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ToggleChiara Gambirasio a Milano con Chasing Rainbows

BUILDING TERZO PIANO, Milano ph. Chiara Navanzino
Fonte immagine https://building-gallery.com/
Dal 10 settembre al 10 ottobre 2026, Chiara Gambirasio a Milano presenta Chasing Rainbows negli spazi di BUILDING TERZO PIANO, con la curatela di Giulia Bortoluzzi.
La mostra nasce dall’esperienza vissuta dall’artista durante una residenza in Islanda, a Herusið, dal 26 febbraio al 1° aprile 2026. Il progetto iniziale sembrava contenere un obiettivo quasi letterale: inseguire gli arcobaleni e quei fenomeni atmosferici che compaiono improvvisamente, durano poco e scompaiono prima di poter essere realmente trattenuti.
Ma la permanenza in un paesaggio dominato dal bianco della neve ha progressivamente modificato quella ricerca.
L’inseguimento si è fermato.
L’attesa è diventata osservazione.
E ciò che inizialmente era rivolto verso il cielo ha cominciato a muoversi verso una dimensione più interiore.
Chasing Rainbows: inseguire qualcosa che non si può trattenere
Un arcobaleno possiede una caratteristica particolare.
È perfettamente visibile.
Ma non può essere raggiunto.
La sua posizione cambia insieme a quella dell’osservatore e dipende contemporaneamente da luce, acqua e punto di vista.
È quindi un fenomeno che esiste soltanto attraverso una relazione.
La ricerca di Chiara Gambirasio lavora da tempo proprio su condizioni simili: il colore non viene considerato come una qualità stabile applicata a un oggetto, ma come qualcosa che nasce dall’incontro tra materia, luce, osservatore e tempo.
L’artista definisce questa ricerca Kenoscromìa, espressione derivata dai termini greci kenos, vuoto, e chromia, colore, e interpretata come “vibrazione cromatica nel e del vuoto”.
Il colore non rimane mai identico
In Chasing Rainbows questa idea diventa immediatamente visibile.
Alcune opere cambiano quando cambia la temperatura.
Altre reagiscono alla luce.
Altre ancora modificano la propria percezione quando il visitatore cambia posizione.
Non esiste quindi necessariamente un unico momento nel quale l’opera possa essere considerata definitivamente osservata.
La stessa scultura può apparire differente poche ore dopo.
Oppure pochi minuti dopo.
Il tempo entra così direttamente nel processo espositivo.
La galleria acquista una quarta dimensione
BUILDING descrive lo spazio immaginato dall’artista non semplicemente come tridimensionale.
Alla larghezza, altezza e profondità viene aggiunto il tempo.
Le opere vengono disposte come punti di orientamento all’interno di una sorta di territorio da attraversare.
La mostra smette quindi di essere soltanto una successione di oggetti.
Diventa un campo nel quale si modificano continuamente le relazioni.
Tra un’opera e l’altra.
Tra luce e materia.
Tra temperatura e pigmento.
Tra visitatore e spazio.
Mappe termocromiche: orientarsi attraverso il calore
Le Mappe termocromiche (2026) sono composte da moduli rivestiti con pigmenti che reagiscono al calore.
Il titolo introduce immediatamente l’idea della cartografia.
Ma non si tratta di mappe capaci di indicare una posizione geografica precisa.
Assomigliano piuttosto a visioni dall’alto di un territorio instabile.
Quando cambia la temperatura, cambia anche ciò che vediamo.
La mappa diventa quindi uno strumento per orientarsi in qualcosa che normalmente non possiede una forma visibile: il tempo meteorologico.
Tronco di cielo porta il cielo dentro la materia
Anche Tronco di cielo utilizza una componente termocromica.
Già il titolo contiene un accostamento quasi impossibile.
Un tronco appartiene alla materia solida.
Possiede peso.
Occupa uno spazio.
Il cielo sembra invece l’opposto: aperto, mutevole, irraggiungibile.
L’opera mette in relazione questi due estremi, trasferendo qualcosa della variabilità atmosferica dentro una presenza scultorea.
Il cielo non viene semplicemente rappresentato.
Diventa una condizione che può cambiare.
Vulcanino lunare e Nuvola matrice reagiscono alla luce
Con Vulcanino lunare e Nuvola matrice, entrambe del 2026, entra invece in gioco un altro tipo di trasformazione.
Le sculture sono realizzate in gesso e pigmenti fotocromatici.
Il loro colore cambia quindi in presenza della luce.
Ancora una volta l’opera non possiede un unico aspetto.
Ciò che vediamo dipende dall’ambiente nel quale ci troviamo.
La luce non serve soltanto a illuminare l’oggetto.
Partecipa materialmente alla sua trasformazione.
Nimbo cambia insieme allo sguardo
Nimbo, realizzata nel 2021, introduce un diverso meccanismo.
L’opera è composta da diciassette triangoli in gesso marmorino pigmentato, disposti a parete intorno a un centro variabile.
Non è in questo caso una reazione chimica o termica a modificare necessariamente la superficie.
È soprattutto la posizione dell’osservatore.
Muovendosi davanti all’opera cambia la configurazione percepita.
BUILDING la mette in relazione con il comportamento delle nuvole: forme riconoscibili che sembrano continuamente trasformarsi mentre le guardiamo.
Cristallizzazioni rende visibile l’aria
Le Cristallizzazioni (2026) sono invece sospese a diverse altezze sopra lo sguardo del visitatore.
Anche qui il colore restituisce le condizioni termiche dell’ambiente.
L’opera introduce un paradosso interessante.
L’aria è normalmente invisibile.
Ne percepiamo la temperatura, il movimento, l’umidità.
Ma non la vediamo.
La scultura offre una forma attraverso cui leggere una parte di queste variazioni.
Ciò che non possiede immagine comincia così ad acquisirne una.
Dalla radura alla grotta
Il percorso espositivo è organizzato anche attraverso un cambiamento dello spazio.
All’inizio domina una sorta di radura, ampia e luminosa.
Le sculture sono distribuite come presenze attraverso le quali orientarsi.
Progressivamente, però, l’ambiente diventa più raccolto.
Il movimento verso l’esterno viene sostituito da quello verso l’interno.
La mostra conduce verso una zona descritta dalla galleria come una sorta di grotta primordiale e contemplativa.
La struttura fisica dell’esposizione accompagna quindi lo stesso passaggio avvenuto durante la residenza islandese.
Dall’inseguimento.
All’attesa.
Dall’arcobaleno.
All’introspezione.
Meteopathetic Paintings: quando il tempo atmosferico diventa emotivo
Nella parte più raccolta trovano spazio le Meteopathetic Paintings (2026).
Il titolo unisce immediatamente meteorologia e dimensione emotiva.
Il tempo atmosferico non viene osservato soltanto come fenomeno esterno.
Può corrispondere a uno stato.
Un colore.
Una sensazione.
Una variazione personale.
Le opere sono realizzate a tempera su carta e vengono presentate accanto ai Winter Drawings.
Winter Drawings e la memoria dell’inverno
I Winter Drawings, sviluppati tra il 2024 e il 2025, appartengono a una dimensione più fragile e immediata.
Pennarelli.
Acquerelli.
Carta.
Il loro inserimento nella zona più intima dell’esposizione crea una relazione tra disegno, memoria e raccoglimento.
Qui la trasformazione non deve necessariamente manifestarsi attraverso pigmenti sensibili alla temperatura.
Può avvenire nel rapporto tra segno, colore ed esperienza personale.
La neve modifica la ricerca
L’Islanda ha un ruolo importante nella nascita della mostra proprio per il modo in cui ha modificato le aspettative dell’artista.
Partire per cercare il colore e trovarsi circondati dal bianco della neve significa quasi sperimentare una privazione.
Ciò che si stava cercando non compare necessariamente.
Il tempo dell’attesa rischia di sembrare vuoto.
Gambirasio trasforma però questa assenza in una possibilità generativa.
Il tempo non utilizzato per inseguire il fenomeno atmosferico viene rivolto altrove.
Verso l’ascolto.
Verso l’osservazione.
Verso di sé.
Il vuoto non significa assenza
È un passaggio che si collega direttamente alla Kenoscromìa.
Nel pensiero dell’artista, il vuoto non coincide necessariamente con il nulla.
Può essere una condizione all’interno della quale qualcosa diventa percepibile.
Il colore funziona come ponte verso ciò che normalmente rimane invisibile.
In questo senso l’arcobaleno rappresenta quasi una metafora perfetta.
Esiste soltanto quando si verificano contemporaneamente determinate condizioni.
Non è un oggetto.
È una relazione.
Una pratica artistica nomade
Chiara Gambirasio è nata a Bergamo nel 1996, vive a Mapello e sviluppa una pratica artistica itinerante attraverso diversi luoghi europei.
Si è formata all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha conseguito la laurea in Pittura nel 2019 e quella in Scultura nel 2022.
Il passaggio tra pittura e scultura è significativo per una ricerca nella quale il colore non rimane confinato alla superficie pittorica.
Può diventare materia.
Oggetto.
Spazio.
Fenomeno.
Dal Museo Novecento alla GAMeC
La ricerca di Gambirasio è già stata presentata in diversi contesti istituzionali.
Nel 2021 il Museo Novecento di Firenze le dedica Istruzioni di volo, a cura di Sergio Risaliti.
Successivamente il suo lavoro entra anche nel programma della GAMeC di Bergamo, mentre opere e progetti vengono presentati in sedi quali Museo Villa Croce di Genova, Palazzo Ducale di Gubbio, Manifattura Tabacchi di Firenze e Casa Testori a Milano.
Materie fragili per fenomeni instabili
Gesso, pigmenti, carta e altri materiali utilizzati dall’artista possiedono spesso una qualità fragile o mutevole.
Non sono necessariamente scelti per produrre l’impressione di qualcosa di permanente.
Al contrario.
Possono cambiare.
Segnarsi.
Reagire.
È coerente con una ricerca che prende come riferimento fenomeni atmosferici, luce e colore.
Tutte condizioni che non possono essere realmente immobilizzate.
Il visitatore modifica l’esperienza
Un aspetto decisivo di Chasing Rainbows riguarda quindi il ruolo di chi guarda.
Il visitatore non osserva semplicemente qualcosa di già completamente determinato.
La sua presenza può modificare la percezione.
Un movimento cambia il punto di vista.
Una permanenza più lunga permette di osservare una variazione.
La temperatura e la luce presenti in quel momento possono modificare alcune opere.
Due visite non devono necessariamente coincidere.