più difficile da vedere e da raccogliere.

 

Autore Eleonora Dorigo

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