
Dal 29 settembre all’8 novembre 2026, Geografie della Tavola a Venezia porta nelle sale del Museo d’Arte Orientale di Ca’ Pesaro un dialogo tra design contemporaneo, cultura materiale e tradizioni legate al cibo.
Geografie della Tavola. Design contemporaneo tra Europa e Asia, a cura di Lisa Balasso e Marta Boscolo Marchi, nasce dalla collaborazione tra Arte & Design Venezia e il Museo d’Arte Orientale di Venezia e rientra nel programma della Venice Design Week.
Il punto di partenza è un oggetto quotidiano solo in apparenza semplice: la tavola.
Un luogo nel quale si mangia, ma anche uno spazio nel quale culture differenti costruiscono rituali, relazioni e modi di stare insieme.
Geografie della Tavola: perché partire dal cibo
Mangiare è una necessità universale.
Il modo in cui lo facciamo, però, cambia profondamente.
Cambiano gli utensili.
I materiali.
Le forme dei recipienti.
Il modo di servire una bevanda.
La disposizione degli oggetti.
I gesti che accompagnano il pasto.
La mostra parte proprio da queste differenze per osservare la tavola come luogo di incontro, relazione e scambio tra Europa e Asia.
Non si tratta quindi semplicemente di esporre oggetti belli.
Ogni oggetto racconta un modo di utilizzare lo spazio e la materia.
Un piatto non è soltanto un piatto
Un oggetto destinato alla tavola nasce da una funzione.
Deve contenere.
Versare.
Servire.
Conservare.
Ma la funzione non determina completamente la forma.
Una tazza può essere grande o piccola.
Profonda o sottile.
Possedere un manico oppure esserne priva.
Essere realizzata in porcellana, vetro, metallo o ceramica.
Dietro ogni scelta esiste una cultura materiale.
Ed è proprio questa dimensione che Geografie della Tavola mette al centro.
Europa e Asia si incontrano attraverso gli oggetti
Il sottotitolo Design contemporaneo tra Europa e Asia indica la direzione del progetto.
Non viene proposta un’opposizione rigida tra due mondi.
La mostra cerca piuttosto i punti nei quali tecniche, materiali e sensibilità differenti possono incontrarsi.
Un oggetto contemporaneo può utilizzare un sapere artigianale antico.
Una forma tradizionale può essere reinterpretata attraverso tecnologie nuove.
Un materiale appartenente alla storia di un territorio può assumere una funzione diversa.
La geografia evocata dal titolo non riguarda quindi soltanto i luoghi.
Riguarda la circolazione delle idee.
Il Museo d’Arte Orientale diventa parte della mostra
La sede svolge un ruolo fondamentale.
Il Museo d’Arte Orientale di Venezia, ospitato dal 1928 al terzo piano di Ca’ Pesaro, conserva una delle più importanti raccolte italiane dedicate all’arte asiatica.
Inserire qui il design contemporaneo significa metterlo direttamente a confronto con oggetti che appartengono a tempi e contesti differenti.
Il contemporaneo non viene quindi isolato dalla storia.
Entra nelle sale e la interroga.
Le collezioni storiche tornano a parlare
Tra gli oggetti richiamati dal percorso figurano tazze e piatti in porcellana, versatoi per il tè e per il sakè, contenitori per il tè in polvere e set in lacca destinati ai banchetti all’aperto.
Sono manufatti nati per essere utilizzati.
Oggi vengono conservati in museo.
Questo passaggio cambia il nostro modo di guardarli.
Un oggetto che un tempo apparteneva alla vita quotidiana può diventare testimonianza storica.
Ma la funzione originaria continua a rimanere leggibile nella forma.
I sagejubako e l’idea di portare la tavola fuori casa
La presentazione ufficiale cita anche i sagejubako, set in lacca utilizzati per banchetti all’aperto.
Sono particolarmente interessanti perché mostrano quanto l’idea della tavola possa cambiare.
Non necessariamente un mobile collocato dentro una sala.
Può essere un insieme di contenitori progettati per trasportare cibi e bevande.
La convivialità diventa mobile.
E il design deve rispondere a questa necessità.
Oggetti normalmente nei depositi tornano visibili
Per l’occasione il Museo d’Arte Orientale espone anche opere in lacca normalmente custodite nei depositi.
È un aspetto significativo.
Nessun museo può mostrare contemporaneamente tutto ciò che possiede.
Gran parte delle collezioni rimane necessariamente conservata fuori dalle sale.
Una mostra temporanea può quindi diventare l’occasione per riportare alla luce oggetti che il pubblico vede raramente.
Il design contemporaneo osserva la tradizione
Il confronto con una collezione storica non obbliga i designer a riprodurre forme antiche.
Può avvenire l’opposto.
Un oggetto tradizionale diventa il punto di partenza per una nuova interpretazione.
Ciò che interessa non è necessariamente copiarne l’aspetto.
Può essere più importante comprendere il gesto al quale era destinato.
Il modo in cui veniva impugnato.
La relazione con il corpo.
Il materiale.
La tecnica con cui era prodotto.
Il vetro cambia attraverso la luce
Tra i materiali indicati per le opere contemporanee compare il vetro.
A Venezia questa presenza assume inevitabilmente un significato particolare.
Il vetro non possiede soltanto una forma.
Interagisce continuamente con la luce.
Può essere trasparente.
Opaco.
Colorato.
Riflettente.
Lo stesso oggetto cambia a seconda dell’ambiente nel quale viene osservato.
La ceramica conserva il gesto
Un altro materiale centrale è la ceramica.
Terra, acqua e fuoco vengono trasformati fino a ottenere un oggetto solido.
Anche nei processi più controllati rimane però una componente fisica.
Una superficie.
Uno spessore.
Una variazione.
Il design contemporaneo può utilizzare tecnologie avanzate, ma continua a confrontarsi con materiali che possiedono una storia molto più lunga della disciplina stessa.
Il metallo introduce un’altra idea di durata
Il metallo porta invece con sé resistenza, precisione e possibilità di lavorazione molto differenti.
Può essere sottile.
Lucido.
Ossidato.
Piegato.
Fuso.
Ogni materiale propone quindi un diverso rapporto tra funzione e superficie.
La mostra utilizza questa varietà per costruire il confronto tra i linguaggi progettuali.
Materia lavorata come linguaggio comune
La presentazione ufficiale insiste su un concetto interessante: la materia modellata, attraversata e trasformata diventa un linguaggio condiviso tra epoche differenti.
Un artigiano del passato e un designer contemporaneo possono avere obiettivi differenti.
Ma entrambi devono comprendere che cosa un materiale permette di fare.
Esistono limiti.
Resistenze.
Possibilità.
È proprio questa conoscenza pratica a creare continuità tra tempi apparentemente lontani.
Tradizione non significa immobilità
Un oggetto tradizionale può sembrare qualcosa che deve essere conservato esattamente com’è.
Ma le tradizioni esistono proprio perché sono state tramandate e, nel passaggio, trasformate.
Cambiano gli usi.
I materiali disponibili.
Le tecnologie.
Le esigenze della società.
Il design contemporaneo può quindi confrontarsi con una tradizione senza ridurla a decorazione.
Può continuare a farla evolvere.
Kyoto incontra il design contemporaneo
Tra i progetti collegati all’esposizione, la Venice Design Week documenta anche il lavoro di Triptych Kyoto, studio giapponese che mette in relazione tecniche artigianali di Kyoto e progettazione contemporanea.
La lampada Lotus, per esempio, rilegge l’uchiwa, il tradizionale ventaglio piatto giapponese, utilizzando bambù, carta washi, legno hinoki, lacca urushi e ottone insieme a un sistema LED contemporaneo.
È un esempio efficace di ciò che significa lavorare tra continuità e trasformazione.
La tecnica non viene semplicemente conservata.
Entra dentro una nuova funzione.
La luce diventa materia progettuale
La presenza di oggetti legati alla luce amplia anche il concetto di tavola.
Un ambiente conviviale non è composto soltanto da piatti, bicchieri e posate.
Conta anche l’atmosfera.
Una fonte luminosa può modificare il colore del cibo.
La percezione delle superfici.
La relazione tra le persone sedute.
Il design della tavola riguarda quindi anche ciò che costruisce lo spazio intorno agli oggetti.
Mangiare insieme significa costruire una relazione
La mostra ritorna continuamente a un elemento molto concreto.
La tavola riunisce le persone.
Può farlo quotidianamente.
Durante una festa.
In un rito.
In un’occasione ufficiale.
Sedersi insieme significa condividere temporaneamente uno spazio.
Per questo gli oggetti destinati alla tavola non parlano soltanto di alimentazione.
Parlano di società.
Anche il modo di servire racconta una cultura
Un versatoio per sakè o una teiera non esistono indipendentemente dai gesti con cui vengono utilizzati.
Chi versa?
A chi?
In quale ordine?
Quale quantità?
Con quale recipiente?
Gli oggetti possono conservare dentro la propria forma proprio la memoria di quei gesti.
Il design diventa così inseparabile dal comportamento.
Un oggetto può attraversare le culture
La circolazione globale ha reso familiari oggetti che un tempo appartenevano a contesti molto specifici.
Tazze.
Bacchette.
Teiere.
Ciotole.
Molte forme si spostano da un luogo all’altro e vengono progressivamente reinterpretate.
Geografie della Tavola permette di osservare proprio questa possibilità di movimento.
Non una geografia fatta di confini rigidi.
Una geografia di scambi.
Venezia come luogo di passaggio
La scelta di Venezia rafforza inevitabilmente questa lettura.
Per secoli la città è stata un punto di incontro tra merci, persone e culture provenienti dal Mediterraneo e dall’Asia.
Porcellane.
Tessuti.
Spezie.
Tecniche.
Immagini.
Oggetti e idee hanno attraversato la città molto prima che parole come “globalizzazione” entrassero nel linguaggio contemporaneo.
Una mostra dedicata agli scambi tra Europa e Asia trova quindi a Venezia un contesto particolarmente significativo.