Non Technological Devices

- DATA INIZIO: 08/08/2026

- DATA FINE: 01/11/2026

- LUOGO: Casa Santa – PhEST 2026

- INDIRIZZO: Via Giorgio Lapezzaia 3, 70043 Monopoli BA

- SITO WEB: phest.info

- ULTERIORI INFORMAZIONI: Mostra di Chloé Azzopardi nell’ambito dell’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, dedicata nel 2026 al tema What if?. Apertura al pubblico delle sedi espositive dall’8 agosto al 1° novembre. Orari: martedì-venerdì 10.00-13.00 e 17.00-21.00; sabato 10.00-13.00 e 17.00-22.00; domenica 11.00-22.00; lunedì chiuso. Biglietto generale PhEST: 15 euro intero, 10 euro ridotto. Biglietto singolo per Casa Santa: 7 euro. Ingresso gratuito per under 14, persone con disabilità, studenti, docenti e personale UniBa e giornalisti accreditati.

- NOTE AGGIUNTIVE: Non Technological Devices è un progetto di Chloé Azzopardi costruito attraverso elementi naturali raccolti e assemblati per evocare dispositivi tecnologici reali o immaginari. Fotografia, installazione, performance e pratiche costruttive confluiscono in una fiction speculativa che riflette sul rapporto tra tecnologia, risorse del pianeta e altre forme di vita, immaginando possibili modalità alternative di convivenza con il vivente.

Dispositivo costruito con rami per Non Technological Devices di Chloé Azzopardi a Monopoli
©Chloé Azzopardi
Fonte immagine https://www.phest.info/

 

Dall’8 agosto al 1° novembre 2026, Chloé Azzopardi a Monopoli presenta Non Technological Devicesnegli spazi di Casa Santa, nell’ambito dell’undicesima edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte.

Artista transdisciplinare francese che vive e lavora nei dintorni di Parigi, Azzopardi utilizza fotografia, installazione, performance e pratiche costruttive per immaginare un futuro nel quale il concetto di progresso non coincida automaticamente con una tecnologia sempre più complessa.

Il progetto parte da materiali naturali raccolti e trasformati in strumenti improbabili, protesi organiche e dispositivi che ricordano gli oggetti digitali della quotidianità. Il risultato si colloca tra manuale di sopravvivenza, fantascienza e manifesto poetico.

Non Technological Devices: immaginare un’altra tecnologia

Il titolo sembra quasi una contraddizione.

Un dispositivo è normalmente associato alla tecnologia.

Uno smartphone.

Un sensore.

Una cuffia.

Un computer.

Un apparecchio progettato per ampliare le possibilità del corpo umano.

Chloé Azzopardi prova invece a immaginare che cosa accadrebbe se quei dispositivi venissero costruiti con ciò che può essere raccolto nell’ambiente.

Rami.

Piante.

Fibre.

Elementi vegetali.

Materiali organici.

Nascono così oggetti che sembrano appartenere contemporaneamente a un passato remotissimo e a un futuro ancora inesistente.

Oggetti conosciuti diventano irriconoscibili

Una parte della forza del progetto deriva proprio dalla familiarità.

Le forme ricordano qualcosa.

Un dispositivo.

Una protesi.

Uno strumento da indossare.

Un apparecchio destinato a compiere una funzione.

Eppure non è immediatamente chiaro che cosa questi oggetti debbano fare.

L’artista li definisce dispositivi compositi costruiti con elementi naturali raccolti e assemblati in modo da imitare gli oggetti tecnologici della vita quotidiana.

Il risultato produce un piccolo cortocircuito.

Riconosciamo il linguaggio della tecnologia senza trovare la tecnologia.

Un futuro che non parte necessariamente da un nuovo schermo

Quando immaginiamo il futuro, tendiamo a visualizzare versioni più avanzate degli strumenti già esistenti.

Più veloci.

Più intelligenti.

Più connessi.

Più automatizzati.

Non Technological Devices mette in discussione proprio questa associazione automatica.

E se innovare non significasse necessariamente aggiungere tecnologia?

Il progetto non cerca di dare una risposta pratica.

Utilizza invece la finzione per costruire immagini alternative.

What if? e la possibilità di immaginare ciò che ancora non esiste

È uno dei motivi per cui la presenza di Azzopardi a PhEST 2026 appare particolarmente coerente con il tema What if?.

Il festival utilizza la domanda “e se?” come un dispositivo creativo: sospendere temporaneamente ciò che consideriamo inevitabile e provare a immaginare scenari differenti.

Nel programma ufficiale, What if? viene presentato proprio come un invito a interrogare presente e futuro, aprendo possibilità nelle quali tecnologia, natura, identità e società possano essere riscritte.

Azzopardi applica questa domanda direttamente agli oggetti.

E se i nostri strumenti fossero differenti?

E se ampliassero il rapporto con l’ambiente invece di separarci da esso?

Tra fantascienza e bricolage

Gli oggetti di Non Technological Devices non cercano necessariamente di apparire realistici.

Possiedono qualcosa del bricolage.

Materiali assemblati.

Soluzioni apparentemente rudimentali.

Forme ibride.

Ma proprio questa semplicità può ricordare anche gli oggetti della fantascienza.

Non perché anticipino realmente una tecnologia futura.

Perché suggeriscono un mondo nel quale esistono altre regole.

Azzopardi definisce questo universo attraverso il gioco e la fiction, utilizzando gli artefatti come strumenti per creare nuovi desideri e nuove immagini del futuro.

Protesi che estendono il corpo e allo stesso tempo lo ostacolano

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto con il corpo.

I dispositivi possono apparire come estensioni fisiche.

Qualcosa che amplifica.

Protegge.

Sostiene.

Permette di interagire con l’ambiente.

Ma possono anche essere ingombranti.

Limitanti.

Difficili da utilizzare.

L’artista insiste proprio su questa ambivalenza: gli oggetti possono essere contemporaneamente prolungamenti del corpo e impedimenti.

È una contraddizione che riguarda anche molti dispositivi reali.

La tecnologia può aumentare una possibilità e contemporaneamente creare una nuova dipendenza.

Il corpo diventa ibrido

Quando un oggetto viene indossato, il confine tra corpo e dispositivo diventa meno preciso.

Dove finisce la persona?

Dove comincia lo strumento?

Questa domanda appartiene da tempo all’immaginario del cyborg.

Azzopardi la sposta però verso un’altra direzione.

Non necessariamente metallo, circuiti e componenti elettronici.

I suoi cyborg organici cercano una relazione diversa con l’ambiente e con gli altri esseri viventi.

L’ibridazione non avviene quindi soltanto tra organismo e macchina.

Può avvenire tra organismo e materia naturale.

Tecnologia significa anche utilizzare risorse

Ogni oggetto digitale possiede una dimensione materiale che è facile dimenticare.

Dietro una superficie liscia esistono materiali.

Componenti.

Processi industriali.

Energia.

Trasporti.

Risorse estratte dal pianeta.

Uno smartphone può sembrare quasi immateriale quando permette di comunicare attraverso reti invisibili.

Ma la sua esistenza dipende da una lunga catena materiale.

Non Technological Devices riporta indirettamente l’attenzione proprio su questo aspetto.

Quando l’oggetto mostra immediatamente da dove viene

I dispositivi di Azzopardi non nascondono la materia.

Al contrario.

È proprio la materia a diventare visibile.

Un ramo continua a sembrare un ramo.

Una fibra mantiene qualcosa della propria origine.

L’oggetto non produce l’illusione di essere separato dall’ambiente da cui proviene.

Questa evidenza costruisce una differenza significativa rispetto a molta tecnologia contemporanea, nella quale la provenienza delle materie prime rimane normalmente fuori dal nostro campo visivo.

Ripensare il concetto di risorsa

Il progetto affronta anche il tema dello sfruttamento delle risorse terrestri.

Ma la parola “risorsa” contiene già un punto di vista.

Qualcosa diventa una risorsa quando viene considerato in funzione di un utilizzo.

Una materia da estrarre.

Una superficie da occupare.

Un organismo da sfruttare.

La ricerca di Azzopardi prova invece a spostare lo sguardo verso possibili forme di coabitazione con il vivente.

Non semplicemente: che cosa possiamo prendere dall’ambiente?

Ma: in quale relazione vogliamo stare con ciò che vive insieme a noi?

L’immaginario post-Capitalocene

La ricerca dell’artista viene descritta in relazione a immaginari post-capitalocenici.

Non si tratta del nome ufficiale di un’era geologica.

È un quadro concettuale utilizzato per interrogare un futuro nel quale i rapporti tra produzione economica, sfruttamento delle risorse e ambiente potrebbero essere organizzati diversamente.

La parola è importante proprio perché il progetto non si limita a immaginare nuovi oggetti.

Prova a immaginare anche differenti relazioni sociali ed ecologiche.

La fotografia documenta qualcosa che non esiste davvero

La fotografia possiede tradizionalmente un forte rapporto con ciò che è accaduto.

Qualcosa è stato davanti all’obiettivo.

La fotografia ne conserva una traccia.

Azzopardi sfrutta questa caratteristica per produrre un effetto quasi opposto.

Costruisce oggetti reali.

Li fotografa.

Ma utilizza quelle fotografie per documentare un mondo immaginario.

Il dispositivo esiste davvero.

Il futuro al quale appartiene no.

La fotografia diventa così una prova visiva di una finzione.

Una fiction costruita materialmente

È questo uno degli elementi che distinguono il progetto da un’immagine fantascientifica creata interamente al computer.

Gli artefatti vengono costruiti.

Manipolati.

Indossati.

Fotografati.

La fiction possiede quindi una dimensione fisica.

Per immaginare un futuro alternativo, l’artista comincia creando realmente qualcosa nel presente.

Gioco e serietà possono convivere

Gli oggetti possiedono anche una componente ludica.

Possono sembrare assurdi.

Divertenti.

Improbabili.

Il loro utilizzo non è sempre evidente.

Questa ambiguità permette al progetto di affrontare questioni ecologiche senza costruire soltanto immagini pessimistiche.

Nel lavoro di Azzopardi il gioco diventa uno strumento di immaginazione.

Non nega la gravità dei problemi.

Prova ad aprire uno spazio nel quale sia ancora possibile pensare alternative.

Dalla paura al desiderio

Parlando del progetto, l’artista sottolinea proprio la volontà di creare nuovi desideri e produrre immagini che possano alimentare l’immaginazione.

È un passaggio importante.

Una parte della comunicazione sulla crisi ecologica utilizza inevitabilmente scenari di perdita.

Temperature.

Estinzioni.

Siccità.

Eventi estremi.

Azzopardi prova a lavorare anche in un’altra direzione.

Immaginare qualcosa che potrebbe essere desiderabile.

L’autodifesa ecologica come immaginario

Il progetto introduce inoltre l’idea di una possibile iconografia dell’autodifesa ecologica.

Non un manuale concreto di sopravvivenza.

Piuttosto una serie di immagini attraverso cui pensare corpi più consapevoli delle proprie relazioni con l’ambiente.

Gli oggetti diventano strumenti simbolici.

Servono meno a compiere un’azione pratica che ad attivare una domanda.

Fotografia, installazione e performance

Definire Chloé Azzopardi semplicemente fotografa sarebbe riduttivo.

La sua pratica attraversa fotografia, installazione, performance e costruzione di oggetti.

Gli stessi Non Technological Devices funzionano su più livelli.

Sono artefatti fisici.

Possono essere indossati.

Diventano elementi di performance.

Poi vengono trasformati in immagini fotografiche.

Il progetto non appartiene quindi a un solo linguaggio.

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