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ToggleGenitori con il telefono in mano: quando lo smartphone interrompe davvero la relazione con i figli
La technoference entra spesso nella vita familiare senza che ce ne accorgiamo. Un bambino sta raccontando qualcosa, il genitore ascolta, poi il telefono vibra. Uno sguardo allo schermo, magari una risposta veloce, e la conversazione riprende.
È una scena talmente comune da sembrare irrilevante. Una singola interruzione occasionale, però, non permette da sola di dire nulla sulla qualità della relazione: la ricerca guarda soprattutto alla frequenza, al contesto e al modo in cui queste interruzioni entrano nelle interazioni quotidiane.
La questione cambia quando queste piccole interruzioni diventano frequenti e finiscono per spezzare continuamente il gioco, una conversazione, il momento della pappa o la routine prima di dormire. È proprio questo fenomeno che negli ultimi anni la ricerca ha cominciato a studiare con il nome di technoference.
Non significa semplicemente usare il telefono davanti ai figli. Significa lasciare che smartphone, notifiche e altri dispositivi interferiscano ripetutamente con un’interazione che era già in corso.
Ed è una distinzione importante, perché il problema non sembra essere la presenza dello smartphone in sé, ma che cosa succede alla relazione quando l’attenzione dell’adulto viene continuamente spostata altrove.
Che cos’è la technoference
La parola nasce dall’unione dei concetti di technology e interference e viene utilizzata per descrivere le interruzioni delle relazioni faccia a faccia provocate dai dispositivi digitali.
Nel 2026 anche l’American Academy of Pediatrics ha inserito esplicitamente la technoference nel proprio aggiornamento dedicato agli ecosistemi digitali. Lo smartphone può infatti essere uno strumento che collega le persone, ma può diventare anche un elemento di distrazione quando sottrae ripetutamente attenzione agli scambi tra adulto e bambino.
La Società Italiana di Pediatria utilizza una definizione analoga: la technoference si verifica, per esempio, quando smartphone e notifiche interrompono dialogo, gioco o momenti di cura tra genitori e figli.
Un concetto vicino è quello di parental phubbing, da phone e snubbing: indica più specificamente la situazione in cui il genitore appare assorbito dal telefono e finisce per ignorare il figlio.
I due termini, quindi, non sono del tutto sovrapponibili. La technoference riguarda l’interferenza della tecnologia nella relazione; il phubbing descrive un comportamento più evidente di disattenzione verso l’altra persona.
Che cosa succede quando l’attenzione si interrompe
Per un adulto, guardare rapidamente una notifica può sembrare un gesto minimo. Dal punto di vista dell’interazione, però, in quel momento possono cambiare la continuità dello sguardo, la rapidità della risposta e la disponibilità dell’adulto a seguire ciò che il bambino sta facendo.
Alcuni studi sperimentali permettono di osservare questa dinamica quasi in tempo reale.
In una ricerca condotta su 114 bambini di circa 11 mesi, l’uso del telefono da parte della madre durante l’interazione ha reso più difficile costruire momenti di attenzione congiunta, cioè quelle situazioni in cui adulto e bambino condividono l’attenzione verso la stessa persona, oggetto o attività. Durante l’interruzione con il telefono le madri rispondevano meno frequentemente alle iniziative dei bambini e gli episodi di attenzione condivisa risultavano più difficili da stabilire e più brevi.
Un altro esperimento ha coinvolto 33 madri e bambini tra i 24 e i 36 mesi. Durante il gioco libero, quando le madri erano impegnate con lo smartphone producevano meno enunciati, rispondevano meno alle richieste dei figli e si verificavano meno scambi conversazionali rispetto alla fase di gioco senza distrazioni.
Ma proprio questo studio introduce una precisazione importante: risultati simili comparivano anche quando le madri leggevano una rivista cartacea.
Questo suggerisce che almeno una parte del problema non appartenga esclusivamente allo smartphone. A fare la differenza può essere il fatto che l’adulto, in quel momento, è concentrato altrove e diventa meno disponibile a rispondere.
Il telefono ha però una caratteristica particolare: può accompagnarci praticamente ovunque ed è capace di produrre molte piccole interruzioni nell’arco della giornata.

Anche i bambini molto piccoli si accorgono dell’interruzione
Una ricerca pubblicata nel 2025 ha reclutato 67 madri con bambini di circa 6 mesi; dopo l’esclusione di due diadi, il campione finale analizzato comprendeva 65 madri e bambini. Lo studio ha osservato diverse fasi di interazione, comprese alcune interruzioni provocate dall’uso dello smartphone.
Durante la fase in cui la madre utilizzava il telefono, i bambini mostravano più comportamenti di protesta rispetto alla normale interazione e cambiamenti nell’attività cardiaca compatibili con una maggiore attivazione fisiologica. Le madri, nello stesso momento, riducevano il coinvolgimento sociale.
È un risultato interessante, ma va letto per quello che dimostra.
Lo studio ci dice che un bambino di pochi mesi reagisce nell’immediato quando l’interazione viene interrotta. Non dimostra che una madre che controlla il telefono per due minuti provochi conseguenze permanenti sullo sviluppo del figlio.
Questa differenza tra effetto immediato ed effetto a lungo termine è essenziale.
Technoference non significa che lo smartphone “danneggia” automaticamente il bambino
Nel 2025 JAMA Pediatrics ha pubblicato una revisione sistematica con meta-analisi dedicata all’uso della tecnologia da parte dei genitori in presenza dei bambini sotto i 5 anni.
Sono stati inclusi 21 studi, per un totale di 14.900 partecipanti provenienti da 10 Paesi. Nel complesso, un maggiore uso della tecnologia da parte del genitore durante la presenza del bambino risultava associato a risultati leggermente meno favorevoli in alcuni ambiti cognitivi e psicosociali e a un maggiore tempo davanti agli schermi da parte dei bambini.
Gli autori sottolineano però un elemento fondamentale: le dimensioni delle associazioni erano piccole e servono più studi longitudinali e sperimentali per capire meglio che cosa dipenda realmente dalla technoference e che cosa sia invece legato ad altri fattori familiari, ambientali o individuali.
Non sarebbe quindi corretto trasformare questi risultati in messaggi come “guardare il telefono rovina la relazione con i figli” o “lo smartphone compromette lo sviluppo”.
La realtà è più complessa.
Conta molto anche come si usa il telefono
Una conferma interessante arriva da uno studio internazionale pubblicato nel 2026 nell’ambito del progetto SUNRISE.
I ricercatori hanno analizzato 2.232 bambini in età prescolare provenienti da 27 Paesi, chiedendo ai caregiver quanto frequentemente utilizzassero lo smartphone in presenza del bambino durante cinque situazioni quotidiane: pasti, gioco, spostamenti, passeggiate e routine della sera.
Dopo aver considerato diversi fattori, la frequenza con cui i caregiver riferivano di usare lo smartphone in presenza del bambino non risultava associata alle capacità motorie, alla memoria di lavoro visuospaziale o alla capacità di inibizione misurate nei bambini.
È forse uno dei dati più utili per interpretare correttamente la technoference.
Essere davanti a un bambino con uno smartphone in mano non equivale automaticamente a essere assenti.
Un genitore potrebbe utilizzarlo per controllare un’informazione, fotografare qualcosa insieme al figlio, mostrare la foto di un familiare o rispondere a una necessità pratica senza smettere di interagire.
In un’altra situazione, invece, potrebbe perdersi a lungo nello scrolling mentre il bambino continua a cercare il suo sguardo.
Sono entrambe situazioni di “uso del telefono”, ma dal punto di vista della relazione sono molto diverse.

E il linguaggio?
Anche su questo punto è facile andare oltre ciò che la ricerca permette realmente di dire.
Parlare con i bambini, rispondere ai loro tentativi di comunicazione, seguire ciò che stanno osservando e alternarsi nei turni della conversazione sono componenti importanti delle interazioni precoci.
Gli esperimenti mostrano che queste dinamiche possono diminuire mentre il genitore è assorbito da un’altra attività. Ma la ricerca disponibile non permette di concludere semplicemente che il telefono dei genitori provoca ritardi del linguaggio.
Una revisione dedicata proprio a smartphone dei genitori e sviluppo linguistico ha evidenziato possibili meccanismi legati alla minore responsività, allo sguardo condiviso e all’attenzione congiunta, precisando però che le differenze metodologiche e il numero ancora limitato di studi non permettono conclusioni definitive.
La domanda più utile, quindi, non è “quante volte ho guardato il telefono oggi?”, ma piuttosto: il telefono sta interrompendo continuamente le occasioni in cui mio figlio prova a entrare in relazione con me?
Quando il bambino insiste proprio mentre guardiamo lo schermo
C’è un’altra dinamica che merita attenzione.
Un bambino che alza la voce, insiste, si agita o ripete più volte la stessa richiesta mentre il genitore è concentrato sul telefono potrebbe semplicemente stare cercando di recuperare la sua attenzione.
Ma anche qui la relazione può funzionare nella direzione opposta.
Uno studio longitudinale condotto su 183 coppie con bambini piccoli suggeriva associazioni longitudinali in entrambe le direzioni: maggiori difficoltà comportamentali del bambino erano associate successivamente a maggiore stress genitoriale e, attraverso questo, a una maggiore interferenza della tecnologia. Allo stesso tempo, livelli più elevati di technoference risultavano spesso associati a successive difficoltà comportamentali esternalizzanti.
In altre parole, non abbiamo semplicemente un genitore distratto che provoca una reazione nel bambino.
Può esserci, quindi, una dinamica circolare: le difficoltà comportamentali del bambino possono aumentare lo stress del genitore, che a sua volta si associa a una maggiore interferenza della tecnologia; nello stesso tempo, una maggiore technoference può precedere successive difficoltà comportamentali.
Visto così, il problema assume un significato completamente diverso dal semplice “i genitori dovrebbero usare meno il cellulare”.
Anche il modo in cui gli adulti vivono il digitale può diventare un modello
La technoference pone infine una questione che riguarda l’esempio.
Nel 2026 uno studio longitudinale ha seguito 500 madri statunitensi e i loro figli per sette anni, dai 6 mesi fino a circa 6 anni e mezzo. Livelli più elevati di technoference nelle prime fasi della vita del bambino risultavano associati a un maggiore uso problematico dei media riferito dalle madri quando i figli avevano 6 anni e mezzo.
È uno studio importante perché osserva le famiglie nel tempo, ma non basta comunque per affermare che la technoference causi un successivo uso problematico degli schermi. Le misurazioni erano basate anche sui questionari compilati dalle madri e molti altri elementi possono contribuire a costruire le abitudini digitali di una famiglia.
Il messaggio utile è un altro: i bambini non imparano le regole digitali soltanto quando diciamo loro di spegnere il tablet. Le osservano anche nel modo in cui noi adulti rispondiamo a una notifica, teniamo il telefono a tavola o interrompiamo una conversazione per guardare uno schermo.
Non serve diventare genitori “senza telefono”
È probabilmente l’equivoco più importante da evitare.
Gli smartphone fanno parte della vita quotidiana. Servono per lavorare, organizzare la famiglia, parlare con altre persone, cercare informazioni, fare fotografie, usare una mappa o semplicemente concedersi qualche minuto di svago.
Il telefono può persino essere una risorsa quando aiuta un genitore stanco a mantenere contatti sociali e trovare supporto.
L’obiettivo realistico non è quindi eliminare il dispositivo, ma riconoscere quali momenti vale la pena proteggere dalle interruzioni.
L’American Academy of Pediatrics invita a creare momenti senza schermi per tutta la famiglia e a stabilire alcune zone senza telefono, per esempio durante i pasti. Anche la Società Italiana di Pediatria propone un Family Plan Digitale, cioè un accordo condiviso in famiglia con regole chiare su tempi, luoghi e modalità d’uso delle tecnologie.
Nella quotidianità questo può significare:
- tenere lontano il telefono durante alcuni momenti scelti della giornata, come un pasto o una parte del gioco;
- disattivare le notifiche che non richiedono davvero attenzione immediata;
- se dobbiamo rispondere, dirlo anche al bambino: “Aspetta un momento, devo rispondere a questo messaggio e poi torno da te”;
- osservare se prendiamo il telefono automaticamente ogni volta che c’è un momento vuoto;
- evitare di chiedere ai figli regole che noi adulti non proviamo almeno a rispettare;
- soprattutto, tornare nella relazione dopo l’interruzione, riprendendo ciò che il bambino stava raccontando o facendo.
Non serve una casa perfettamente libera dagli schermi. Servono alcuni momenti nei quali sia chiaro che lo schermo può aspettare.
Il punto non è contare ogni sguardo al telefono
Una notifica controllata mentre il bambino gioca non trasforma un genitore in un genitore assente. E la ricerca non ha ancora definito una soglia scientifica che permetta di dire che un certo numero di controlli dello smartphone produca automaticamente conseguenze sullo sviluppo.
La ricerca sulla technoference sta mostrando qualcosa di più sottile.
Quando le interruzioni digitali diventano molto frequenti, la conversazione può spezzarsi, alcune richieste del bambino possono passare inosservate e i momenti di attenzione condivisa possono ridursi. Nell’immediato, soprattutto i bambini più piccoli possono mostrare più proteste o tentativi di richiamare l’attenzione dell’adulto.
Sugli effetti nel lungo periodo, invece, esistono associazioni interessanti ma ancora molte domande aperte.
Forse, allora, la domanda da portarsi dietro non è “uso troppo il telefono davanti a mio figlio?”.
È una domanda diversa e molto più concreta:
quando siamo insieme, quanto spesso il telefono interrompe davvero quello che stava succedendo tra noi?
Ed è proprio da quelle piccole interruzioni quotidiane — più che dalla semplice presenza di uno smartphone sul tavolo — che può iniziare una riflessione utile sull’equilibrio digitale di tutta la famiglia.
Autore Eleonora Dorigo