Integratori botanici: perché “naturale” non significa automaticamente sicuro

Integratori botanici: perché “naturale” non significa automaticamente sicuro

Gli integratori botanici sono spesso associati a parole come naturale, vegetale, tradizionale. Termini rassicuranti, che però non bastano a dire se un prodotto sia adatto a tutti o possa essere assunto senza precauzioni.

Una pianta può contenere sostanze biologicamente attive, e un estratto concentrato può essere molto diverso dalla stessa pianta utilizzata normalmente come alimento o bevanda.

A fare la differenza sono la parte vegetale impiegata, il metodo di estrazione, la concentrazione, la quantità assunta, la durata dell’utilizzo e le condizioni della persona che lo assume.

Non significa che gli integratori di origine vegetale siano pericolosi. Significa, più semplicemente, che “naturale” non è sinonimo di “privo di rischi”.

Che cosa sono gli integratori botanici

Con il termine botanicals si indicano piante e preparazioni derivate da piante, ma anche da alghe, funghi o licheni, utilizzate tra l’altro nella produzione di integratori alimentari.

Sugli scaffali e online si possono trovare sotto molte forme: capsule, compresse, polveri, estratti liquidi, gocce o altri preparati.

Il punto importante è che il nome della pianta racconta solo una parte della storia.

Due prodotti ottenuti dalla stessa specie vegetale possono avere caratteristiche molto diverse se utilizzano parti differenti della pianta oppure se sono preparati con tecniche di estrazione che concentrano determinate sostanze.

Per questo non è corretto trasferire automaticamente a un integratore ciò che sappiamo sull’uso alimentare tradizionale della stessa pianta.

Una tisana e un estratto concentrato non sono la stessa cosa

Un esempio particolarmente chiaro arriva dal tè verde.

Bere un infuso significa estrarre in acqua una parte delle sostanze presenti nelle foglie. Un integratore può invece contenere estratti nei quali alcune componenti sono molto più concentrate.

 

Infuso versato da una teiera di vetro in una tazza trasparente
Un infuso tradizionale e un estratto concentrato possono derivare dalla stessa pianta, ma non comportano necessariamente la stessa esposizione alle sue sostanze.

 

L’EFSA ha valutato in particolare le catechine del tè verde e l’epigallocatechina gallato, o EGCG. Le catechine assunte attraverso gli infusi tradizionali di tè verde sono considerate in generale sicure, anche se sono stati segnalati rari casi di danno epatico ritenuti probabilmente legati a reazioni individuali imprevedibili.

La situazione cambia con gli integratori concentrati.

Nella valutazione europea, assunzioni di EGCG pari o superiori a 800 milligrammi al giorno attraverso integratori sono risultate associate in alcuni studi a un aumento delle transaminasi, indicativo di possibili effetti sul fegato. Con i dati disponibili non è stato possibile stabilire una dose di EGCG proveniente dagli integratori che possa essere considerata priva di rischio in ogni circostanza.

Proprio per questo nell’Unione europea gli estratti di tè verde contenenti EGCG sono soggetti a specifiche restrizioni: la porzione giornaliera deve contenerne meno di 800 milligrammi e sulle confezioni devono comparire precise avvertenze.

È un caso utile per capire il problema: non è il tè verde in quanto tale a essere diventato improvvisamente pericoloso. Cambiano la forma con cui viene assunto e il livello di esposizione.

Conta la dose, ma non solo

Quando si parla di botanicals si tende spesso a chiedere semplicemente: “Quanto ne posso prendere?”.

La quantità è importante, ma non è l’unica variabile.

Conta quale parte della pianta è stata utilizzata, quali sostanze sono presenti nell’estratto e in quale concentrazione. Conta inoltre per quanto tempo il prodotto viene assunto e se contemporaneamente si utilizzano altri integratori o medicinali.

Anche l’EFSA, nel suo Compendium dedicato ai botanicals, sottolinea che la presenza in una pianta di una sostanza potenzialmente problematica non significa automaticamente che quella sostanza sia presente nella preparazione finale in quantità tali da rappresentare un rischio.

Dipende proprio dalla parte vegetale utilizzata, dal metodo di preparazione e dalle condizioni d’uso.

Per lo stesso motivo, trovare una pianta in un elenco di sostanze sotto osservazione non equivale a dire che qualsiasi prodotto che la contiene sia pericoloso.

Integratori botanici e farmaci: il problema delle interazioni

Un altro aspetto facile da sottovalutare riguarda le interazioni.

Se una sostanza vegetale è capace di produrre un effetto biologico, può in alcuni casi modificare anche ciò che accade quando viene assunta insieme a un medicinale.

L’esempio classico è l’iperico, o Hypericum perforatum, utilizzato in diversi preparati di origine vegetale.

Le interazioni dell’iperico con numerosi medicinali sono ben documentate. Può modificare l’attività di sistemi coinvolti nel metabolismo e nel trasporto dei farmaci, riducendo in alcuni casi le loro concentrazioni nell’organismo.

Tra i medicinali per i quali sono state descritte interazioni figurano, per esempio, ciclosporina, warfarin e contraccettivi ormonali. Le possibili interazioni riguardano però molte altre sostanze.

Questo non significa che chi utilizza un integratore debba temere qualsiasi associazione. Significa che chi segue una terapia farmacologica non dovrebbe considerare irrilevante un prodotto solo perché contiene ingredienti vegetali.

Portare al medico o al farmacista il nome dell’integratore che si sta usando può evitare associazioni inappropriate e permette di valutare il prodotto nel contesto reale della persona che lo assume.

 

Farmacista mostra un flacone a una cliente durante un colloquio in farmacia
In presenza di terapie farmacologiche, anche un integratore di origine vegetale va valutato nel contesto della persona che lo assume.

 

Anche la qualità del prodotto conta

Il rischio non dipende soltanto dalle proprietà della pianta.

Quando si parla di integratori botanici entrano in gioco anche la qualità delle materie prime, la corretta identificazione della specie, i processi di produzione e la possibilità di contaminazioni.

L’Istituto Superiore di Sanità segnala tra le criticità possibili la sostituzione di una specie vegetale con un’altra, la contaminazione con altre piante e, in alcuni prodotti, persino l’aggiunta fraudolenta di sostanze farmacologicamente attive.

Esiste poi il rischio, comune anche ad altri alimenti, delle contaminazioni microbiologiche.

Un caso recente lo ha ricordato molto concretamente.

Nel 2026 il Ministero della Salute italiano ha diffuso un’allerta relativa al richiamo negli Stati Uniti di specifici integratori contenenti polvere di foglie di moringa, collegati a casi di salmonellosi.

Il punto, anche in questo caso, va letto correttamente: non significa che la moringa provochi la salmonellosi o che gli integratori di moringa siano per definizione pericolosi. Il problema riguardava determinati prodotti contaminati.

È però un buon esempio di come la parola “vegetale” non possa sostituire i controlli sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto finale.

Essere nel Registro del Ministero non significa essere “approvati”

C’è poi un equivoco che vale la pena chiarire.

Gli integratori alimentari commercializzati in Italia sono soggetti a una procedura di notifica al Ministero della Salute e i prodotti notificati sono presenti nel Registro nazionale degli integratori alimentari.

L’esistenza del prodotto nel Registro può quindi essere verificata.

Ma l’inserimento nel Registro non equivale a un’autorizzazione o a una certificazione con cui il Ministero garantisce la conformità o l’efficacia dell’integratore.

Lo stesso Ministero lo precisa espressamente: la notifica e l’attribuzione del relativo codice non rappresentano né un riconoscimento della conformità del prodotto alla normativa né un’autorizzazione alla sua immissione in commercio.

La responsabilità della conformità del prodotto resta in capo all’operatore del settore alimentare, mentre le autorità competenti svolgono le attività di controllo e possono intervenire quando riscontrano irregolarità.

Quella frase riportata talvolta sulle confezioni — “prodotto incluso nel Registro degli integratori del Ministero della Salute” — va quindi interpretata per ciò che realmente significa: il prodotto è stato notificato, non ha ricevuto un “bollino di approvazione” ministeriale.

Le parole sulla confezione non bastano

Anche il modo in cui un integratore viene presentato può condizionare molto la percezione del prodotto.

Espressioni come “100% naturale”, “tradizionale”, “vegetale” o immagini che richiamano foglie, boschi e natura possono suggerire implicitamente un’idea di delicatezza e sicurezza.

Ma nessuna di queste caratteristiche permette, da sola, di stabilire se il prodotto sia adatto a una determinata persona.

Nel luglio 2026 il Ministero della Salute è intervenuto con una nota dedicata proprio all’etichettatura, alla presentazione e alla pubblicità degli integratori contenenti probiotici e sostanze vegetali, richiamando anche il contrasto alle pratiche commerciali ingannevoli.

La comunicazione commerciale di un integratore non può attribuire al prodotto effetti propri di un medicinale, come la prevenzione o la cura di una malattia.

Cosa controllare prima di assumere un integratore botanico

Prima di acquistare un prodotto, vale la pena guardare oltre il nome commerciale e la parte più visibile della confezione.

La prima cosa da controllare è che cosa contiene realmente, soprattutto quando nella stessa formulazione sono presenti più estratti vegetali.

Va poi letta la dose giornaliera indicata dal produttore e vanno rispettate le eventuali avvertenze specifiche riportate sull’etichetta. La normativa europea prevede inoltre che gli integratori riportino l’indicazione di non superare la dose giornaliera raccomandata e ricordino che non sostituiscono una dieta varia.

Particolare attenzione serve quando si stanno già assumendo medicinali o altri integratori.

Anche gravidanza e allattamento, età pediatrica e presenza di patologie possono rendere inadatto un prodotto che per un altro adulto non presenta lo stesso problema. In questi casi la scelta non dovrebbe essere guidata soltanto dalla confezione o dalle recensioni online, ma valutata con il medico o il farmacista.

Un altro segnale da non ignorare sono promesse troppo simili a quelle di un medicinale: un integratore alimentare non può essere presentato come una cura per una malattia.

Se compare una reazione avversa, può essere segnalata

Anche i prodotti di origine naturale sono sottoposti a sorveglianza.

In Italia l’Istituto Superiore di Sanità coordina un’attività di sorveglianza dedicata anche agli effetti indesiderati che possono comparire dopo l’uso di integratori alimentari e preparati di origine vegetale.

Le segnalazioni possono essere effettuate online attraverso VigiErbe.

Non serve avere già la certezza che sia stato proprio l’integratore a causare il problema: il sistema serve infatti a raccogliere le segnalazioni sospette, valutarle e individuare eventuali segnali che meritano ulteriori approfondimenti.

Naturale non è una garanzia, ma nemmeno un segnale di pericolo

Considerare con attenzione gli integratori botanici non significa diffidare di tutto ciò che proviene dalle piante.

Significa evitare l’equazione opposta: se un prodotto è vegetale, allora deve necessariamente essere innocuo.

Tra una foglia, una tisana e un estratto concentrato possono esserci differenze importanti. La sicurezza dipende dalla sostanza, dalla preparazione, dalla dose, dalla qualità del prodotto, dalle altre sostanze assunte nello stesso periodo e dalle caratteristiche di chi lo utilizza.

La parola “naturale” può raccontare l’origine di un ingrediente.

Per capire se un integratore sia appropriato e sicuro, però, bisogna guardare molto oltre quella parola.

 

Autore Eleonora Dorigo

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