Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930-1960

- DATA INIZIO: 20/06/2026

- DATA FINE: 18/10/2026

- LUOGO: Palazzo ONMI - L'Aquila

- INDIRIZZO: Viale Duca degli Abruzzi, 67100 L’Aquila AQ

- TEL: +39 06 32486 606

- SITO WEB: maxxilaquila.art

- ULTERIORI INFORMAZIONI: Mostra a cura di Mario Centofanti, Raffaele Giannantonio e Andrea Mantovano, promossa dal Comune dell’Aquila in collaborazione con MAXXI L’Aquila nell’ambito di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Orari specifici della mostra: giovedì 9.00-13.00; venerdì, sabato e domenica 11.00-19.00. Lunedì, martedì e mercoledì chiuso. Ingresso gratuito. Accessibilità specifica di Palazzo ONMI: n.d. I recapiti telefonici ed e-mail indicati sono quelli generali del MAXXI L’Aquila.

- NOTE AGGIUNTIVE: Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930-1960 ricostruisce trent’anni di trasformazioni architettoniche e urbane della regione attraverso materiali storici e contemporanei. La mostra mette in relazione tre generazioni di progettisti e affianca alla documentazione d’archivio una nuova campagna fotografica di Andrea Jemolo.

Continuità e divergenze all’Aquila: trent’anni di architettura e paesaggio urbano in Abruzzo

 

Allestimento di Continuità e divergenze all’Aquila con fotografie e documenti esposti a Palazzo ONMI
Continuità e divergenze, exhibition view, foto © Luca Eleuteri, courtesy Fondazione MAXXI
Fonte immagine: https://maxxilaquila.art/

 

Dal 20 giugno al 18 ottobre 2026, gli spazi restaurati di Palazzo ONMI all’Aquila ospitano Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930-1960, mostra dedicata alle trasformazioni che hanno cambiato le città e il paesaggio costruito abruzzese nel cuore del Novecento.

Curata da Mario Centofanti, Raffaele Giannantonio e Andrea Mantovano, l’esposizione esce dalla sede abituale del MAXXI L’Aquila a Palazzo Ardinghelli e utilizza un edificio che appartiene esso stesso alla storia dell’edilizia pubblica del Novecento.

Il progetto è promosso dal Comune dell’Aquila in collaborazione con MAXXI L’Aquila per il programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

Continuità e divergenze: il titolo racconta un passaggio storico

Il titolo della mostra contiene già la chiave di lettura del percorso.

Tra il 1930 e il 1960 l’architettura italiana attraversa regimi politici, guerra, ricostruzione e profonde trasformazioni sociali.

Cambiano le esigenze delle città.

Cambiano i linguaggi.

Cambiano le funzioni richieste agli edifici.

Ma non tutto viene cancellato e ricostruito da zero.

Alcune esperienze continuano.

Altre divergono.

Tradizione locale e modernità possono incontrarsi, entrare in conflitto oppure produrre nuovi equilibri.

È dentro questa tensione che la mostra osserva trent’anni di architettura abruzzese.

Tre decenni che cambiano le città

Il percorso prende avvio dagli anni Trenta e prosegue fino agli anni Sessanta.

Non si limita quindi a raccontare singoli edifici.

L’attenzione si allarga alla città e al territorio.

Le architetture diventano strumenti attraverso cui leggere processi di crescita urbana, trasformazioni economiche e cambiamenti nel modo di vivere gli spazi collettivi.

Un edificio pubblico, una struttura sportiva o un complesso religioso non vengono osservati soltanto per il loro valore formale.

Raccontano anche quali servizi una città considerava necessari e quale idea di comunità cercava di costruire.

L’Abruzzo non è un unico paesaggio

Parlare di architettura abruzzese significa confrontarsi con un territorio estremamente differenziato.

Montagna e costa.

Centri storici e città in espansione.

Piccoli nuclei e nuovi quartieri.

Le quattro province sviluppano dinamiche differenti, pur partecipando agli stessi grandi passaggi della storia italiana.

La mostra cerca proprio di costruire una visione regionale, mettendo in relazione esperienze che normalmente possono essere studiate separatamente.

Secondo la documentazione relativa al progetto, il percorso riunisce materiali provenienti dalle diverse province abruzzesi e coinvolge tre generazioni di progettisti.

Architettura e politica non sono separabili

Il periodo scelto dalla mostra attraversa uno dei passaggi più complessi della storia italiana.

Gli anni del fascismo.

La Seconda guerra mondiale.

La ricostruzione.

La nascita della Repubblica.

La crescita economica.

È inevitabile che anche l’architettura porti tracce di queste trasformazioni.

Le decisioni urbanistiche dipendono da priorità politiche.

Gli edifici pubblici rispondono a modelli sociali.

Le infrastrutture raccontano il modo in cui una comunità immagina il proprio futuro.

Per questo parlare di “continuità” e “divergenze” significa anche osservare ciò che attraversa fratture politiche apparentemente radicali.

Tre generazioni di progettisti

Uno degli aspetti centrali del progetto è proprio il confronto tra tre generazioni di architetti e progettisti.

La mostra non costruisce un racconto basato soltanto sui nomi più celebri.

Accanto a figure di rilievo nazionale e internazionale trovano spazio anche professionisti che hanno operato direttamente nel territorio abruzzese.

È una scelta importante.

Una città non viene costruita soltanto attraverso poche architetture eccezionali.

La sua identità dipende anche da scuole, edifici pubblici, abitazioni, strutture sportive, luoghi religiosi e infrastrutture che entrano progressivamente nella quotidianità.

Il paesaggio urbano diventa un archivio

Camminare in una città significa attraversare epoche differenti.

Un edificio degli anni Trenta può trovarsi accanto a una costruzione del dopoguerra.

Una piazza può aver cambiato più volte funzione.

Una strada può conservare una struttura urbana precedente alle architetture che oggi la delimitano.

La città diventa così una specie di archivio tridimensionale.

Continuità e divergenze utilizza documenti e immagini per rendere leggibili questi strati.

Progetti, documenti e fotografie

Il percorso non è costruito soltanto attraverso fotografie di edifici.

Sono presenti progetti, opere d’arte, documenti d’archivio, filmati, immagini storiche e fotografie contemporanee.

Questa varietà permette di osservare l’architettura in momenti differenti.

Prima della costruzione, attraverso il progetto.

Durante la sua vita, attraverso fotografie e documenti.

Nel presente, attraverso una nuova interpretazione fotografica.

Lo stesso edificio può quindi essere letto da più punti di vista.

Gli archivi raccontano ciò che la città non mostra più

Un archivio può conservare anche ciò che non esiste più.

Progetti mai realizzati.

Edifici modificati.

Spazi demoliti.

Alternative progettuali abbandonate.

È una dimensione importante in una mostra dedicata alle trasformazioni urbane.

La città che vediamo oggi è infatti soltanto una delle molte città possibili.

Dietro ogni costruzione possono esserci state altre ipotesi.

Dietro ogni demolizione rimangono fotografie e disegni.

Il documento d’archivio permette di riaprire temporaneamente quelle possibilità.

Le Collezioni MAXXI Architettura entrano nel percorso

Parte dei materiali proviene dalle Collezioni del MAXXI Architettura e Design contemporaneo, accanto a collezioni private e archivi pubblici.

È un elemento coerente con la natura del progetto.

Il MAXXI non conserva soltanto opere d’arte contemporanea.

La sua attività comprende anche fondi, disegni e documenti attraverso i quali è possibile studiare la storia recente dell’architettura italiana.

Portare questi materiali all’Aquila significa rimetterli in relazione con il territorio al quale alcuni di essi fanno riferimento.

Andrea Jemolo guarda le architetture nel presente

La mostra non si ferma però alla documentazione storica.

Ad Andrea Jemolo è stata affidata una nuova committenza fotografica dedicata ad alcuni degli episodi architettonici più significativi della regione.

Le fotografie non mostrano quindi gli edifici nel momento della loro inaugurazione.

Li osservano oggi.

Dopo decenni di utilizzo.

Dopo trasformazioni.

Dopo interventi di manutenzione o abbandono.

Il tempo entra direttamente nell’immagine.

Fotografare un edificio significa interpretarlo

Una fotografia di architettura non è mai completamente neutrale.

Il fotografo decide il punto di vista.

La distanza.

La luce.

Il rapporto tra edificio e ambiente.

Può isolare una struttura oppure mostrare come viene utilizzata dalle persone.

Può mettere in evidenza un dettaglio o il paesaggio circostante.

La nuova campagna di Jemolo aggiunge quindi alla documentazione storica una lettura contemporanea.

L’edificio non è soltanto ciò che era stato progettato.

È anche ciò che è diventato.

Il paesaggio cambia anche quando l’architettura rimane

Un edificio può restare quasi identico per decenni mentre tutto intorno cambia.

Le strade si ampliano.

Crescono nuovi quartieri.

Cambiano i mezzi di trasporto.

Gli spazi aperti vengono occupati.

La vegetazione modifica la percezione delle facciate.

La fotografia contemporanea permette di registrare anche questa relazione.

Per questo il sottotitolo non parla soltanto di architetture, ma di “paesaggi urbani”.

Palazzo ONMI diventa parte del racconto

La scelta della sede è particolarmente significativa.

La mostra occupa gli spazi appena restaurati di Palazzo ONMI, ex asilo nido di Viale Duca degli Abruzzi e testimonianza dell’edilizia pubblica del Novecento.

Non è quindi un semplice contenitore neutrale.

Il visitatore osserva una mostra sull’architettura moderna dentro un edificio che appartiene allo stesso universo storico.

Sede e contenuto entrano direttamente in relazione.

Uscire da Palazzo Ardinghelli

MAXXI L’Aquila ha la propria sede principale a Palazzo Ardinghelli, in Piazza Santa Maria Paganica.

Con questo progetto il museo si sposta invece in un altro punto della città.

La scelta amplia fisicamente il campo d’azione dell’istituzione e permette di riportare l’attenzione su un edificio appena recuperato.

Il museo non racconta soltanto la città dall’interno delle proprie sale.

Entra in altri spazi della città.

Restaurare significa riattivare

Il recupero di un edificio non coincide semplicemente con la sua conservazione.

Perché un luogo torni realmente a vivere deve ritrovare una funzione.

Ospitare una mostra dedicata alla storia dell’architettura moderna dentro un ex edificio pubblico appena restaurato produce quindi un doppio movimento.

Si conserva una testimonianza del passato.

Ma la si riporta anche dentro il presente.

L’Aquila e la questione della trasformazione urbana

All’Aquila il rapporto tra architettura, memoria e trasformazione possiede inevitabilmente un significato particolare.

Il terremoto del 2009 ha imposto alla città un processo di ricostruzione ancora oggi determinante nella percezione dello spazio urbano.

La mostra studia un periodo precedente, ma il tema della trasformazione della città risuona inevitabilmente anche nel presente.

Osservare come altri momenti storici abbiano modificato il territorio può aiutare a comprendere che una città non è mai definitivamente conclusa.

L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026

L’esposizione rientra nel programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

La scelta di dedicare un progetto alla storia dell’architettura abruzzese amplia il racconto oltre i confini del capoluogo.

L’Aquila diventa il punto in cui si incontrano esperienze provenienti dall’intera regione.

È una prospettiva significativa perché una Capitale della Cultura non deve necessariamente parlare soltanto di se stessa.

Può diventare luogo dal quale osservare un territorio più ampio.

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