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ToggleBUT I WORLD I SEE YOU* ad Amburgo: oltre quaranta artisti alla Hamburger Kunsthalle

Dal 5 giugno al 4 ottobre 2026 BUT I WORLD I SEE YOU* ad Amburgo riunisce alla Hamburger Kunsthalle – Gallery of Contemporary Art (Galerie der Gegenwart), al 1° piano, opere di oltre quaranta artisti internazionali appartenenti a generazioni differenti.
Curata da Dr. Corinne Diserens, con Elisa Nessler come assistant curator, la mostra fa parte della 9ª Triennale di Fotografia di Amburgo, Alliance, Infinity, Love – in the Face of the Other, ma prosegue oltre la conclusione ufficiale del Festival, fissata al 22 settembre.
Fotografie, sculture, film in 16 mm, video, materiali d’archivio e oggetti costruiscono un percorso in tre capitoli che non considera l’immagine come una superficie isolata. Al contrario, ne cerca le tracce nascoste, le stratificazioni storiche e i rapporti con i contesti politici, sociali e culturali nei quali è nata.
Un’immagine contiene più di quello che vediamo
Il punto di partenza di BUT I WORLD I SEE YOU* è apparentemente semplice: guardare un’immagine significa davvero vedere tutto ciò che contiene?
Ogni fotografia porta con sé informazioni evidenti, ma anche elementi più difficili da riconoscere. Un paesaggio può conservare le conseguenze di una guerra; un oggetto apparentemente neutro può essere legato a una storia politica; un’immagine d’archivio può assumere un significato differente quando viene estratta dal proprio contesto e osservata in un altro momento storico.
La mostra lavora proprio su questi livelli.
Gli artisti individuano dettagli, tracce e pieghe attraverso cui le immagini rivelano progressivamente ciò che il primo sguardo può lasciare in ombra.
Fotografia, scultura, cinema e archivio
Nonostante l’inserimento nella Triennale di Fotografia, il percorso non è costruito esclusivamente attraverso fotografie.
Compaiono sculture, film in 16 mm, video, materiali fotografici, dispositivi ottici e oggetti d’archivio.
Questa pluralità permette di affrontare la fotografia non soltanto come risultato finale, ma come sistema di produzione e circolazione delle immagini.
Una fotografia può nascere da un dispositivo, essere trasformata attraverso la stampa, entrare in un archivio, essere riprodotta o appropriata e infine tornare a circolare in un contesto completamente diverso da quello originario.
Ogni passaggio ne modifica inevitabilmente il significato.
Il primo capitolo: paesaggi carichi di memoria
La prima parte della mostra guarda soprattutto al paesaggio e alla capacità dei luoghi di conservare tracce della storia.
Non si tratta necessariamente di paesaggi spettacolari. Spesso l’elemento decisivo è proprio ciò che rimane dopo un evento: un territorio trasformato, un segno quasi invisibile o qualcosa che continua a esistere quando le persone che hanno vissuto quella storia non sono più presenti.
Tra i riferimenti del percorso compare Santu Mofokeng, le cui fotografie affrontano paesaggi segnati da traumi e contaminazioni, mettendo in relazione corpi umani e territori sottoposti a trasformazioni profonde.
Anche Jo Ractliffe guarda alle tracce lasciate dalla guerra nei paesaggi dell’Angola, mostrando luoghi nei quali la violenza storica continua a essere percepibile ben oltre la conclusione degli eventi.
Hiroshima e l’immagine prodotta dalla distruzione
Tra le immagini richiamate nel primo capitolo compare anche una testimonianza legata al bombardamento atomico di Hiroshima.
Il lampo provocato dall’esplosione ha lasciato impresse su alcune superfici le sagome di oggetti e persone che si trovavano davanti alla luce intensissima generata dalla bomba.
Qui l’immagine non nasce quindi da una macchina fotografica.
È la stessa energia dell’esplosione a produrre una traccia.
Il caso porta all’estremo una delle questioni della mostra: che cosa può essere considerato immagine e quali condizioni materiali, tecniche o storiche ne permettono l’esistenza?
William Henry Fox Talbot e le origini della fotografia
La riflessione attraversa anche la storia più antica del mezzo.
Nel percorso compare William Henry Fox Talbot, una delle figure fondamentali nello sviluppo della fotografia ottocentesca, con The Haystack del 1844.
L’accostamento tra immagini nate in epoche e circostanze molto diverse permette di osservare quanto sia cambiato il modo di produrre fotografie, ma anche quanto alcune domande rimangano presenti.
Che cosa seleziona un’immagine? Che cosa lascia fuori? In che modo una fotografia trasforma un oggetto o un luogo in qualcosa destinato a essere guardato nuovamente?
Dai paesaggi contaminati alla fine della pellicola
Il primo capitolo arriva fino alla trasformazione tecnologica della fotografia.
Tacita Dean, con lavori come Kodak e The Tail End of Film, ha affrontato direttamente la progressiva scomparsa delle tecnologie analogiche e delle infrastrutture necessarie alla produzione della pellicola.
La fotografia e il cinema hanno infatti una propria storia materiale.
Pellicole, carte, apparecchi, processi chimici e laboratori possono diventare obsoleti. Quando una tecnologia scompare, non cambia soltanto lo strumento utilizzato: rischia di modificarsi anche il modo in cui determinate immagini possono essere prodotte e conservate.
L’obsolescenza diventa così parte della memoria.
Il secondo capitolo: come si costruisce un’immagine
La seconda sezione sposta l’attenzione sui dispositivi e sui processi attraverso cui un’immagine prende forma.
Entrano in gioco artisti come Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz, Richard Hamilton, Marcel Broodthaers, Paul Thek, Dieter Roth, Sherrie Levine, Walid Raad, Jean-Luc Moulène, Emilio Prini, Peter Fischli e David Weiss e Seher Shah.
Ombre, dispositivi ottici, manufatti e appropriazioni fotografiche diventano strumenti per mettere in discussione il rapporto tra oggetto e rappresentazione.
Non interessa più soltanto ciò che la fotografia mostra.
Diventa importante anche capire come l’immagine sia stata costruita, trasformata e inserita in una determinata sequenza di significati.
Marcel Duchamp e il rapporto tra oggetto e fotografia
La presenza di Marcel Duchamp introduce una relazione particolarmente significativa.
Il ready-made modifica il valore di un oggetto spostandolo dal contesto quotidiano allo spazio dell’arte. Anche la fotografia, in modo differente, compie un’operazione di selezione: isola qualcosa dal flusso del reale e lo trasforma in immagine.
Oggetto e fotografia condividono quindi un problema.
Entrambi possono cambiare significato attraverso uno spostamento di contesto.
È proprio questa instabilità a interessare il percorso della mostra.
Sherrie Levine e l’appropriazione delle immagini
Con Sherrie Levine la domanda sull’origine dell’immagine diventa ancora più evidente.
La sua pratica ha messo in discussione concetti come autorialità, originalità e proprietà dell’immagine attraverso la ri-fotografia e l’appropriazione di opere preesistenti.
Quando un’immagine viene fotografata nuovamente, chi ne è l’autore?
E quando cambia il contesto nel quale viene presentata, rimane ancora la stessa immagine?
BUT I WORLD I SEE YOU* utilizza questi interrogativi per mostrare quanto la fotografia sia legata non soltanto alla produzione, ma anche alla riproduzione e alla circolazione.
Il terzo capitolo: memoria, intimità e archivio
L’ultima parte della mostra si concentra sui protocolli, sul trattamento delle immagini e sulla produzione di oggetti capaci di evocare storie personali e collettive.
Materiali fotografici e archeologici vengono recuperati, trasformati e messi in nuove relazioni.
L’archivio non viene considerato come un deposito neutrale.
Scegliere che cosa conservare, classificare o mostrare significa inevitabilmente costruire una narrazione. Allo stesso modo, recuperare un’immagine dimenticata può modificare il modo in cui una storia viene compresa nel presente.
Memoria e fotografia diventano così inseparabili.
Tina Modotti, Akram Zaatari e le storie che attraversano gli archivi
Tra gli artisti coinvolti in questa parte del percorso compaiono Tina Modotti, Hannah Darabi, Akram Zaatari, Sigmar Polke, Rosemarie Trockel, Helen Chadwick, Deana Lawson, Karimah Ashadu, Yto Barrada, Taysir Batniji, Laura Henno e Khadija Saye, insieme ad altre presenze.
Le loro pratiche appartengono a momenti e contesti molto differenti.
A unirle è l’attenzione verso ciò che un’immagine può conservare e verso il modo in cui il suo significato cambia quando viene riattivata.
Fotografia personale, documento, memoria politica e costruzione artistica possono quindi entrare nello stesso campo visivo.
Colonialismo, lavoro e presente
Uno dei fili che attraversano la mostra riguarda la relazione tra storie coloniali e realtà contemporanee.
Le immagini non vengono trattate come documenti appartenenti definitivamente al passato.
Le conseguenze della storia continuano a manifestarsi nelle persone, nei paesaggi, nei rapporti di lavoro, negli archivi e nelle strutture sociali.
Guardare un’immagine storica significa allora anche chiedersi che cosa di quella storia continui a essere presente.
Il percorso mette così in relazione estetica e politica senza trasformare necessariamente ogni opera in una dichiarazione esplicita.
A volte è un dettaglio apparentemente secondario a rendere visibile una continuità storica.
Più di quaranta artisti e generazioni a confronto
L’elenco ufficiale comprende oltre quaranta posizioni artistiche e attraversa una parte molto ampia della storia della fotografia e dell’arte contemporanea.
Tra gli artisti figurano Saâdane Afif, Karimah Ashadu, Yto Barrada, Taysir Batniji, Henri Becquerel, Marcel Broodthaers, Helen Chadwick, Hannah Darabi, Tacita Dean, Willie Doherty, Marcel Duchamp, Peter Fischli e David Weiss, Mario García Torres, Nan Goldin, Paul Graham, Flaka Haliti, Richard Hamilton, Raoul Hausmann, Laura Henno, Pierre Huyghe, Bahman Jalali e Rana Javadi, On Kawara, Deana Lawson, Xavier Le Roy, Sherrie Levine, Tina Modotti, Santu Mofokeng, Jean-Luc Moulène, Ailbhe Ní Bhriain, Sigmar Polke, Emilio Prini, Walid Raad, Jo Ractliffe, Man Ray, Dieter Roth, Khadija Saye, Seher Shah, Alfred Stieglitz, Alina Szapocznikow, William Henry Fox Talbot, Paul Thek, Rosemarie Trockel, Hiromi Tsuchida, Yeh Shih-Chiang, Yeh Wei-Li e Akram Zaatari.
Questa ampiezza cronologica consente alla mostra di non costruire una storia lineare della fotografia, ma di creare connessioni tra momenti lontani.